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L’uomo dietro il trono: perché Dominic Cummings è così indispensabile per Boris Johnson

© REUTERS / Simon DawsonDominic Cummings
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Dominic Cummings si è rifiutato di dare le dimissioni dopo aver violato le norme di isolamento spostandosi di 260 miglia da Londra nella contea di Durham, come ha per ben due volte ammesso.

Ma perché il primo ministro Boris Johnson tiene al suo principale consigliere così tanto da rischiare di attirare su di sé l’ira dei media e di molti membri del Parlamento?

Trentacinque deputati Tory hanno chiesto che Dominic Cummings venisse rimosso dall’incarico di consigliere del premier dopo che questi si era rifiutato di dimettersi: infatti, Cummings ha violato per ben due volte le norme di isolamento spostandosi da Londra verso nord per fare visita ai parenti nonostante la moglie fosse risultata positiva al coronavirus.

Nel passato i premier britannici si sono sbarazzati di consiglieri i cui errori avevano provocato dibattiti o li avevano distolti dal loro incarico.

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Ma Jonhson non è disposto a sacrificare Cummings.

Perché?

Sebbene sui social si leggano diverse teorie del complotto secondo cui Cummings abbia qualcosa da rivendicare al primo ministro, non v’è ragione di ipotizzare che stia ricattando Johnson per tenerlo al suo incarico.
La vera ragione potrebbe essere legata alla personalità di mister Johnson e la sua necessità di un sostegno intellettuale.

Secondo Iain Martin, editore del sito Reaction, Johnson “dipende psicologicamente” da Cummings.

Di seguito ciò che ha riportato al sito Politico uno degli alti funzionari della campagna a sostegno della Brexit: “A Boris, in quanto persona concentrata su questioni di carattere più generale, serve un esperto che vada nel dettaglio delle cose. E, in quanto frontman, gli serve una persona per le attività più operative. Dominic possiede queste caratteristiche più di chiunque altro a Westminster, il che lo rende quasi (ma non completamente) insostituibile”.

Johnson, pare, è ben contento di delegare buona parte della strategia politica del Partito conservatore, nonché l’elaborazione dell’ordine del giorno.

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È stato proprio Cummings a mettere a punto la strategia di successo delle elezioni generali del 2019 che si è focalizzata su uno slogan semplice, ma efficace come “Get Brexit Done”.

“Solitamente ai personaggi che stanno dietro le quinte servono anni per diventare protagonisti della storia, ma Cummings non è un consigliere tradizionale. In quanto uomo che ha portato la campagna della Brexit a vincere il referendum del 2016, è uno tra i pochi collaboratori dell’impianto governativo ad essere già di per sé un attore politico chiave. Pensate, ad esempio a Rahm Emanuel, capo di gabinetto della Casa Bianca durante il governo di Obama; ad Alastair Campbell, portavoce di Tony Blair; o a Steve Bannon, ex capo stratega della Casa Bianca sotto Trump”, scriveva sul Financial Times l’anno scorso John McTernan, già direttore delle operazioni politiche di Tony Blair tra il 2005 e il 2007.

Cumming è originario della contea di Durham (com’è emerso in seguito al polverone generato dai suoi recenti viaggi a Barnard Castle), ossia il cuore di quella che un tempo era la regione dei Laburisti.

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Cummings conosce il modo di pensare della gente del luogo ed è riuscito a sfruttare in toto queste conoscenze durante la campagna elettorale guadagnandosi una decina di seggi nei distretti elettorali laburisti e rivolgendosi direttamente agli elettori dei laburisti, ossia i membri della classe operaia che si erano sentiti traditi da Jeremy Corbyn e dal suo team di intellettuali e detrattori londinesi della Brexit.

Sebbene mister Johnson abbia studiato ad Eton e Oxford e rappresenti il classico prodotto di questi due atenei, ama parlare di sé e di Cummings come di iconoclasti.

“La sua visione è centrale nel progetto di Johnson per rimanere al potere. Il primo ministro ha capito che non ce la può fare senza di lui”, ha scritto domenica sul Financial Times Sebastian Payne riferendosi a Cummings. Il 24 maggio Payne ha citato “l’alleato di Johnson” dichiarando che, quando cercava un direttore, “Boris ha capito che Dom era l’unico a poterci far uscire dall’UE e a creare un governo diverso”.

Ad aprile il governo ha chiesto un prestito straordinario di 62 miliardi di sterline ponendo fine agli anni di austerity dei Tory. I funzionari di Whitehall potrebbero spingere Johnson a rinunciare alla promessa elettorale fatta agli elettori delle regioni laburiste per assicurarsi il loro sostegno e che consisteva nel finanziare uno snodo ferroviario nelle Midlands e la ferrovia da Manchester a Leeds.

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Cummings ha l’intelligenza, l’impudenza e l’acume per controbattere ai più alti funzionari statali e per promuovere la visione di Johnson.

L’anno scorso mister McTernan lo ha descritto come un “consigliere militare” e ha scritto: “Molte persone in politica hanno opinioni, ma è raro che abbiano anche progetti… Qui sta la forza di Cummings: è un uomo con un progetto”.

Ciò significa che Johnson non si sbarazzerà di Dominic Cummings o del Piano A. Non si metterà a cercare un Piano B.

Ha la maggioranza dei seggi in Parlamento, 80, e questa settimana ha dimostrato di poter resistere all’insurrezione di metà di quei seggi, o persino di più.

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