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Un incerto futuro per la globalizzazione e il sistema politico internazionale dopo Covid-19

© AFP 2021 / Jerry LampenUna donna lancia un pallone del pianeta Terra
Una donna lancia un pallone del pianeta Terra - Sputnik Italia
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Negli Stati Uniti, e non solo, si è aperto un dibattito sul futuro che ci attende quando finalmente l’incubo del coronavirus sarà uscito dalle cronache delle nostre vite per entrare nel mondo dei ricordi. Nessuno crede che non ci saranno cambiamenti. C’è anzi un certo consenso sul fatto che le novità saranno rilevanti.

Henry Kissinger si è spinto ad affermare che “nulla sarà mai come prima”, mentre Richard Haass ha sostenuto più prudentemente che in realtà si assisterà solo ad un’accentuazione dei trend profondi che erano già presenti nella grande politica internazionale.

Hanno verosimilmente ragione entrambi, perché è senz’altro vero, come afferma Haass, che il Covid ha soltanto accelerato alcune tendenze in corso, ma allo stesso tempo il mutamento in atto ha raggiunto un’intensità tale che non si possono escludere delle soluzioni di continuità. Anche l’argomento di Kissinger è quindi fondato.

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Che gli Stati Uniti e la Repubblica Popolare Cinese si trovassero in rotta di collisione era chiaro ben prima che scoppiasse l’epidemia da coronavirus, ma Covid-19 ha aggravato sensibilmente la rivalità tra questi due paesi, al punto che anche i mercati internazionali cominciano ormai a dare per scontata la ristrutturazione della catena globale del valore.

L’America del presidente Trump sembra intenzionata a promuovere un vasto rimpatrio delle attività produttive statunitensi delocalizzate in Cina e a ridurre fortemente anche gli investimenti finanziari nelle attività del Dragone.

In pratica, Washington sta passando dal livello della guerra commerciale a quello dell’embargo strategico, in precedenza solo implicito, con l’obiettivo non di recuperare posti di lavoro e profitti alle manifatture statunitensi, ma di frenare la crescita economica, militare e politica della Repubblica Popolare, che dal canto suo non sembra affatto intenzionata a ridimensionare le proprie ambizioni, come prova anche il recente annuncio che concerne il potenziamento del suo arsenale nucleare.

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Sull’entità e la direzione che assumerà a breve il cosiddetto reshoring si possono fare solo congetture. C’è chi pensa che l’America si accontenterà di spostare i propri investimenti dalla Cina a qualche paese vicino ritenuto maggiormente affidabile, come i tradizionali alleati regionali degli Stati Uniti, ma anche delle new entry come il Vietnam o, persino, la Corea del Nord, se Trump e Kim Jong-un trovassero un accordo. In questo caso, si assisterebbe ad un rimescolamento di carte, ma la globalizzazione come abbiamo imparato a conoscerla sopravvivrebbe.

Altri però ritengono che si andrà oltre questi adattamenti locali, ovvero verso il totale rimpatrio degli investimenti diretti fatti dagli americani nell’Asia filocinese e la biforcazione degli standard produttivi, che Washington promuoverebbe per isolare la Repubblica Popolare e porla in una posizione simile a quella che ebbe l’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda.

In questo caso, si registrerebbero effettivamente il cosiddetto “decoupling”, ovvero la separazione del sistema economico americano da quello cinese, e la fine della globalizzazione come la conosciamo dagli anni novanta del secolo scorso. Le implicazioni sarebbero molto rilevanti, anche dal punto di vista della sicurezza internazionale.

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La battaglia sull’infrastruttura del 5G sarebbe in questo caso soltanto la prima di una serie. Rispetto ad ogni nuova tecnologia, americani e cinesi inizierebbero infatti a contendersi mercati ed alleati, imponendo agli acquirenti prodotti basati su protocolli tecnici incompatibili e generando l’apparizione di nuove sfere d’influenza.

Non avremmo in prima battuta un ritorno al protezionismo, ma si determinerebbe una situazione che ne ricorderebbe alcuni aspetti molto da vicino perché, anche in assenza di barriere tariffarie o dazi formali, il mercato globale si frantumerebbe seguendo le linee di separazione geografica tra gli standard tecnici esportati dalle due maggiori potenze.

Ogni paese sarebbe continuamente sollecitato a compiere delle scelte di campo, esattamente come già accade a proposito dello scontro che si sta svolgendo tra Huawei e Zte, da un lato, e Nokia ed Eriksson, dall’altro, con la conseguenza di sottoporne a tensione il sistema politico. L’instabilità potrebbe di conseguenza aumentare significativamente.

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In uno scenario simile, è presumibile che gli americani eserciterebbero le loro maggiori pressioni sui propri alleati della Nato, mentre la Repubblica Popolare cercherebbe di espandere la collaborazione avviata con i propri partner della Belt and Road Initiative.

Non è difficile immaginare dove le frizioni saranno maggiori: diversi Stati membri dell’Alleanza Atlantica hanno aderito anche alle nuove “vie della seta” cinesi. Sarà lì che prevedibilmente si registrerà il confronto più serrato tra i sostenitori dell’America e gli ammiratori della Cina.

Fra questi paesi vi sono i numerosi ex Stati membri del disciolto Patto di Varsavia che hanno aderito al cosiddetto gruppo dei 17+1, promosso dalla Cina,del quale fanno parte la Polonia, la Romania, l’Ungheria, la Bulgaria, la Repubblica Ceca, la Slovacchia e le Repubbliche Baltiche.

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Tra i membri della Nato entrati nella Belt and Road c’è inoltre anche l’Italia, in cui la Repubblica Popolare ha conquistato simpatia ed influenza, ma che rimane una nazione di grandissima valenza strategica per gli Stati Uniti, anche in ragione della presenza sul suo territorio di asset di straordinaria importanza come il Muos di Niscemi: un’infrastruttura fondamentale del futuro sistema globale di proiezione della forza militare americana nel mondo.

Cosa dobbiamo aspettarci? Certamente un inasprimento della lotta politica interna a tutti i paesi che pur appartenendo all’Alleanza Atlantica collaborano intensamente con la Cina, proprio come l’Italia.

Emergeranno spaccature, come accade sempre, in effetti, quando in questione vi sia l’allineamento internazionale di uno Stato. Delle avvisaglie sono del resto già visibili:da qualche tempo, infatti, nel Bel Paese si stanno moltiplicando le iniziative politiche che tendono a sollecitare prese di posizione e scelte di campo da parte del Governo. Atlantisti e filocinesi sono ai ferri corti. Vedremo come andrà a finire.

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