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Esclusiva. Valoti (ospedale da campo di Bergamo): “Grazie ai medici russi”

© Sputnik . Russian Defence Ministry / Vai alla galleria fotograficaI medici militari russi al lavoro nell'ospedale da campo a Bergamo
I medici militari russi al lavoro nell'ospedale da campo a Bergamo - Sputnik Italia
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Il team dei medici russi arrivati in Italia quasi un mese fa nell’ambito della missione umanitaria intitolata “Dalla Russia con Amore” per fermare l’emergenza sanitaria, in queste ore sta ancora lavorando a Bergamo, epicentro di Covid-19 in Lombardia.

Nei giorni scorsi il personale russo ha partecipato alla disinfezione di varie case di riposo dove è stato registrato il tasso di mortalità più alto (pari al 18,2%) nella provincia di Bergamo. E adesso i 32 virologi russi insieme ai colleghi italiani ricevono e curano pazienti contagiati dal coronavirus nel nuovo ospedale da campo allestito alla Fiera di Bergamo. Inizia cosi la seconda fase del lavoro della squadra russa, giunta in Italia in base a un accordo tra il presidente russo Vladimir Putin e il premier Giuseppe Conte.

Come procede il lavoro degli specialisti russi sul suolo lombardo? Quali risultati sono stati raggiunti? Per fare il punto della situazione, Sputnik Italia ha intervistato il Dottor Oliviero Valoti, il responsabile sanitario del presidio ospedaliero alla Fiera di Bergamo.

- Dott. Valoti, come valuterebbe il lavoro dei virologi russi? Dal punto di vista delle procedure sanitarie, è stato facile interagire con la squadra russa?

- Dal punto di vista della professionalità i colleghi russi sono senz’altro gli specialisti di alto livello. Ovviamente all’inizio dovevamo capire di quanto potevano fare e se il loro modo di lavorare fosse in linea con i nostri standard che riguardo l’attività nelle terapie intensive. Nel giro di pochissimo tempo ci siamo resi conto che il loro modo di lavorare è assolutamente allineato a quello che facciamo noi.

Devo dire, che siamo stati anche molto fortunati perché nelle nostre terapie intensive a Bergamo lavorava una collega di origini russe che vive in Italia da vent’anni. Nei primi giorni abbiamo avuto possibilità di poterla avere con noi. E poi si è stabilizzata qua, presso il nostro ospedale costruito nei padiglioni della Fiera di Bergamo, e ha iniziato a interagire con i colleghi delle forze armate russe. C'è stato un bel feeling immediato anche perché lei è riuscita a ridurre ulteriormente la barriera linguistica, nonostante i colleghi russi siano sempre accompagnati dai bravissimi interpreti, che sanno esprimersi anche con i termini tecnici di tipo sanitario.

- Nella Fiera di Bergamo ci sono 142 posti letto, 72 dei quali destinati alla terapia intensiva e sub-intensiva. Potrebbe fornici con qualche dettaglio, di che cosa si occupano in questo momento gli specialisti russi? Che tipo di lavoro avete affidato a loro?

- Fino ad oggi a questo gruppo di specialisti russi abbiamo affidato dei pazienti che provengono tutti dalle terapie intensive o dalle terapie sub-intensive. Sono malati che richiedono un’alta intensità di cura: pazienti che sono o intubati, quindi che necessitano il supporto ventilatorio, oppure sono pazienti che sono in svezzamento dal supporto respiratorio e stanno ricominciando a respirare autonomamente. E poi ci sono anche i pazienti che hanno bisogno di un sostegno respiratorio con un'aggiunta importante di ossigeno, che possono essere considerati malati da sub-intensiva. Direi che sono 50 per cento di un tipo e 50 per centro dell’altro tipo.

Da qualche giorno, però, c'è anche un altro gruppo di specialisti russi che i colleghi definiscono con un termine, che però non è molto conosciuto da noi, sono i “medici generalisti”. Noi pensiamo che loro siano degli specialisti internisti, quindi non sono dei medici intensivisti, che si possono occupare di malati di minor gravità. Pure loro hanno iniziato a collaborare con i medici e gli infermieri italiani nelle unità di degenza normale. E devo dire che anche loro danno una grossa mano ai nostri colleghi, perché ci aiutano a ridurre il nostro impegno lavorativo e anche a regolare bene la turnistica.

- Lavorano in sintonia? Non c’è nessuna tensione o competizione tra di loro?

- Assolutamente no, non c’è nessunissimo problema. Anzi, riescono a interfacciarsi e discutono anche gli eventuali soluzioni. Per cui, direi, che il loro rapporto è proprio completo.

- Possiamo fare il primo bilancio: i medici russi sono riesciti ad aiutarvi e ad alleggerire la pressione sui reparti di terapia intensiva?

- L’aiuto della nostra collega russa è stato senz’altro molto importante e ci ha messo nelle condizioni di poter interagire alla perfezione con i colleghi russi e di ridurre la pressione sulle terapie intensive per l'ospedale principale. Nel settore gestito dai colleghi russi siamo riusciti a portare diversi pazienti che erano ricoverati nella struttura dell'ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Questo sicuramente è stato un sollievo importante per tutta l'organizzazione dell'ospedale.

- E quanti pazienti sono stati dimessi finora nel reparto dove lavorano i medici russi?

- I pazienti che sono passati nella terapia intensiva dai colleghi russi ad oggi sono in totale 29.

- I medici russi hanno utilizzato qualche nuovo metodo oppure macchinario innovativo contro il coronavirus che ha aiutato Bergamo a gestire l’emergenza?

- Di innovativo francamente non ho visto molto. Devo dire, però, che sono arrivati con una quantità veramente importante di respiratori automatici per curare questi malati. Ne hanno portati solo a Bergamo un totale di 29 apparecchiature. Qui sono veramente in grande abbondanza. Inoltre, l’allestimento delle terapie intensive di questo ospedale temporaneo è fatto tutto con le apparecchiature che ci hanno portato i colleghi russi.

- Il contagio su Bergamo per fortuna continua a rallentare e prima volta dopo 40 giorni non ci sono più bare nella vostra chiesa. Quanto tempo, secondo le Sue stime, vi potrebbe ancora servire il sostegno dei colleghi russi?

- Dal mio punto di vista personale, credo, che sarebbe importante avere il loro contributo fino a quando inizia quello che noi definiamo la “fase 2”. Cioè, dobbiamo capire che cosa accade con il ritorno graduale alla vita normale. A dir il vero, a me preoccupa il fatto che la gente potrà andare in giro, perché dobbiamo ancora comprendere che cosa può accadere con questa epidemia, nel momento in cui ricominciano a verificarsi i contatti tra le persone. Se ci fosse la possibilità di avere la loro collaborazione fino a che siamo certi che non ci sia una risalita dei contagi, quindi una risalita di malattie che necessitano le terapie intensive, sarebbe veramente molto importante avere il loro contributo. Dopodiché, quando siamo tranquilli, ovviamente ognuno può andare a casa propria.

- Nei giorni scorsi il capo della Farnesina aveva annunciato l'arrivo di nuovi aerei dalla Russia con ventilatori polmonari. Sentite ancora la carenza di dispositivi sanitari? Vi potrebbe servire qualche ulteriore sostegno da parte della Russia?

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- Qui a Bergamo credo proprio di no. Perché ormai le terapie intensive, che sono state “dilatate” continuamente per poter accogliere malati gravi sono ormai in via di chiusura. Nel senso che vengono disallestite i posti di terapia intensiva. Noi, per esempio, abbiamo diversi posti che, in caso di necessità, possono essere attrezzati con tutte le apparecchiature che ci hanno portato i colleghi russi e alcune apparecchiature sono tenute da parte. Per cui credo che non ci sia ulteriore necessità, a meno che questa malattia non ci faccia ancora delle sorprese. Purtroppo nessuno lo può sapere perché è talmente nuova…

- Spero anch’io che non abbiate più bisogno di nuove forniture e che usciremo presto tutti insieme da questa emergenza … La ringrazio per il suo lavoro.

- Grazie a Lei. Grazie al vostro popolo e alla vostra terra!
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