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Dati Censis: 2,1 milioni famiglie di nuovi poveri. Competitività Italia ferma dal 1995

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Aumentano in Italia le famiglie povere. Secondo il nuovo rapporto Censis si aggiungono ulteriori 2,1 milioni di famiglie che rischiano l'esclusione sociale. Italia ferma dal 1995.

A squarciare il velo della situazione delle famiglie italiane al tempo della pandemia ci pensa l’indagine Censis – Confcooperative dal titolo “Covid, da acrobati della povertà a nuovi poveri. La nuova frattura sociale”.

Dal focus emerge che l’Italia eredita ulteriori 2,1 milioni di famiglie “con persone che sono lavoratori irregolari” e la metà di esse, ovvero 1.059.000, “vivono esclusivamente di lavoro irregolare”.

In totale i lavoratori irregolari stimati sono 3,3 milioni e 2,8 milioni sono i working poor, ovvero i lavoratori poveri, cioè persone che restano povere pur lavorando a causa del basso reddito guadagnato a fine mese.

Fermi dal 1995

La sentenza del rapporto Censis è impietosa: “Il paese vede la sua competitività ferma al palo dal 1995.”

Quanto afferma il presidente di Confcooperative, Maurizio Gardini, che ha commissionato l’indagine al Censis, è una sferzata alla nazione.

“Abbiamo un’occupazione più bassa della media europea. Un deficit che è cresciuto di 20 punti e un Pil che chiuderà con un rosso a due cifre sfondando il tetto del 10%. Abbiamo una geografia sociale ed economica del Paese molto sbilanciata con poco meno di 23 milioni di lavoratori, oltre 16 milioni di pensionati, 10 milioni di studenti (con una formazione che non è sempre d’eccellenza) e oltre 10 milioni di poveri.”

Pagheremo i debiti?

Ma Gardini si esprime anche sul debito dell’Italia e sul Recovery fund a cui il nostro paese vorrebbe accedere indebitandosi ulteriormente per i prossimi decenni.

“Il problema non è il deficit, – afferma Gardini – ma la capacità o meno di poterlo pagare. In merito al Recovery Fund subito risorse per politiche strutturali che tendano sia alla salvaguardia dell’attuale occupazione, ma soprattutto alla creazione di nuovo lavoro. Solo rilanciando innovazione, competitività e occupazione potremo far fronte ai debiti che abbiamo contratto, ridurre le diseguaglianze e costruire un modello di Paese più equo, più sostenibile».
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