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La necessità di una banca nazionale di sviluppo

© REUTERS / Stefano RellandiniMonete euro e la bandiera italiana
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La gigantesca crisi economica e l’emergenza finanziaria, naturalmente oltre che sanitaria e sociale, provocate dal coronavirus stanno imponendo una revisione profonda del ruolo delle istituzioni dell’Unione europea. La sfida del rilancio economico sarà epocale.

Il futuro dell’Europa, inevitabilmente, passa attraverso il finanziamento di un programma unitario di investimenti e di sostegni all’occupazione imperniato sull’efficienza e sulla solidarietà. Lo spartiacque, com’è diventato ovvio a tutti, sarà l’adozione o meno degli eurobond a lunga scadenza per un nuovo, equo e più coordinato sviluppo del Vecchio Continente.

Al contempo, però, è opportuno pensare alla messa in campo di risorse finanziarie nazionali e programmare degli interventi pubblici dei singoli Stati in forme più mirate alle necessità di stabilità sociale e di ripresa economica dei territori locali.

L’esempio della Germania può essere d’ispirazione per gli altri Paesi, per l’Italia in particolare. La decisione del governo tedesco di stanziare 550 miliardi di euro di investimenti nei settori dell’economia reale, attraverso la mediazione della Kreditanstalt fuer Wiederaufbau (KfW) potrebbe essere un esempio virtuoso da seguire. Al di là dei sentimenti pro o anti teutonici, concentriamoci, invece, sul contenuto politico e operativo della scelta fatta dai tedeschi. Si tratta di investimenti veri destinati all’economia, senza inutili mediazioni del sistema bancario privato.

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La KfW è una banca di sviluppo pubblica, controllata dal governo federale per l’80% e dai Laender (l’equivalente delle nostre regioni ma con un potere rafforzato) per il 20%. Fu creata nell’immediato dopo guerra per emettere credito e sostenere progetti per la ricostruzione. Era un “tassello” del Piano Marshall dedicato alla Germania. Ottenne presto la possibilità di trasformare gli interessi dovuti agli Stati Uniti in aumenti di capitale proprio, e di ampliare così la sua capacità d’investimento.

Nei decenni passati è stata uno dei principali motori dello sviluppo industriale, infrastrutturale, tecnologico e sociale della Germania fino a diventare un colosso economico. Oggi ha un capitale (equity) di 30 miliardi di euro e investimenti pari a  610 miliardi. La KfW affianca sempre anche le grandi corporation tedesche, come la Siemens, la Daimler o la Mercedes, nella stipulazione di importanti contratti di cooperazione internazionale, siano essi in Cina, in Russia, negli Usa o in altre parti del mondo.

Raccoglie capitali sui mercati finanziari con l’emissione di obbligazioni, che dal 1998 per legge sono garantite dallo Stato tedesco. Li trasforma poi in crediti per investimenti in vari settori produttivi, infrastrutture, edilizia sociale, innovazione, nuove tecnologie e in sostegno forte alle imprese. Lo fa attraverso una rete di enti che ha creato e che controlla, come il fondo per le PMI, quelli per l’export, per lo sviluppo regionale e locale, per le nuove fonti di energia, per l’ambiente, per la cooperazione internazionale, ecc.

Nel 2008 ha creato anche la IPEX Bank che sostiene le imprese tedesche ed europee in progetti internazionali e nelle loro operazioni di export. Oggi ha un volume di business superiore agli 80 miliardi di euro.

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La KfW, inoltre, è esentata dai requisiti di capitale e dalle regole contabili dell’Unione bancaria, così come lo sono le banche tedesche di sviluppo regionale, le Landesbank. Aveva già goduto di un trattamento speciale nel Trattato di Maastricht. Dopo la Grande Crisi del 2008 ha svolto un ruolo cruciale nel salvataggio di banche e altre imprese private sfruttando alcune deroghe concesse rispetto al normale divieto europeo di aiuti di Stato.

In Italia la Cassa Depositi e Prestiti (CDP) è molto simile alla struttura della KfW. A confronto, però, è ancora troppo limitata nelle sue attività. Entrambe sono attive in parecchie operazioni congiunte, per esempio, nel Long Term Investors Club (LTIC). Quest’ultimo fu creato dopo il 2008 proprio con il compito di promuovere investimenti produttivi e infrastrutturali di lungo periodo in alternativa alla disastrosa finanza “mordi e fuggi”.

Per statuto la nostra CDP, che gestisce ingenti capitali generati dalla raccolta di risparmio popolare (un totale di 386 miliardi di euro), in particolare attraverso i buoni fruttiferi e i libretti emessi dalle Poste Italiane, è “ingessata” su operazioni specifiche relative agli investimenti locali. Da qualche anno ha creato anche un fondo di sostegno agli investimenti nelle Pmi e ha dovuto cambiare lo statuto per avere la possibilità di operare anche nell’internazionalizzazione dei mercati a sostegno delle imprese italiane che esportano e operano all’estero. Prima non era consentito.

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L’emergenza economica provocata dal coronavirus, con la sospensione del Patto di stabilità europeo, potrebbe diventare l’opportunità, la classica “window of opportunity”, per ripensare e rimodellare certi enti italiani. Senza inventare cose nuove si potrebbe “copiare” ciò che la Germania ha fatto e dare alla nostra CDP gli stessi poteri e le stesse prerogative della KfW.

Certo non si risolverebbero i gravi problemi storici dell’Italia, quali un debito pubblico troppo elevato, un’evasione fiscale sproporzionata, una corruzione intollerabile, una burocrazia inefficiente e tasse elevate su produzione e lavoro. Questi sono problemi e sfide ineludibili per lo Stato italiano. Ma, almeno, avremmo un ente, una sorta di banca nazionale per lo sviluppo, certamente più controllata e più efficiente.

Si tenga presente, inoltre, che i 550 miliardi di euro di investimenti annunciati dal governo tedesco non vanno a incrementare il debito pubblico nazionale. Saranno gestiti dalla KfW che, in quanto ente indipendente, non entra nel computo del bilancio nazionale. Lo stesso avverrebbe con l’utilizzo della CDP “rafforzata”.

Qualsiasi aumento della spesa pubblica da parte del nostro governo, sia per l’emergenza sia per altre esigenze, andrà, invece, ad aumentare direttamente il nostro debito pubblico. Non si tratterebbe di una furbizia ma di un semplice ritorno all’idea della “banca nazionale per lo sviluppo”.   

Guardando oltre l’attuale emergenza, il presidente Mattarella giustamente ha detto che “per rinascere ci è richiesta la stessa unità del dopoguerra”.  Sarebbero necessari anche istituzioni, tempi e programmi economici simili.

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