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Pescatori in Libia, la mamma del capitano: "Conte li riporti a casa entro Natale"

© Sputnik . Clara StatelloPescatori e sindacalisti si mobilitano nelle piazze siciliane per chiedere il rilascio immediato dei 18 marittimi fermati da 45 giorni a Bengasi
Pescatori e sindacalisti si mobilitano nelle piazze siciliane per chiedere il rilascio immediato dei 18 marittimi fermati da 45 giorni a Bengasi - Sputnik Italia
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Parla Rosetta Marrone, la mamma di Pietro, il capitano del peschereccio Medinea, sequestrato in mare assieme al suo equipaggio lo scorso primo settembre dalle milizie del generale Khalifa Haftar. A Sputnik Italia dice: "Siamo preoccupati, il governo poteva fare di più per difenderli".

“A Conte e Di Maio dico che devono riportarmi mio figlio, siamo quasi a Natale e io dalla vita non voglio più niente, solo questo regalo: riabbracciare il mio ragazzo e tutti gli altri pescatori”. Rosetta, 74 anni, è la mamma di Pietro Marrone, il capitano del peschereccio Medinea, uscito per pescare gamberi rossi e finito nelle mani dei miliziani del generale Khalifa Haftar lo scorso primo settembre. Da allora è rinchiuso assieme agli altri 17 membri dell’equipaggio nel carcere di El Kuefia, a sud di Bengasi, in Cirenaica. La Farnesina lavora per la liberazione, ma per questa donna battagliera di Mazara del Vallo, che in mare ha già perso un figlio 24 anni fa, le trattative procedono troppo a rilento.

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Il generale ha promesso al suo popolo che non libererà i pescatori finché Roma non aprirà le porte del carcere a quattro calciatori libici, condannati per aver provocato la morte di 42 migranti nel naufragio di un barcone nel 2015. Cedere al ricatto è fuori discussione, anche perché potrebbe creare un pericoloso precedente. Intanto i mesi passano e l’uomo forte di Bengasi continua a tenere sotto scacco il governo italiano. Le famiglie, dal canto loro, pressano Palazzo Chigi. “Se non saranno a casa entro Natale torneremo a Roma a protestare”, dice a Sputnik Italia.

— Cosa le ha detto suo figlio l’ultima volta che l’ha sentito?

— L’11 novembre, grazie alla Farnesina, abbiamo ricevuto la loro telefonata. Mi ha detto che “ringraziando Dio" stanno bene e che sperano di tornare presto a casa perché lì "non possono rimanere". Questo mi ha detto. E poi che era preoccupato per me, perché sa quello che ho passato, sa che me la prendo troppo.

— L’ha rassicurata?

— Certo, dalla voce ho sentito so che è vivo. Però non sappiamo se in carcere li trattano bene, non sappiamo nulla. Dicono che stanno bene, cosa possono dire? Però non possiamo essere sicuri del fatto che stiano bene davvero. Aspettiamo la notizia della liberazione.

— Quando arriverà? 

— Non lo sappiamo, so che ci stanno lavorando, speriamo che li portino subito a casa, però non abbiamo conferme, non è che parliamo con i ministri. Speriamo che possano tornare prima di Natale, perché le feste si fanno in famiglia e le nostre famiglie sono spezzate.

— Pensa che il governo stia facendo abbastanza?

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— Io penso che lavorino, però non sappiamo come lavorano. Sono tre mesi che i nostri ragazzi sono in galera. Tre mesi sono tanti e ancora non c’è niente. La Farnesina ci chiama al telefono ma dicono sempre le stesse cose, come se fosse una voce registrata. Dicono che stanno lavorando, che loro stanno bene, ma noi non siamo tranquilli, assolutamente, siamo preoccupati. Quella dello sconfinamento nelle acque libiche è solo una scusa, la Libia li sta usando come merce di scambio per qualche trattativa governativa. Ma io non voglio sapere niente di queste cose, voglio soltanto che riportino a casa mio figlio, perché non posso vivere più senza di lui.

— Come si sente in questi giorni? 

— Sono arrabbiatissima. Mi sento bene, però più i giorni passano, più sento la mancanza di Pietro. Vorrei abbracciarlo, parlarci. E così i familiari degli altri pescatori. Sono sicura che non stanno bene lì. E poi loro stavano solo lavorando. Finire dal posto di lavoro in galera è una cosa assurda, bruttissima, che non accettiamo.

— Pensa che si poteva fare di più per proteggerli?

— Certo, già c’erano stati casi simili che avevano coinvolto altri pescherecci. Nessuno però è rimasto bloccato così a lungo. Quel giorno la linea non c’era, l’elicottero non è uscito e così li hanno proprio pescati. Avrebbero potuto difenderli.

— Ha parlato con Conte?

— L’ho visto assieme a Di Maio i primi di ottobre. Entrambi mi hanno guardata negli occhi e mi hanno detto che li avrebbero riportati a casa presto. Da allora però ancora ci sono stati progressi.

— Tornerà anche lei a protestare a Roma?

— Certo, ho una certa età ma non mollo. Non mollerò fino a quando non vedrò mio figlio a casa. Anche a costo di perdere la vita.

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