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Coronavirus, i giovani pagheranno il prezzo economico più alto

CC0 / Pixabay / Giovani seduti sulle scale
Giovani seduti sulle scale - Sputnik Italia
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L’emergenza Coronavirus mette in primo piano il dramma dei morti provocati dall’epidemia e la difficoltà in cui si trova il sistema sanitario. In prospettiva però è proprio l’economia in toto che subirà danni ingenti e a pagarne le conseguenze maggiori saranno determinate fasce di popolazione. I giovani nella situazione peggiore.

Chiusi in casa in quarantena i cittadini leggono quotidianamente con apprensione il bollettino sulle vittime e i contagi che si diffondono nel Paese. Il Coronavirus ha messo a dura prova il sistema sanitario dei Paesi colpiti dall’epidemia, compresa l’Italia. Le vittime provocate dal Covid-19 sono principalmente i più anziani.

Stando ad un’indagine del think tank Ue Eurofound (Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro) il rischio economico maggiore però è per i genitori single e per i giovani, in particolare per la fascia di età fra i 25 e 34 anni. In un Paese come l’Italia, dove le condizioni lavorative dei giovani erano già molto basse, il rischio è che per l’epidemia Coronavirus la situazione per le nuove generazioni peggiori ulteriormente. Sputnik Italia ha raggiunto per un’intervista in merito Alessandro Rosina, professore ordinario di demografia all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, autore di "Il futuro non invecchia" (Vita e Pensiero).

– Professore Rosina, su chi impatteranno maggiormente gli effetti economici del Coronavirus?

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– Il rischio è che l’impatto maggiore sia sulle nuove generazioni, sui più giovani, cioè su chi si stava affacciando al mondo del lavoro o chi aveva un contratto a tempo determinato. Ora l’economica è bloccata, ma teniamo presente che questa crisi avviene in un Paese che già aveva una percentuale molto elevata di neet, giovani che non studiano né lavorano. L’epidemia colpisce in maniera particolarmente grave l’Italia, il Paese in cui le condizioni lavorative delle nuove generazioni erano molto basse, fra le più basse in Europa. Per loro la situazione diventa difficile se non si pensa ad un piano di ripresa dell’economia che metta al centro i giovani.

– La difficile situazione lavorativa è strettamente collegata al fatto che i giovani non hanno le condizioni per fare e mantenere i figli. I livelli di natalità saranno ancora più bassi?

– Anche questo è un elemento che colpisce un Paese il quale si trovava già in difficoltà. Le nascite erano in continua riduzione, dopo la crisi economica iniziata nel 2008 in Italia non vi è stata una vera ripresa e dal punto di vista demografico le nascite erano in costante diminuzione. Con l’impatto di questa crisi tutto diventa ancora più complicato. È un Paese che non solo deve ripartire, ma che deve ripensare il suo modello sociale e di sviluppo, perché non può semplicemente cercare di tornare come era prima, ma deve utilizzare questa discontinuità per partire con una marcia diversa.

Solo puntando sui giovani si possono immettere energie fresche e ben preparate all’interno del mondo del lavoro. Attraverso il lavoro i giovani possono poi formare famiglia e far ripartire le nascite e quindi dare una risposta agli squilibri demografici. Stiamo vivendo un periodo di difficoltà che può diventare il colpo fatale per un Paese che non riesce a risollevarsi. Bisogna rimettere al centro il capitale umano delle nuove generazioni.

– Quanto è importante in questo contesto la scuola e l’istruzione?

– È un altro punto nodale. L’Italia ha bisogno di rafforzare la formazione dei giovani, le competenze digitali e avanzate per metterli in condizioni di rispondere alle sfide del cambiamento del mercato del lavoro. È necessario che la formazione diventi la base solida per rivedere al rialzo il rapporto fra domanda e offerta. Attraverso maggiori competenze dei giovani le aziende devono cogliere il capitale umano e farlo diventare leva per migliorare la competitività e lo sviluppo del sistema Paese.

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Se la formazione dei giovani continuerà ad essere fragile avremo pochi giovani, non ben preparati, male inseriti nel mondo del lavoro. Si rischia che l’economia non possa ripartire e che questa crisi diventi un assestamento verso il ribasso delle possibilità di sviluppo del Paese e dei percorsi professionali dei giovani stessi.

– Rimettere i giovani al centro. Quali politiche concrete servono?

– Vanno rafforzati tre pilastri portanti. Uno è quello della formazione e delle competenze avanzate, competenze che oggi le aziende cercano. I giovani vanno preparati anche per i cambiamenti in atto, per quello che sarà il lavoro fra 5-10 anni. Oltre a formare bene i giovani bisogna migliorare gli strumenti di incontro fra domanda e offerta. Questo vuol dire potenziare gli strumenti delle politiche attive del lavoro. Il terzo punto è migliorare la domanda: è necessario fare un salto di qualità all’interno delle aziende che non utilizzino i giovani soltanto per pagarli il meno possibile, ma anzi utilizzino il loro capitale umano come leva per diventare più competitivi. Attraverso la valorizzazione di nuovi entrati che hanno competenze maggiori, più capacità di innovazione va elevata la qualità dei prodotti e dei servizi che offrono le aziende.

Sono i tre punti su cui l’Italia è rimasta indietro da troppo tempo. Se non si riparte da qui si rischia di trovare un Paese che scivola lentamente verso i margini rispetto ai processi più avanzati di crescita che le economie possono sperimentare nei prossimi decenni.

– Lei personalmente è fiducioso?

– L’Italia è un Paese che davanti alle emergenze ha sempre tirato fuori il meglio di sé. È successo con le alluvioni, con i terremoti e con la II Guerra Mondiale. È un Paese che riesce a mettere delle riserve in campo sentendosi unito e muovendosi nella stessa direzione. L’aspetto ottimistico è che tutti i freni i quali tenevano il Paese con questa crisi possono avere una spallata e tutto ciò può consentire ad energie nuove di rimettersi in moto. Se c’è un varco e queste energie si possono liberare questo spazio potrebbe essere effettivamente valorizzato all’interno del contributo che possono dare i giovani.

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