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Dalle nomine di Biden un forte segnale di discontinuità rispetto a Trump

© AFP 2021 / Angela WeissJoe Biden
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Dall’Ufficio del President-Elect, un organismo di nuova creazione, inedito nella prassi della Transition americana come tante altre cose che stanno accadendo in questo periodo, sono giunti il 23 novembre i nominativi delle personalità che occuperanno alcune tra le posizioni più importanti della futura Amministrazione.

In particolare, Joe Biden ha indicato in Jack Sullivan il proprio Consigliere per la Sicurezza Nazionale e in Tony Blinken l’uomo che guiderà il Dipartimento di Stato, mentre all’Onu andrà in qualità di rappresentante permanente Linda Thomas-Greenfield, una diplomatica di lungo corso, particolarmente versata in questioni africane.

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Si tratta di ruoli cruciali, perché il Consigliere per la Sicurezza Nazionale è responsabile del potente National Security Council ospitato nell’Eisenhower Building che si trova a fianco della Casa Bianca e normalmente incontra il Presidente degli Stati Uniti ogni giorno.

Al Segretario di Stato incombe invece il compito di coordinare l’azione diplomatica dell’America sia a livello bilaterale che nei tanti consessi multilaterali di cui gli Stati Uniti sono parte. Quanto alla rappresentanza permanente al Palazzo di Vetro, la persona alla sua testa è membro di diritto del National Security Council ed è quindi presente a tutte le riunioni di vertice di questo organismo, che diventa centrale in costanza di crisi.

L’impressione suscitata dai nomi di cui si è avuta notizia è che Biden intenda imprimere un deciso segno di discontinuità rispetto alla gestione trumpiana della politica estera e di sicurezza nazionale. È forte altresì la sensazione che il nuovo Presidente non abbia saputo resistere alla tentazione di riportare indietro l’orologio della storia al 19 gennaio 2017, se non addirittura più indietro.

Di Jack Sullivan va detto che aveva già occupato la posizione di Consigliere per la Sicurezza Nazionale dell’allora Vicepresidente Biden, ma nel suo curriculum spicca anche la forte contiguità ad Hillary Clinton.

All’epoca della prima corsa alla Casa Bianca della ex First Lady, nel 2008, Sullivan occupò infatti la posizione di vice direttore politico della sua campagna elettorale, passando poi alle dipendenze di Barack Obama, che preparò ai dibattiti televisivi che lo contrapposero a John McCain.

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Durante il suo mandato al Dipartimento di Stato, Sullivan raggiunse quindi il livello di vice capo staff di Hillary, assumendo anche la guida del Policy Planning, prima di raggiungere Biden nel febbraio 2013. Gli sono stati attribuiti apporti rilevanti all’elaborazione della politica adottata dagli Stati Uniti nei confronti di Libia e Siria nella stagione delle Primavere Arabe.

Per conto dell’Amministrazione Obama, inoltre, Sullivan prese parte anche al processo negoziale che avrebbe condotto agli accordi di Ginevra con l’Iran, in particolare partecipando ad una serie di incontri segreti svoltisi in Oman.

Quanto a Tony Blinken, è stato Consigliere per la Sicurezza Nazionale del Vicepresidente Biden proprio prima di Jack Sullivan, ovvero dal 2009 al 2013, quindi vice Consigliere per la Sicurezza Nazionale di Barack Obama tra il 2013 e il 2015 ed infine vice-segretario di Stato.

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In queste posizioni, gli è stato riconosciuto un ruolo significativo nell’istruzione delle politiche adottate nei confronti di Afghanistan e Pakistan, nonché in relazione al negoziato con l’Iran e, soprattutto, nella definizione della risposta americana al ritorno della Crimea alla Russia, quando sostenne la necessità di colpire con sanzioni mirate le personalità pubbliche più in vista, ma anche alcuni settori della società civile.

Dopo l’ascesa di Trump alla Casa Bianca, Blinken ha lavorato come esperto di politiche globali per la Cnn fino alla vigilia della nuova nomina. Si è fatto notare anche per un articolo redatto a quattro mani assieme a Robert Kagan, un esponente di spicco della componente più interventista del mondo conservatore americano, pubblicato il 1° gennaio 2019 e contenente forti critiche all’approccio trumpiano dell’America First.

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Il combinato disposto di queste due nomine lascia intuire cambiamenti importanti, sia nella postura globale degli Stati Uniti che nelle scelte che verranno fatte in alcune aree cruciali, confermando la differenza di fondo esistente tra la visione di Biden e quella di Trump.

Gli Stati Uniti tenteranno il re-engagement, provando a fermare il retrenchment accelerato da Trump. In questo, gli architetti delle nuove politiche si gioveranno senza dubbio del sostegno delle migliori risorse esistenti nell’establishment e nell’accademia americana.

Ma è tutto da vedere fino a che punto potrà spingersi la restaurazione che si accingono ad intraprendere, come se nulla fosse accaduto, invertendo un trend di lungo periodo al disimpegno che ha avuto tra i suoi interpreti lo stesso Presidente Obama e ha goduto di un indubbio sostegno popolare.

È ragionevole ipotizzare che il re-engagement non assumerà la veste di un ritorno di fiamma agli anni dell’interventismo militare spinto, ma quella di una rinnovata pressione sui governi i cui valori non rispecchiano quelli prevalenti negli Stati Uniti, che sarà esercitata offrendo sostegno e riconoscimento alle opposizioni o con misure economiche.

La prassi introdotta recentemente da Trump, di considerare legittimo qualsiasi interlocutore ufficialmente investito del potere di dirigere e rappresentare uno Stato estero, sarà conseguentemente abbandonata in modo più o meno brusco.

Tale circostanza si riverbererà molto probabilmente non soltanto sulla Russia, ma anche su diversi paesi che intrattengono formalmente rapporti cordiali con gli Stati Uniti, come l’Arabia Saudita e, probabilmente lo stesso Egitto.

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Una rivisitazione delle relazioni bilaterali con l’Iran è altresì probabile, seppure non nei termini che forse si attendono a Teheran tutti coloro che hanno rifiutato di trattare con Trump.

Tra le persone che Biden ha appena selezionato per ottenerne i consigli o concretizzare la sua politica estera esiste infatti un consenso significativo circa l’opportunità di abbandonare la politica della “massima pressione” adottata nei confronti della Repubblica Islamica per indurla a trattare, ma anche in merito alla necessità di non smontare tutto l’apparato sanzionatorio che è stato costruito in questi anni.

Quindi, forse si rinuncerà alle misure specificamente collegate all’avanzata del programma nucleare iraniano, ma non a quelle imposte contro Teheran in ragione delle sue attività internazionali. E magari se ne aggiungeranno di nuove per modificarne eventualmente anche la politica interna.

Con la Cina, definita competitrice più che rivale, si dovrà inoltre negoziare, ma da una posizione migliore, coinvolgendo gli alleati europei e tutti coloro che avranno interesse a farlo e condivideranno i valori dell’America.

Probabilmente si rinuncerà però alle guerre commerciali, che per Trump non sono state soltanto un sistema per riequilibrare gli scambi e rilanciare le manifatture statunitensi, ma anche una forma di embargo strategico mascherato, volto a rallentare la crescita del potenziale economico e militare della Repubblica Popolare.

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Al quadro manca ora solo la designazione della personalità che dirigerà il Pentagono, posizione per la quale circola tuttavia con una certa insistenza il nome di Michele Flournoy, già sottosegretaria alla Difesa tra il 2009 e il 2012, con trascorsi significativi nelle amministrazioni dirette da Bill Clinton.

La Flournoy siede nel consiglio d’amministrazione dell’Atlantic Council, un think tank noto per le posizioni visceralmente antirusse assunte nel contesto delle proprie ricerche sulle presunte attività intraprese dagli hacker di Mosca per orientare il voto americano del 2016.

Vedremo presto se anche la Flournoy si unirà al team che si occuperà della politica estera e di sicurezza nazionale per conto del Presidente Biden. La direzione di marcia è comunque già abbastanza chiara, si tratterebbe solo della conferma finale.

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