Gli USA devono la loro intelligenza alle menti cinesi

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Gli USA, introducendo restrizioni all’ingresso nel Paese degli scienziati cinesi, si privano del proprio principale vantaggio concorrenziale, ossia le risorse intellettuali di primo rilievo.

Questa è la conclusione a cui sono giunti i ricercatori del Centro Marco Polo presso il Paulson Institute. Secondo loro, il contributo degli scienziati cinesi nella scienza americana è fondamentale, pertanto le limitazioni introdotte dall’amministrazione Trump relative all’ingresso nel Paese di scienziati e ingegneri cinesi non fanno che minare il primato statunitense nel settore delle scienze ad elevato contenuto tecnologico, incluse quelle relative all’intelligenza artificiale.

I ricercatori del Marco Polo hanno analizzato gli studi più citati e di maggior successo sul tema dell’intelligenza artificiale che sono stati presentati l’anno scorso su riviste scientifiche e conferenze di settore. In particolare, tra gli studi presentati al maggiore evento settoriale annuale, ossia la Conference on Neural Information Processing Systems, più della metà erano scritti da scienziati provenienti da istituti di ricerca e società statunitensi: Google, Microsoft Research, l’Università di Stanford, l’Università Carnegie Mellon, il MIT di Boston. Di questi studi il 30% è stato effettuato da ricercatori cinesi. La maggior parte di loro ha conseguito il diploma di scuola superiore in Cina e poi si è recata negli USA per completare la formazione accademica. Stando alle stime del Marco Polo, 9 scienziati cinesi su 10 ad aver conseguito la laurea negli USA sono rimasti a lavorare in questo Paese.

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Il sistema accademico statunitense, nonché l’atmosfera positiva in cui operano gli scienziati statunitensi, hanno attirato nel Paese per decenni le migliori menti da tutto il mondo. Oggi l’orgoglio dell’America sono le grandi società e le scoperte del settore tech che in parte devono il loro prestigio a scienziati che non sono americani. Il fondatore di Google è Sergey Brin di origini russe. Il fondatore di Nvidia è il cinese Jen-Hsun Huang. Fei-Fei Li della Università di Stanford ha contribuito alle tecnologie attuali dell’apprendimento automatico e del riconoscimento di pattern, ha inoltre svolto un ruolo decisivo nella gestione del progetto Maven del Pentagono. L’elenco potrebbe continuare.

Nell’ambito delle ricerche sull’intelligenza artificiale gli USA continuano a mantenere il proprio primato globale. E sebbene la Cina si sia posta l’obiettivo di conseguire il primato globale in questo settore entro il 2030, al momento il Paese vanta solamente un vantaggio inconfutabile, ossia l’ingente quantità di dati. Ma il primato nelle altre componenti necessarie per sviluppare l’IA quali personale qualificato, ricerche fondamentali, strumentazione tecnica (es. chip) è appannaggio statunitense. La Cina, comprendendo quanto sia vitale sviluppare il capitale umano, sta investendo per attrarre esperti altamente qualificati. A favore degli scienziati stranieri vengono introdotte semplificazioni del regime di visti e vengono ridotte le barriere amministrative.
Le società e i centri di ricerca cinesi sono in grado di offrire loro anche stipendi più elevati di quelli della Silicon Valley.

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Tuttavia, la maggior parte degli scienziati cinesi ha preferito per il momento rimanere negli USA. Il clima scientifico favorevole creatosi negli anni, nonché l’ambiente che favorisce lo scambio di informazioni valgono per gli scienziati più dei lauti stipendi e delle altre concessioni. Adesso, però, le autorità statunitensi hanno deciso di occuparsi anche degli scienziati stranieri. Hanno cominciato a limitare i contatti con gli istituti e i ricercatori stranieri. Intendono limitare l’ingresso degli scienziati cinesi negli USA. Persino gli studenti che hanno studiato in atenei cinesi o lavorato in centri di ricerca cinesi (legati al comparto militare-industriale cinese) potrebbero ora vedersi negato l’ingresso negli USA. Così facendo Washington sta solo beneficiando Pechino. Ciò che la Cina non riusciva a fare nemmeno offrendo molto denaro era attrarre specialisti. Ora però sono proprio gli USA che stanno aiutando Pechino nel suo intento, sostiene Li Kai, esperto cinese dell’Università dello Shanxi.

“Stando alle statistiche, sono molti gli scienziati cinesi ad essersi formati negli USA, ad aver pubblicato studi su riviste autorevoli e ad aver partecipato all’implementazione di tali ricerche negli USA. Se gli USA intendono distanziarsi completamente dalla Cina nell’ambito delle tecnologie all’avanguardia (quali l’IA) ed espellere gli scienziati cinesi dagli USA, si registrerà all’interno degli USA un rallentamento nello sviluppo dell’IA e si contribuirà al contempo all’accelerazione dello sviluppo di questo settore in Cina. Spesso si sente dire che l’intelligenza dell’America sta nelle menti cinesi. Dunque, gli USA devono pensare bene quanto sia intelligente una decisione del genere. Dopotutto è come se gli USA cedessero alla Cina i loro scienziati più preparati. Si tratta di scienziati che hanno studiato a lungo, che frequentano da tempo l’ambiente e hanno già conseguito dei risultati. La Cina inizialmente ha tentato di attrarre questi specialisti. Ma ora sono gli USA stessi a mandare in Cina gli scienziati che non ci volevano andare”.

Gli USA stanno tentando di limitare gli scambi scientifici con la Cina con il pretesto della sicurezza nazionale. Come se la Cina potesse impiegare le tecnologie statunitensi nei propri programmi di integrazione civile-militare. Queste sono le ragioni alla base del divieto di impiego di tecnologie americane nella produzione di chip destinati alla società cinese di telecomunicazioni Huawei, nonché alla base dell’inserimento nella lista nera del Ministero statunitense del Commercio di diversi istituti di ricerca e società cinesi.

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Al Marco Polo riconoscono che da un alto non è insolito che gli USA limitino l’accesso di esperti stranieri a progetti segretati di natura militare. Simili rigide restrizioni vigono in ogni Paese, è normale prassi. Tuttavia, l’apprendimento automatico e l’intelligenza artificiale sono un settore del tutto diverso. Moltissimi dati e ricerche fondamentali sono comunque ad accesso libero. Le piatteforme con codice aperto per allenare l’IA in applicazioni concrete quali TensorFlow o Pytorch esistono da diversi anni. Tuttavia, non tutti possono trarre beneficio da questa situazione e fare progressi nella ricerca: questo è possibile solo attraendo specialistici estremamente qualificati.

La retorica del gioco a somma zero che le autorità statunitensi stanno tentando di applicare al settore scientifico potrebbe alla fine dei conti rivoltarsi contro gli USA. Un esito simile l’hanno sortito già altre restrizioni imposte contro le società cinesi dall’amministrazione statunitense. Il divieto di fornitura di chip ha fatto sì che i produttori cinesi, fra cui anche Huawei, abbiano cominciato a concludere accordi con fornitori di altri Paesi quali la coreana Samsung. E il giro di vite sulle regole in materia di offerta delle azioni delle società cinesi sulle borse americane impone ai cinesi di attirare capitale mediante altre piattaforme finanziarie quali quelle di Londra od Hong Kong.

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