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Tutti per uno: l’immunità di gregge al COVID-19

© Sputnik . Alessandro Rota / Vai alla galleria fotograficaTuristi in mascherine a Milano
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A Mosca in più del 14% dei soggetti testati è stata rilevata la presenza di anticorpi al SARS-CoV-2, ha comunicato la vicesindaca Anastasiya Rakova.

Secondo la funzionaria, questo sarebbe la riprova di una maggiore immunità di gregge. Sputnik ha cercato di capire se questa immunità sia in grado di tutelare l’intera popolazione, in particolare i gruppi di rischio, durante la seconda ondata dell’epidemia.

In teoria è facile

L’espressione “immunità di gregge” è stata coniata dagli scienziati dell’Università di Manchester circa un secolo fa. Questi scienziati hanno infettato alcune cavie con il virus della salmonella e hanno verificato la velocità di diffusione dell’infezione. È emerso che nei luoghi in cui si concentravano molti animali i quali avevano sviluppato una difesa l’epidemia rallentava e la mortalità diminuiva. Le cavie infettate non trasmettevano l’infezione ad altri.

In quegli anni era fondamentale difendersi da patologie che colpivano un gran numero di bambini quali la difterite, il vaiolo e la poliomelite.

Mediante il concetto di immunità di gregge si dimostrò la necessità di una vaccinazione su larga scala. I vaccini scatenano nell’organismo una risposta immunitaria la quale fa sì che il soggetto non si ammali e veicoli l’infezione. Se si vaccinassero tutti, la malattia scomparirebbe.

L’immunità di gregge è l’unico modo per contenere la diffusione di patologie quali morbillo, rosolia e parotite. Le ricerche hanno dimostrato che i focolai si registrano nelle popolazioni con un numero molto elevato di soggetti immuni a queste infezioni, siano essi non vaccinati o asintomatici, come nel caso del vaiolo.

Negli anni ’70 alcuni matematici hanno proposto un modello per stimare l’immunità di gregge. Il parametro fondamentale è R0, ossia il numero di riproduzione di base, il quale indica quanti soggetti in media può contagiare un malato della data patologia. Ammettiamo che R0 sia uguale a 2, ciò significa che un soggetto ne contagia altri due, ognuno dei quali ne contagerà a sua volta altri due e così via. Ma se uno dei due è immune all’infezione, la catena di trasmissione del contagio si spezza con lui.

Per calcolare il numero di soggetti immuni necessari in una popolazione per evitare i focolai, si utilizza la formula (R0 − 1)/R0. Nel nostro esempio, il numero degli immuni dovrà essere la metà del totale per evitare il focolaio.

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Maggiore è R0, più è contagiosa la malattia e maggiore sarà il numero di immunizzati necessario per formare l’immunità di gregge. Per il morbillo R0 = 18. Ciò significa che l’immunità di gregge viene azionata quando il 95% della popolazione è vaccinato. Per l’influenza l’indice scende a solo 1,8. Ma poiché non vengono effettuate vaccinazioni su larga scala per questa tipologia di virus, la maggior parte delle volte le autorità prediligono la strategia della vaccinazione mirata, ossia quella rivolta unicamente agli strati della popolazione che possono contribuire alla diffusione. Negli anni ’90 in Giappone si vaccinava contro l’influenza su base obbligatoria. Questo ha ridotto l’incidenza e la mortalità tra gli anziani.

Il modello si complica

Il vaiolo è stato completamente debellato verso la fine degli anni ’70. Mentre la poliomelite e il morbillo, nonostante le vaccinazioni su larga scala effettuate sui neonati per mezzo secolo, non sono stati debellati. Perché? Di fatto, l’immunità di gregge è un fenomeno più complesso di quanto l’avessero inteso i teorici. Infatti, non sempre l’immunità viene attivata e questo accade per una pluralità di ragioni.

Ad esempio, non tutti i vaccini scatenano una reazione immunitaria di uguale intensità. I soggetti che presentano una difesa debole o assente devono essere rintracciati e immunizzati in maniera maggiore.

Un altro problema riguarda il diverso comportamento dei soggetti all’interno di un gruppo e tra gruppi diversi. Questo, infatti, influisce sulla velocità di diffusione. Per calcolare R0 e considerare al contempo queste variabili, si ricorre a una funzione complessa.

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Inoltre, nelle simulazioni di default si considera che i soggetti vengano vaccinati in modalità casuale. Ma se la vaccinazione mirata viene effettuata solamente ai gruppi a rischio, in linea teorica l’immunità di gregge può essere attivata più facilmente, come nel caso dell’influenza stagionale. Tuttavia, questo non accade se in un unico luogo si concentra un elevato numero di soggetti contagiati. In tal caso, sarà impossibile evitare il focolaio. Questo scenario si verifica anche con il morbillo e la poliomelite diffusisi negli ultimi anni in alcune comunità religiose e tra i no-vax.

I no-vax sono un gruppo di cui è difficile tener conto nelle formule. Le motivazioni che li spingono a questa scelta sono diverse: povertà, mancanza di tempo, paura del presentarsi di conseguenze negative. Sapendo che all’interno della comunità è attiva l’immunità di gregge e che probabilmente la probabilità di contagio è pari a zero, questi soggetti contano sull’impegno altrui per assicurarsi la salute.

Coronavirus ancora a lungo?

Quando è cominciata l’epidemia di nuovo coronavirus, la maggior parte dei Paesi ha introdotto misure di isolamento finalizzate a contenere l’infezione, ridurre il numero di contagiati e desaturare le terapie intensive.

La Svezia, però, ha adottato un approccio diverso. Sebbene non l’abbiano dichiarato espressamente, le autorità hanno prediletto una strategia finalizzata all’attivazione dell’immunità di gregge. Considerato che R0 nel SARS-CoV-2 è pari circa a 2,5, è necessario che circa il 60% della popolazione diventi immune (ossia si ammali per via naturale in mancanza del vaccino). In un Paese di 10 milioni di abitanti come la Svezia, servono più di 6 milioni di persone per raggiungere l’immunità. Tuttavia, il prezzo di una decisione simile si è rivelato estremamente elevato. L’epidemiologo Anders Tegnell in un’intervista rilasciata ai media locali ha riconosciuto la fallacità di questa scelta. Il 3 giugno la Svezia ha annunciato ufficialmente 41.000 contagiati e 4.500 morti.

Stando ai dati pubblicati, a inizio maggio in Francia circa il 4,4% della popolazione era immunizzato. Questo valore è ben lungi da quello necessario per l’attivazione dell’immunità di gregge.

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A Mosca si registra un indice maggiore, pari al 14%, ma potrebbe variare alla pubblicazione dei risultati dei test degli anticorpi effettuati su scala nazionale.

In un recente articolo comparso sulla rivista Science gli scienziati hanno stimato che l’immunità di gregge al coronavirus negli USA sarà raggiunta verso la metà del 2020. Probabilmente anche prima, qualora si giunga alla creazione di un vaccino. Finché, però, un vaccino non c’è, sarà necessario osservare le misure di distanziamento sociale per almeno altri 2 anni nel caso in cui il virus si consolidi nella popolazione e assuma una frequenza stagionale.  

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