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Libia addio

© AFP 2021 / MAHMUD TURKIALa guardia costiera della Libia
La guardia costiera della Libia - Sputnik Italia
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L’umiliante sconfitta politica, diplomatica e militare dell’Italia. Nell’arco dei due governi guidati da Giuseppe Conte il nostro paese è riuscito a giocarsi il suo ruolo di potenza di riferimento nell’ex colonia riducendosi al ruolo d’inutile spettatore incapace persino di difendere i propri interessi nazionali.

E così mentre Tripoli diventa un protettorato turco e l’azione diplomatica passa nelle mani della Germania il governo giallo rosso si prepara ad una nuova umiliazione per ottenere la liberazione dei pescatori detenuti dalle forze di Haftar. 

In due anni e due governi l’Italia si è giocata tutto. E così la Libia - uno dei pochi sipari esteri su cui è stata per decenni protagonista - la vede ora retrocessa al ruolo di comparsa inutile e ininfluente perchè incapace di difendere i propri interessi nazionali. I conti son presto fatti. Fino all’aprile del 2019 e all’inizio degli scontri tra il governo di Tripoli e il generale Khalifa Haftar eravamo l’unica nazione straniera a poter rivendicare una presenza militare sul suolo libico. La difesa dell’ospedale militare, aperto all’interno dell’aeroporto di Misurata, giustificava il dispiegamento di 300 uomini, tra cui un distaccamento di Forze Speciali. La base di Abu Sitta, nel porto di Tripoli, ospitava una nave della nostra Marina Militare incaricata di coordinare e seguire le operazione di una Guardia Costiera libica a cui garantivamo addestramento e forniture. E a rafforzare quel dispiegamento contribuivano le quattro o cinque unità della Marina impegnate a presidiare le coste libiche nell’ambito della missione Mare sicuro. Quella presenza militare non poteva e non doveva essere puramente simbolica. Il suo compito era garantirci il controllo dei flussi migratori in partenza dalle coste della Tripolitania, la difesa delle risorse energetiche affidate all’Eni e un ruolo da mediatori all’interno del caotico mosaico libico. Il tutto in vista di una pacificazione che avrebbe restituito alle nostre aziende un ruolo prioritario all’interno del paese. Ma non è andata così.

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Oggi in Libia l’Italia non conta più nulla e rischia di venir messa alla porta alla porta da insalutato ospite. All’origine di tutto c’è l’incapacità dei due ultimi governi, quello giallo rosso e quello giallo verde, entrambi guidati da Giuseppe Conte di esercitare un’effettiva azione politica. A livello diplomatico la prima ad approfittare di questa auto-marginalizzazione è stata una Germania trasformatasi, dopo l’organizzazione della Conferenza di Berlino dello scorso gennaio, nella protagonista dell’azione negoziale in abito europea. Ma la nostra progressiva marginalizzazione è frutto anche della ritrosia, tutta italiana, ad usare navi e soldati come strumento di pressione politica. L’assenza di un appropriato e concreto utilizzo dello strumento militare, anche solo sotto forma di minaccia, è diventato la prova della nostra debolezza trasformandoci in un paese zimbello.

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Nonostante le navi di Mare Sicuro, i 300 soldati dell’ex- operazione Ippocrate (oggi Miasit - Missione bilaterale di assistenza e supporto in Libia) e gli oltre 22 milioni di euro stanziati dalla firma, nel 2017, del Memorandum d’intesa per il sostegno alla Guardia Costiera il nostro paese non ha giocato alcun ruolo nello scontro tra il governo di Tripoli del premier Fayez Al Serraj e le armate del generale Khalifa Haftar. Avremmo potuto scegliere di difendere Tripoli. E vista la necessità di controllare i flussi di migranti in partenza per l’Italia e le risorse energetiche gestite dall’Eni le buone ragioni non ci sarebbero mancate. In alternativa, anche per non contrapporci a degli alleati di Haftar, come Emirati Arabi, Egitto e Russia, con cui abbiamo interessi comuni, avrenno potuto proporci come capofila d’una forza d’interposizione Onu garantendoci un peso diplomatico e un ruolo interlocuorio.

Invece entrambi i governi del premier Giuseppe Conte hanno scelto di assistere passivamente alle offensive di Haftar e all’intrusione della Turchia. Un’intrusione che ha finito con l’estrometterci non solo dalla Libia, ma dall’intero Mediterraneo. I droni, le forniture militari e le milizie jihadiste coordinate da ufficiali turchi oltre a fermare l’avanzata del generale Khalifa Haftar hanno trasformato l’esecutivo di Serraj in un governo fantoccio nelle mani del presidente turco Recep Tayyp Erdogan. E così la firma, a novembre 2019 del trattato sul Mediterraneo imposto a Serraj in cambio dell’aiuto militare ha trasformato l’ex-“Mare Nostrum” in un protettorato dove la fine delle acque territoriali libiche coincide con l’inizio di quelle turche.

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L’accordo, firmato nel silenzio dell’Italia, oltre a consegnare all’arbitrio turco Cipro e molte isole greche mette a rischio i pozzi off shore gestiti dall’Eni davanti alla Libia e regala ai turchi la scusa per impedire a noi e ad altri la ricerca di giacimenti di gas nel Mediterraneo orientale. Ma quello è solo l’inizio della debacle italiana. A metà agosto di quest’anno, nel silenzio del nostro premier e del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, i responsabili della difesa turco Halusi Akar e quello del Qatar Khalid al Attyha han fatto firmare al premier di Tripoli Fayez Al Serraj l’accordo per la trasformazione di una sezione del porto di Misurata in una base navale turca garantita da una concessione di 99 anni. Grazie allo stesso accordo il Qatar gestisce assieme ad Ankara l’organizzazione e l’addestramento del nuovo esercito libico mentre l’aviazione militare turca s’è installata nella base aerea di al-Watya nella Tripolitania Occidentale. La conseguenza immediata per l’Italia è stato l’allontanamento dall’aeroporto di Misurata dell’ospedale militare italiano e dei nostri soldati trasferiti alla periferia della città.

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A metà ottobre è arrivato invece l’umiliante colpo di mano con cui Ankara ha assunto il controllo della Guardia Costiera libica formata, addestrata e finanziata dall’Italia. Uno scippo consacrato dal tweet con cui il ministero della difesa turco ha esibito le foto del proprio personale a bordo delle motovedette Ubari e Fezzan donate alla Libia nel 2018 dal nostro paese. Ancor più serie di quell’umiliazione sono però le sue possibili conseguenze. Perdere il controllo della Guardia Costiera equivale a perdere il controllo dei flussi migratori o, peggio, lasciarli nelle mani di una Turchia pronta ad usarli come nel 2015 per ricattare l’Italia e l’Europa. Ma il peggio deve forse ancora arrivare. Il 23 ottobre una nota della Farnesina ha salutato “con grande favore” la ratifica del cessate firmato a Ginevra dai rappresentanti militari di Haftar e del governo di Tripoli. Peccato che quell’accordo preveda il ritiro entro tre mesi di tutti i militari stranieri presenti sul territorio libico.

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Ma mentre il ministro della Difesa di Tripoli ha già detto di non voler rinunciare alla presenza delle truppe e delle milizie turche non una sola voce si è levata in difesa della permanenza italiana. Del resto a provare l’inutilità delle nostre truppe concorre la triste vicenda dei pescatori detenuti dalle forze di Haftar dai primi di settembre. Nonostante le navi e i soldati distaccati sul quadrante libico il governo italiano non è riuscito ne a impedirne la cattura ne a ottenerne un’immediata liberazione. E così dopo aver ammesso la propria impotenza escludendo un blitz armato per liberarli si ritrova costretto ad un negoziato che comunque finisca rappresenterà una nuovo cedimento. Soprattutto se richiederà, come sembra, l’uscita dalle nostre carceri di quattro trafficanti di uomini condannati in via definitiva a pene tra i venti e i trenta anni per aver sprangato il boccaporto di un barcone affondato con 49 migranti rinchiusi in stiva. Un orrore che risale al 2015 e viene ricordato come «la strage di ferragosto». Un orrore pronto a trasformarsi nell’ennesima umiliazione dell’Italia.

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