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Incubo focolai negli allevamenti di visoni, gli animalisti: "Vanno chiusi"

© Sputnik . Oleg Lastochkin / Vai alla galleria fotograficaUn visone in gabbia
Un visone in gabbia - Sputnik Italia
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Secondo un'inchiesta del Guardian ceppi mutati del Sars Cov-2 provenienti dai visoni sarebbero già stati riscontrati nei pazienti di sette Paesi. Ed è polemica sugli allevamenti intensivi italiani. Gli animalisti della LAV: "Sono un pericolo, devono essere chiusi".

Gli allevamenti di visoni continuano a fare paura da quando in Danimarca è stata scoperta in questi animali una mutazione del Sars Cov-2 trasmissibile all’uomo, che rischia di compromettere l’efficacia dei vaccini attualmente in sperimentazione.

Ieri, secondo quanto riferisce l’Adnkronos, alcuni dipendenti di un allevamento svedese si sono contagiati. Non è ancora chiaro se il ceppo del virus sia lo stesso degli animali infetti o se il passaggio sia avvenuto da uomo a uomo.

Intanto il quotidiano britannico Guardian, ieri ha annunciato come questo tipo di mutazioni collegate al visone negli esseri umani si siano già registrate nei pazienti in almeno otto Paesi, inclusa la Danimarca. Tra questi ci sono i Paesi Bassi, il Sudafrica, la Svizzera, le Isole Faroe, la Russia e gli Stati Uniti.

Secondo gli esperti interpellati dallo stesso giornale, le nuove varianti di Covid possono essere arrivate in questi Paesi attraverso “spostamenti di persone, animali o beni”.

Quello che è certo, denunciano gli animalisti della LAV, è che “gli allevamenti di visoni, destinati alla produzione di pellicce, sono una minaccia globale per la salute pubblica”.

Per questo la stessa associazione ha scritto al premier Giuseppe Conte, al ministro della Salute, Roberto Speranza, e ai membri del comitato tecnico scientifico, per chiedere la chiusura degli otto allevamenti italiani che ospitano circa 60mila esemplari.

Allevamenti che, denuncia la LAV, causano “gravi privazioni” nei visoni, “prevedendo una convivenza forzata tra animali che in natura vivrebbero soli, per di più in gabbie minuscole, che in genere misurano 35X70cm e 45cm di altezza”.

Come è successo in Danimarca con l’abbattimento preventivo di 17 milioni di capi, anche gli animali destinati alla produzione di pellicce, inoltre, “vengono uccisi con il monossido o con il biossido di carbonio in speciali camere a gas”.

Secondo l’inviato di Repubblica, Valerio Lo Muzio, che ha visitato un allevamento intensivo in provincia di Forlì-Cesena, gli animali vivono in spazi limitatissimi, alcuni sono feriti e nelle gabbie ci sono anche “cadaveri”. Condizioni che, nota il giornalista, oltre che provocare sofferenze agli animali, “facilitano la diffusione del Covid”.

La scorsa settimana, i carabinieri dei Nas in collaborazione con i veterinari delle Asl, hanno effettuato prelievi su quasi 2,5mila animali. Negli allevamenti controllati i militari hanno potuto riscontrare il rispetto delle norme di sicurezza e delle procedure anti-contagio.

Intanto, l’assessore alla Sanità della Regione Emilia Romagna, Raffaele Donini, intervistato da Repubblica, si è detto "disponibile a intraprendere un percorso per porre fine agli allevamenti intensivi". La questione non è semplice, visto che questo tipo di attività garantiscono un impiego per centinaia di persone.

Al momento, inoltre, il centro Europeo per il Controllo delle Malattie rassicura sul fatto che "il virus mutato non è né più contagioso né più aggressivo rispetto agli altri". 

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