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Il cambio della guardia alla Casa Bianca si ripercuote anche sul Medio Oriente

© Sputnik . Sergei MamontovLa Casa Bianca
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L’avvicendamento tra due amministrazioni statunitensi di diverso colore politico è un avvenimento che si ripercuote sempre sul mondo intero. Per quanto il cosiddetto “momento unipolare” americano sia da tempo terminato, gli Stati Uniti sono infatti ancora in grado di esercitare un’influenza di natura globale.

La semplice percezione di un possibile mutamento degli obiettivi dell’America e del modo in cui Washington li perseguirà è in grado di produrre conseguenze anche a grandi distanze dalle coste oceaniche degli States.

Nelle scorse settimane, questa rubrica ha esplorato i possibili effetti del passaggio da Trump a Biden sulla “piccola realtà” della politica italiana, evidenziando come l’avvento alla Casa Bianca di un Presidente centrista e riformista possa condurre ad un importante rimescolamento di carte a Roma e dintorni.

Сторонник президента США Дональда Трампа на акции протеста Stop the Steal в Фениксе, США - Sputnik Italia
Come funziona la transizione negli USA e quando Biden potrà davvero essere definito Presidente?
Tra i teatri che maggiormente stanno risentendo della transizione in atto in America un posto d’onore spetta di sicuro al Medio Oriente. Tutti i più importanti attori regionali di quell’area sono infatti in movimento da almeno tre mesi.

La firma degli accordi di Abramo con i quali Bahrein, Emirati Arabi Uniti e Sudan hanno riconosciuto Israele è stata in larga misura una mossa alla quale gli Stati sottoscrittori si sono risolti sia per offrire delle photo-opportunity a un Trump impegnato nel difficile perseguimento della propria rielezione, che per creare dei fatti compiuti prima del temuto ritorno al potere dei Democratici.

La ragionevole certezza del successo di Biden sta ora comportando un’accelerazione ulteriore delle iniziative diplomatiche e delle schermaglie in atto. Non sono soltanto i paesi coinvolti da Trump nel piano di pace israelo-palestinese a distinguersi per il loro attivismo, ma anche i loro avversari.

Stanno accadendo cose davvero importanti. Secondo la stampa israeliana, ad esempio, il premier Benjamin Netanyahu si sarebbe recato in Arabia Saudita a conferire con il principe Mohammed bin Salman, vero uomo forte della corte di Riyahd.

Il primo ministro dell’Israele Benjamin Netanyahu  - Sputnik Italia
Netanyahu incontra segretamente il principe Bin Salman in Arabia Saudita
Le autorità locali hanno smentito la visita, ma autorevoli media israeliani hanno ribadito la loro versione, esibendo anche il tracciato del volo che Netanyahu avrebbe utilizzato per raggiungere Neom, dove l’erede al trono saudita stava incontrando il Segretario di Stato americano Mike Pompeo, a sua volta impegnato in un vasto tour mediorientale.

La segretezza che Riyahd ha voluto preservare si spiega quasi interamente con l’esigenza saudita di preparare con maggiore gradualità l’opinione pubblica interna alla svolta che potrebbe materializzarsi nel prossimo futuro.

Ma non è escluso che sia stata fatta valere anche una preoccupazione di sicurezza nel contesto delle problematiche relazioni tra il blocco israelo-sunnita in aggregazione e l’Iran, in particolare per evitare di persuadere Teheran che sono in preparazione azioni militari contro la Repubblica Islamica.

Se questa era la finalità, non è stata raggiunta. Intanto, perché nella settimana entrante, Netanyahu andrà anche negli Emirati Arabi Uniti, ovvero nel punto più vicino alle coste della Repubblica Islamica in cui si sarà trovato in tutta la sua vita.

US Secretary of State Mike Pompeo speaks following a security briefing on Mount Bental in the Israeli-annexed Golan Heights, near Merom Golan on the border with Syria, on November 19, 2020. - Sputnik Italia
Per Mosca la visita di Pompeo sulle Alture del Golan è irrispettosa del diritto internazionale
Anche dagli Stati Uniti inoltre sono giunti segnali ambigui. Oltre ad inviare Pompeo nell’area, Trump ha emanato un ordine di rimpatrio che nelle sue intenzioni dovrebbe drasticamente ridurre l’impronta militare americana in tutto il Medio Oriente allargato. Ma al contempo è stato “temporaneamente” rischierato nell’area anche un B-52 armato fino ai denti, tanto per segnalare a tutte le potenze regionali che comunque l’America un occhio continua a tenerlo puntato sull’area.

Quindi ci ha messo del suo anche la stampa d’Oltreoceano, dando risalto ad un’indiscrezione non si sa quanto attendibile, secondo la quale proprio Trump avrebbe chiesto un piano per distruggere gli impianti che stanno sviluppando il programma nucleare iraniano, pur precisando che il Presidente in carica avrebbe comunque scartato l’idea.

In effetti, sicuramente c’è chi rema in quella direzione, dentro e fuori l’America, anche per rendere più difficile a Biden di negoziare la piena riattivazione degli accordi di Ginevra con i quali le ambizioni di Teheran erano state provvisoriamente congelate.

Truppe USA in Afghanistan - Sputnik Italia
Gli USA congelano il ritiro di truppe dall'Afghanistan
Pare tuttavia poco probabile che fra i sostenitori di un’iniziativa militare di maggiori proporzioni contro la Repubblica Islamica vi sia proprio quel Trump che ha fatto di tutto per porre fine agli interventi armati degli Stati Uniti in Medio Oriente.

La sensazione che qualcosa stia bollendo in pentola è comunque forte e probabilmente l’ha avvertita anche il Presidente americano uscente, inducendolo ad esigere la predisposizione di opzioni.

Forse israeliani e sauditi pensano ad un attacco limitato contro l’Iran che potrebbe comunque trascinare l’America in un conflitto suo malgrado, o magari stanno tutti soltanto cercando di confondere le acque, per convincere il regime degli ayatollah a cambiare atteggiamento e piegarsi prima del prossimo 20 gennaio.

Gli spazi per una soluzione di questo tipo sono stati tuttavia immediatamente chiusi: il presidente iraniano Hassan Rohani ha infatti fatto un’importante apertura nei confronti del President-Elect, affermando che il ritorno al JPCOA, l’accordo comprensivo sul nucleare di Teheran siglato a Ginevra, è possibile, ma non prima dello scambio delle consegne alla Casa Bianca.

Carri armati turchi - Sputnik Italia
Presenza militare turca in Qatar è "emergenza" per Stati del Golfo - Diplomatico Emirati Arabi
Si stanno infine dando da fare anche Turchia e Qatar. L’emiro Tamim si è infatti recato ad Ankara, dove sono state strette numerose intese bilaterali, che verosimilmente rinsalderanno l’asse tra i due paesi, già dotato da tempo di apprezzabili aspetti finanziari ed una significativa dimensione militare. Nulla sembra quindi far credere che il “grande scisma” in atto nel mondo sunnita tra sostenitori e nemici dell’Islam Politico sia sul punto di ricomporsi.

Tale circostanza creerà senza dubbio più di un grattacapo al futuro Presidente degli Stati Uniti. Entrambi gli schieramenti in cui si sono divisi i sunniti mediorientali sono composti da paesi alleati degli Usa, ma nessuno è davvero in grado di anticipare le prossime mosse dell’Amministrazione che subentrerà al potere a Washington tra poco più di 50 giorni.

A parole, Biden e i democratici sono interessati più alla promozione dei valori occidentali che alla stabilità. Inoltre, nelle stanze dei bottoni torneranno presto alcuni degli uomini che hanno concorso all’elaborazione della politica fatta da Barack Obama ed Hillary Clinton nei confronti delle cosiddette “Primavere Arabe”.

La situazione odierna, tuttavia, non è quella del 2016 e neanche quella del 2009. Molte cose sono cambiate e molto profondamente. Quanto osserviamo oggi riflette probabilmente le strategie messe in campo dai principali attori mediorientali per presentarsi nelle migliori condizioni possibili all’appuntamento con la nuova America di Biden.

Signes routiers «Irak» et «Arabie saoudite» - Sputnik Italia
Iraq e Arabia Saudita riaprono confine chiuso da trent'anni
I sauditi avranno forse da temere per le pressioni che verranno esercitate nei loro confronti sul versante dei diritti umani, peraltro sostenuti più discretamente e meno intrusivamente anche dall’amministrazione Trump, ma le politiche climatiche promesse da Biden potrebbero restituire strategicità al petrolio di Riyahd, consigliando a Washington maggiore realismo e prudenza.

Per ragioni non troppo diverse, a dispetto della possibile tentazione americana di tornare a sostenere gli alleati regionali di Ankara in nome della democratizzazione del Medio Oriente, gli Stati Uniti potrebbero esigere maggior moderazione anche dalla Turchia.

L’effetto finale sarebbe a quel punto un nuovo equilibrio regionale di potenza, inevitabilmente diverso tanto da quello perseguito a suo tempo da Obama quanto da quello promosso da Trump, pur riflettendo le conseguenze delle politiche realizzate da entrambi. In ogni caso, la storia andrà avanti.

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