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Violenza sulle donne, quando il sistema giudiziario di tutela non funziona

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I numeri sui femminicidi in Italia anche questo anno sono allarmanti: sono 91 le donne le donne uccise, 1 donna ogni 3 giorni. Le violenze contro le donne purtroppo sono un fenomeno sempre attuale e il lockdown è diventato un acceleratore del femminicidio. Il sistema giudiziario di tutela delle donne vittime di violenza però non funziona.

Le donne che subiscono violenze in molti casi non denunciano, soprattutto se l’aggressore è un parente. Chi trova il coraggio di denunciare spesso si scontra con un accesso complicato alla giustizia e con lunghi ritardi da parte dei tribunali. Nell’ottobre di quest’anno il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa ha bocciato nuovamente l’Italia, responsabile di ostacolare l’accesso alla giustizia alle donne vittime di violenza.

Per lottare contro la violenza sulle donne non basta celebrare il 25 novembre, evidentemente vi è la necessità di tutelare le donne facendo prevenzione e semplificando l’accesso alla giustizia. Come dovrebbe essere strutturato tale sistema? Sputnik Italia ha raggiunto per un’intervista in merito Antonella Veltri, presidente di D.i.R.e – Donne in rete contro la violenza.

— Antonella Veltri, il lockdown e la pandemia hanno peggiorato la situazione legata alla violenza contro le donne? Come?

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— Anche i centri D.i.Re hanno avuto questa percezione, perché le donne chiuse in casa con i partner maltrattanti hanno avuto bisogno di un supporto molto più intenso da parte delle operatrici.Ecco, molte donne in questa situazione si sono trovate chiuse in casa con i partner violenti e dopo un iniziale calo delle telefonate, il lavoro dei nostri centri è cresciuto in maniera esponenziale, al punto che le donne seguite in un mese sono state quasi 3.000 contro le 1.650 circa seguite mediamente al mese nel 2019.

Mentre per molte altre, quelle che non avevano mai contattato un centro antiviolenza prima del lockdown, è diventato molto più difficile farlo, perché convinte che tutto fosse chiuso, anche i centri antiviolenza, e perché non sapevano dove trasferirsi non potendo andare da parenti o amici, cosa che molte donne fanno quando decidono di dire basta.

A conferma di questa difficoltà c’è un dato: le donne che si sono rivolte per la prima volta a un centro antiviolenza D.i.Re nel 2019 sono state il 71 per cento del totale, durante nei mesi di marzo e aprile, con il lockdown, sono state il 30 per cento di tutte le donne a cui i centri hanno offerto supporto.

— l'Italia è stata bocciata dall'UE per quanto riguarda l'applicazione delle leggi per tutelare le vittime di violenze. Quali sono i tempi di risposta dei tribunali alle denunce?

— Come abbiamo evidenziato con la campagna “Violenza sulle donne. In che Stato siamo?” – una serie di video con cui stiamo diffondendo le raccomandazioni del GREVIO, il Gruppo di esperte sulla violenza contro le donne del Consiglio d’Europa a seguito del monitoraggio sull’applicazione della Convenzione di Istanbul in Italia – il sistema giudiziario non riesce ancora a tutelare adeguatamente le donne.

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Anche se il Codice rosso ha stimolato una accelerazione della presa in carico delle denunce da parte delle Procure, le carenze di organico e la mancanza di magistrati adeguatamente formati sulla violenza contro le donne fanno sì che non sia fatta una adeguata valutazione del rischio, non siano attivate tempestivamente misure di protezione, ad esempio l’allontanamento del maltrattante, oppure la violenza maschile contro le donne sia rubricata come conflitto familiare, con un disconoscimento totale della parola delle donne.

E nelle aule dei tribunali le donne continuano a non essere credute e perdura una visione stereotipata e sessista delle donne, ritenute corresponsabili della violenza che hanno subito. Come d’altronde fanno spesso anche i media, ne abbiamo esempi continuamente.

— Come dovrebbe essere strutturata la tutela delle donne che hanno subito violenze? Quanto è importante il tempismo in questa materia?

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— Esistono oggi – giustamente – numerosi attori che agiscono nel sistema antiviolenza: i centri antiviolenza, che recentemente in un incontro organizzato dalla Commissione femminicidio del Senato sono stati riconosciuti anche dal Presidente del Consiglio e dalla la ministra per le Pari opportunità Elena Bonetti come la “spina dorsale” di questo sistema. E poi forze dell’odine, magistratura, servizi sociali, servizi sanitari. Ma se ci limitiamo a questo elenco, ci limitiamo a guardare alle donne che hanno subito violenza.

Mentre i centri antiviolenza della rete D.i.Re da sempre hanno investito enormi risorse, tempo e creatività per la prevenzione della violenza, ovvero il cambiamento degli atteggiamenti e comportamenti radicati nella struttura patriarcale della nostra società, che finiscono per condonare, minimizzare, tollerare la violenza maschile contro le donne. Occorre fare uno sforzo molto più ampio, creativo e adeguatamente sostenuto con risorse pubbliche, per affermare finalmente i diritti e la libertà di scelta delle donne, alla pari con gli uomini.

— Qual è il ruolo delle associazioni sul territorio per dare sostegno alle vittime di violenze?

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— Le associazioni delle donne, le Case delle donne e i centri antiviolenza, sono presidi essenziali per il sostegno delle donne che hanno subito violenza. Ma devono avere risorse sufficienti, certe e con una programmazione di lungo periodo – almeno triennale – per poter strutturare il loro lavoro in maniera sostenibile. E devono essere messi al centro di reti territoriali – a livello locale, regionale e nazionale – che condividano la lettura femminista della violenza di genere, che ne ha svelato la natura di fenomeno strutturale, per avviare azioni davvero coordinate e incisive non solo per il supporto delle donne, ma anche per la prevenzione di lungo periodo per le donne.

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