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Addio povertà estrema: quale sarà il prossimo traguardo della Cina?

© Sputnik / Vai alla galleria fotograficaSoldatesse cinesi alla Parata per i 70 anni della Repubblica Popolare Cinese
Soldatesse cinesi alla Parata per i 70 anni della Repubblica Popolare Cinese - Sputnik Italia
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Pare che a Pechino non siano ancora riusciti a festeggiare questo traguardo e a renderlo un evento di portata globale: è stato conseguito nei tempi prestabiliti l’obiettivo di eliminare la povertà estrema entro il 2020. Tuttavia, è davvero così?

A inizio anno le contee cinesi caratterizzate come estremamente povere erano 832. Le ultime 9 si trovavano nella provincia sudoccidentale del Guizhou. Nei mesi precedenti la povertà estrema è stata eliminata nello Xinjiang, nel Sichuan e in alcune altre province. Si tratta sì di un evento di rilevanza mondiale, ma andrà a rafforzare soprattutto lo status della Cina, ad esempio, in Africa verso cui la Cina sta esportando tecnologie di sviluppo in quelle che paiono oggi regioni apparentemente dimenticate.

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Senza purtuttavia i record stabiliti quest’anno gli esperti, come il dottor Matthias Halwart della FAO, ricordano in questi giorni al mondo che la Cina detiene il primato per percentuale di persone sottratte alla povertà estrema, oltre 700 milioni di individui, ossia il 70% del totale. E, sebbene queste cifre siano note da tempo grazie a una moltitudine di pubblicazioni e documenti, anche se Pechino avesse eliminato la povertà assoluta l’anno prossimo o quello dopo, la situazione non sarebbe più di tanto cambiata.

Ma quando si verificano questi eventi, nel mondo si cominciano a produrre determinate riflessioni. In tal senso si consideri questa pubblicazione su Foreign Affairs: è solo l’inizio, i cinesi dovranno fare ancora molto per migliorare la vita di milioni di persone… E notate bene, è stato usato il futuro. Del resto, non possiamo biasimare il risentimento degli americani: dopotutto questa volta gli USA non hanno stabilito nessun record.

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Il primo pensiero che viene in mente è evidente: si tratta pur sempre di un numero, di un elemento relativo che è significativo perché qualcuno ha definito una soglia e qualcun altro l’ha superata. Gli economisti cinesi hanno stabilito, infatti, che una vita si considera vissuta in povertà estrema quando si dispone di meno di 4.000 yuan all’anno. Si consideri comunque che nelle ultime contee di Guizhou il reddito medio annuo ha raggiunto gli 11.487 yuan, ossia 1.740 dollari statunitensi. Alcuni potrebbero pensare che un reddito del genere sia molto basso. Ma l’importante è che ora si lotti non più contro la povertà estrema, ma semplicemente contro la povertà. Questo, infatti, è uno dei casi in cui l’obiettivo conta poco perché a contare è l’azione.

L’aspetto più interessante è naturalmente costituito dalle tecnologie parte delle quali è stata messa a punto in Cina e un’altra parte altrove. La povertà estrema nel Paese ha resistito, come si vede sulla mappa, in località di difficile accesso o comunque lontane dai centri dello sviluppo (ad esempio, le aree montane). Il metodo più efficace per eliminare la povertà è stato nella maggioranza dei casi la creazione di infrastrutture di collegamento.

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Sono state applicate in questo processo anche tecnologie della tipologia “riso-pesce” che consistono nell’allevamento di avannotti in acqua con la quale si inondano poi le risaie. Ancora una volta l’infrastruttura di collegamento ha consentito di instaurare delle connessioni tra i vari paesi e di far conoscere alle persone quali prodotti e a quale prezzo venissero venduti nel paese vicino. Non da ultimo si consideri una di quelle stranezze tipicamente cinesi: qualcuno era solito appendere fuori dall’abitazione una insegna recante la scritta “famiglia povera”. Questa scritta significava, però, che la data famiglia aveva costruito in autonomia l’abitazione contraendo un prestito a tasso 0 emesso dall’ufficio locale di sviluppo e lotta alla povertà. In sostanza, era una forma di pubblicità: i vicini andavano, infatti, a vedere come funzionasse il processo e ne parlavano. In altri Paesi, invece, è invalso l’uso di appendere altre insegne come quella di “casa modello” (ad esempio in Russia) che segnalava le abitazioni più belle a discapito di quelle mediocri.

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La lotta alla povertà in Cina è un processo che non è cominciato dopo Mao, ma che dura da secoli. E questa è una dinamica che ha interessato anche altri Paesi e civiltà. In questo lasso di tempo l’umanità è riuscita a capire la natura del problema e degli sforzi che il singolo fa all’interno della società. A tal proposito è calzante un articolo pubblicato lo stesso giorno in cui Pechino ha comunicato il raggiungimento del suo traguardo. L’articolo della rivista indiana The Pioneer è stato scritto dalla scrittrice americana Janet Daley che non parla della Cina, ma del motivo per cui il trumpismo è assurto a corrente che godrà di vita eterna. Questo ci fornisce un esempio degli sforzi che una persona, povera o ricca che sia, può profondere per la società. Negli USA, ma non solo.

Daley comincia citando Hillary Clinton e il fatto che buona parte della popolazione americana sia da Clinton stata definita un basket of deplorables (traducibile con “branco di poveracci”). L’articolo continua riportando gli insoliti effetti che queste parole ebbero sulla popolazione USA: infatti, pensarono di essere interessati da questa invettiva non solo gli elettori di Trump, ma anche i democratici, ossia i recettori di aiuti da parte del governo. In sostanza, i poveri. Tanto più che vi furono anche altri interventi di Clinton che confusero ancora di più le idee in merito. Dunque, quelle parole, tra l’altro, fecero perdere le elezioni a Clinton e hanno indotto l’attuale campagna presidenziale di Biden a ricorrere a tecniche di propaganda elettorale più estreme.

Dunque, non bisogna parlare così ai poveri, sostiene Daley, non devono sentirsi dimenticati e oltretutto disprezzati. In maniera analoga, in Gran Bretagna non bisognava ignorare la sorte degli abitanti di intere città costruite nei vecchi quartieri industriali. I democratici britannici (laburisti), invece, hanno semplicemente ostracizzato questi individui cancellandoli dall’elenco dei loro possibili elettori.

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La cultura politica statunitense (rappresentata dal trumpismo, sostiene Daley) presuppone che quasi tutti comincino a lavorare da poveri e poi diventino responsabili del loro successo o fallimento. Nessuno negli USA deve preoccuparsi dei poveri. La povertà e altre tipologie di fallimento non vengono percepiti con la compassione che è alla base invece delle sovvenzioni statali. Pertanto, gli americani continueranno a votare in massa per il trumpismo e non solo per il socialismo democratico il quale prevede invece l’elargizione di sovvenzioni in cambio del supporto elettorale in modo così da nascondere l’elemento di compassione.

Ma questo è il leitmotiv di una ideologia di destra ormai ben nota. Cosa c’entra la Cina in tutto ciò? Lottare contro la povertà non è forse una politica di sinistra, il “socialismo di stampo cinese”? La questione è che secondo gli standard americani di destra e sinistra la vera sinistra era il periodo di Mao quando il Paese faceva affidamento sulle sovvenzioni elargite equamente dallo Stato con gli esiti che sappiamo, ossia la povertà estrema. Oggi invece la povertà delle contee più isolate viene combattuta alla maniera americana: si dà alle persone la possibilità di guadagnare denaro da sole, senza dunque elargire sussidi che la prima-seconda economia del mondo riuscirebbe comunque a racimolare. Ma nel contesto cinese i poveri non vengono disprezzati, ma considerati parte dignitosa della società i quali vanno stimolati a migliorarsi sempre più dopo che essi stessi sono riusciti con le proprie mani a vincere la povertà.

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