Coronavirus, i dubbi sulla gestione costituzionale dell’emergenza secondo il giurista Celotto

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Autocertificazioni, lockdown, un burocratese a volte difficilmente interpretabile, divergenze fra Regioni e governo… Durante i mesi di epidemia è stata rispettata la Costituzione e qual è il confine fra i diritti individuali e la salvaguardia della salute pubblica?

Nel libro “La quarantena dei diritti” il giurista Alfonso Celotto si interroga sulla gestione della pandemia da un punto di vista costituzionale.

Sono stati mesi di paura e ansia quelli del lockdown, ma anche di perplessità. Un’emergenza è sempre un’emergenza, ma dal punto di vista costituzionale la gestione dell’epidemia fa nascere dei dubbi al giurista Alfonso Celotto, che analizza i mesi di lockdown nel suo libro “La quarantena dei diritti” edito da Historica Edizioni.

“La nostra Costituzione è la Costituzione di una Repubblica Parlamentare, quindi al centro del sistema vi è il Parlamento. Il sistema che è stato scelto per gestire l’emergenza invece è stato quello dei dpcm ed ha lasciato il Parlamento a parte” sottolinea in un’intervista a Sputnik Italia Alfonso Celotto, professore di diritto costituzionale all’Università Roma Tre, autore del libro “La quarantena dei diritti. Come una pandemia può sospendere le nostre libertà”.

— Professore Celotto, come è stata gestita l’emergenza Coronavirus dal punto di vista costituzionale?

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— Partiamo dalla premessa che l’emergenza è sempre emergenza. Come dicevano i latini “necessitas non habet legem”. Detto questo le regole fondamentali vanno rispettate. Vi sono due profili: da una parte l’emergenza è stata gestita bene, perché in fondo l’Italia ha retto, ne è uscita bene, a parte le difficoltà economiche. Dal punto di vista costituzionale io ho dei dubbi, perché la situazione è stata gestita male. La nostra Costituzione è la Costituzione di una Repubblica Parlamentare, quindi al centro del sistema vi è il Parlamento. Il sistema che è stato scelto per gestire l’emergenza invece è stato quello dei dpcm ed ha lasciato il Parlamento a parte.

— Le regole imposte dal governo servivano per limitare la diffusione dell’epidemia. Dove si trova il limite fra i diritti individuali e la salvaguardia della salute pubblica?

— Non esiste un elenco, una gerarchia di valori. Tutti i diritti fondamentali sono in sé assoluti, non vi è una lista che ti dice quale sia più importante: la salute, la circolazione e il soggiorno, la libertà religiosa e via dicendo. Si tratta di diritti che quando devono essere applicati insieme devono essere bilanciati. Significa che devono essere ponderati caso per caso. Nella nostra situazione avevamo da una parte i diritti classici e dall’altra il diritto alla salute e all’integrità, articolo 32 della Costituzione, il quale rappresenta un interesse collettivo oltre che individuale.

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È stata fatta prevalere la salute rispetto agli altri diritti. Il problema che tutto ciò va fatto con le riserve di legge, cioè facendo intervenire il Parlamento. La riserva di legge non è una garanzia formale, è una garanzia importante, perché il Parlamento è il rappresentante del pluralismo di tutti i cittadini. Il dpcm è un atto di parte, perché il governo è solo una parte, il parlamento è il pluralismo di tutti. Credo molto nella riserva di intervento legislativo ed è quello che non è accaduto.

— Durante l’epidemia ci sono stati forti squilibri anche fra le scelte politiche del governo da una parte e delle Regioni dall’altra, no?

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— C’è stata molta confusione con gli Enti locali, perché anche questi hanno competenza a gestire l’emergenza. Non c’è stato un orientamento unitario, si sono sovrapposte molte indicazioni, ciò ha creato confusione per i cittadini. Le Regioni dicevano una cosa, i comuni facevano altro, lo Stato dava altre direttive ancora. I cittadini non sapevano come comportarsi. Chi prevaleva: il comune, la Regione o il governo? Alla fine ci hanno rimesso i cittadini.

— Che ne pensa delle nuove regole? E inoltre non si rischia un nuovo lockdown?

— Dovrebbe parlare con un indovino, perché nessuno di noi lo sa. Tutti noi speriamo che non ci sia, perché sarebbe pesante come situazione e speriamo che il virus sia finalmente sotto controllo e arrivi il vaccino. Le nuove regole sono imposte di nuovo con dpcm, bisogna vedere cosa accadrà.

— Lo stato d’emergenza comunque sia è prolungato. Non è il caso di attuare delle modifiche costituzionali per regolare al meglio l’emergenza?

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— No, perché la nostra Costituzione ha già tutto. C’è già l’articolo 77, il decreto legge che sarebbe potuto essere utilizzato invece dei dpcm. Se l’emergenza fosse molto più grave e molto più ampia si può intervenire con lo stato di guerra, perché l’articolo 78 della Costituzione dice che in caso di guerra il Parlamento dà i poteri necessari al governo. Certo questo interpretando in maniera estensiva il concetto di “guerra”, non è solo la guerra nel senso classico della parola, può trattarsi anche di una grande epidemia. Uno dei più grandi costituenti italiani, Piero Calamandrei, disse più volte che abbiamo fatto una Costituzione presbite, che guarda lontano. È una Costituzione che contiene tutto, regole valide per tutti i casi.

— In futuro andrebbero semplicemente applicate le leggi che già esistono?

— Bastano le leggi che abbiamo, se mai dovessero esserci nuove emergenze con le nostre leggi si possono risolvere benissimo.

— In chiusura potrebbe dirci su cosa si è focalizzato nel suo libro “La quarantena dei diritti”?

— È un libro che fa la cronaca di quei giorni, ho raccolto 30 miei articoli pubblicati in quelle settimane. È una testimonianza calda che ci fa ricordare giorno per giorno cosa abbiamo vissuto. Gli articoli scritti in quei giorni trasmettono i sentimenti con cui sono stati scritti. I singoli articoli sono sulle autocertificazioni, sulle incertezze, sui provvedimenti regionali, sulla ripresa del campionato, sul vocabolario del burocratese, sul problema dei congiunti, sulle task force. Infine vi è un grande commento sulla gestione costituzionale incostituzionale.

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