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La Jugoslavia come isola: il socialismo non è riuscito ad annullare l’ostilità etnica

© AP Photo / Darko VojinovicUn'immagine di un servizio di TV serba dimostra un ponte distrutto nella città jugoslava di Novi Sad dopo i bombardamenti della NATO nel 1999
Un'immagine di un servizio di TV serba dimostra un ponte distrutto nella città jugoslava di Novi Sad dopo i bombardamenti della NATO nel 1999 - Sputnik Italia
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Trent'anni fa, nel gennaio del 1990, i comunisti in Jugoslavia persero il monopolio del potere.

E nei Balcani, chiamati anche la polvere da sparo d'Europa, le differenze etniche si accentuarono. Un unico Paese, saldato insieme dall'ideologia, fu suddiviso in 6 Stati indipendenti in guerra tra loro. Anche se il ricordo del tentativo di fondere i popoli balcanici in un'unica comunità è ancora vivo.

Echi del passato

Il Partito comunista jugoslavo fu fondato un quarto di secolo prima che la Repubblica socialista federativa di Jugoslavia (SFRJ) facesse la sua comparsa. Ad esempio, i comunisti balcanici che vivevano nel Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, si diedero un'organizzazione bolscevica alla russa e crearono il Partito Socialista Operaio, che operò per diverso tempo in clandestinità.

Si dichiararono apertamente nel 1941 dopo l'attacco tedesco alla Jugoslavia. Josip Broz Tito, il leader del partito, esercitò una grande resistenza contro gli occupanti. L'impressionante schiera di sostenitori del suo movimento contribuì all’adozione di un approccio comune con gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, guadagnandosi così anche l'appoggio di Mosca.

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Dopo la liberazione della Jugoslavia dai nazisti del 1945 Tito divenne il leader nazionale indiscusso. Tutto il potere era concentrato nelle mani del Partito comunista, che nel dopoguerra riuscì a unire questo multietnico Paese. Le contraddizioni etniche, più volte causa di conflitti, lasciarono il posto all'idea di uguaglianza universale. Sembrava che questo sarebbe durato per sempre. Il socialismo era riconosciuto come l'unica forma accettabile di struttura sociale.

All'inizio la Jugoslavia cominciò a costruire il proprio sistema basato sul comunismo rifacendosi all’esperienza sovietica. Yosif Stalin, credendo che il suo omonimo balcanico avrebbe seguito incondizionatamente la volontà di Mosca, promise alla SFRJ di prestarle tutto l’aiuto necessario. E Tito così fece almeno inizialmente.

Una volta al potere, il leader dei comunisti jugoslavi in stile sovietico procedette a nazionalizzare il settore manifatturiero, l'industria mineraria, i trasporti, il commercio e le banche. Lo Stato divenne anche il principale monopolista nel commercio estero. Fu avviata la collettivizzazione delle fattorie contadine e la proprietà privata fu messa al bando.

Nonostante l'apparente idillio, vi erano ancora differenze tra il modello sovietico e quello jugoslavo di impianto socialista. Mentre l'Unione Sovietica creava pseudo-Stati sovietici in base all’esperienza del marxismo e del leninismo, Belgrado era guidata piuttosto dalla specificità della regione. Infatti, le repubbliche facenti parte della SFRJ detenevano grandi poteri non solo a parole, ma anche nei fatti.

La forma federale di cui si dotò la struttura statale permise di contenere contrasti etnici di lunga data. Furono inoltre preservati alcuni meccanismi di gestione economica del mercato. Inoltre, in materia di politica estera Belgrado sosteneva di avere un approccio indipendente che non era affatto apprezzato da Stalin.

La grande “Balkanya”

La goccia che ha fatto traboccare il vaso per Stalin fu l’idea del leader jugoslavo di creare la Federazione balcanica. Tito voleva unire sotto l'egida della SFRJ tutti i paesi balcanici a orientamento socialista, tra cui Bulgaria, Albania e Grecia. Stalin considerò tale idea come un tentativo dei comunisti jugoslavi di sbarazzarsi Mosca e di costruire un "unione socialista" sotto il proprio controllo.

Nel 1949 i dirigenti sovietici interruppero il patto di amicizia, assistenza reciproca e cooperazione postbellica con la Jugoslavia. Il regime di Tito fu dichiarato "anticomunista e fascista", e il leader stesso dei comunisti jugoslavi fu accusato di trotskismo. Il Paese venne privato di qualsivoglia aiuto esterno il quale fino a quel momento veniva prestato principalmente da Mosca.

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Gli Stati Uniti cercarono di approfittarsi della situazione. In cambio del rifiuto del socialismo, gli americani offrirono alla Jugoslavia un significativo sostegno economico. Tito sfruttò il credito offertogli dagli statunitensi, ma non iniettò tale liquidità nell’economia. Temeva, infatti, che Stalin avrebbe avviato una guerra contro la SFRJ. Così tutto quel denaro fu impiegato per rafforzare l’esercito. Di conseguenza, l’esercito jugoslavo divenne il secondo più grande in Europa dopo quello della Germania Ovest.

Tuttavia, né la rottura con Mosca né l’avvicinamento a Washington indussero Tito ad abbandonare l’idea di una Jugoslavia comunista. Inoltre, alla fine di ogni suo intervento, Tito sosteneva che il ripristino delle relazioni con l’Unione Sovietica fosse la priorità assoluta del Paese. Per sembrare più convincente, il leader della SFRJ augurò a Stalin il meglio.

Un socialismo senza fattorie collettive

Giocando sul contrasto tra Stati Uniti e Unione Sovietica, Tito avviò varie riforme economiche nel Paese. Si procedette con l'abolizione della collettivizzazione forzata, che si era rivelata una misura impopolare e inefficace. Il numero di aziende agricole collettive era in rapida diminuzione, mentre le singole aziende agricole contadine ricevevano pieno sostegno dallo Stato.

Le regioni ottenere una sempre maggiore autonomia e indipendenza nella pianificazione economica. Ogni repubblica si impegnò a definire i propri progetti, spesso non orientati alle reali esigenze del mercato. Furono create fattorie complesse e chiuse su se stesse e i gestori di tali attività si rifiutarono persino di utilizzare le materie prime provenienti dalle regioni vicine.

Tali riforme furono effettuate all'insegna del motto "Le proprie imprese nel proprio territorio". Allo stesso tempo, si continuò sulla linea dello sviluppo economico centralizzato, ci si concentrò sulla rapidità dei ritmi di industrializzazione e i prezzi vennero stabilito “dall’alto”: insomma, tutti segnali di una economia pianificata.

Verso la metà degli anni ‘60, il cosiddetto "socialismo autogestito" sortì un risultato positivo. Il livello dei consumi in Jugoslavia era in rapida crescita, l'industria si stava sviluppando e il controllo diretto dello Stato era in calo.

La concentrazione delle risorse economiche nelle regioni della SFRJ portò al risveglio delle ambizioni politiche e nazionalistiche. Ogni regione chiedeva più autonomia e diritti. Le autorità erano a un punto morto. La politica di decentramento condotta per molti anni al fine di contenere le tensioni di natura etniche ebbe in sostanza l'effetto opposto. Infatti, la Jugoslavia si stava rapidamente avviando al collasso. L'abolizione del monopolio del potere comunista non fece che rendere possibile questo scenario.

Dopo Josip

I contrasti di natura etnica vennero alla luce quasi subito dopo la morte di Tito, nel 1980. A proposito, Leonid Brezhnev, segretario generale del Comitato centrale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, e Andrey Gromyko, ministro degli Esteri sovietico, furono presenti al suo funerale.

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Mister No e Mister Sì
Secondo una versione dei fatti, fu la morte di Tito a innescare il processo di disgregazione in Jugoslavia. I conflitti degli anni '80 portarono a una vittoria di fatto assoluta dei nazionalisti alle elezioni locali del 1990. L'anno successivo quattro repubbliche lasciarono la federazione. Scoppiarono guerre in Slovenia, Croazia e Bosnia.

La guerra per l'indipendenza della Slovenia cominciò nell'estate del 1991, sebbene gli sloveni avessero cominciato a parlare di secessione dalla Jugoslavia ben 2 anni prima. All'epoca il parlamento della repubblica aveva introdotto nella costituzione una disposizione relativa al diritto all'autodeterminazione dei cittadini.

Le autorità della SFRJ avevano ignorato la questione. Tuttavia, dopo l'ordine dei dirigenti sloveni di prendere il controllo sullo spazio aereo della repubblica, l'esercito jugoslavo ricorse alla forza. Il conflitto durò dieci giorni e si concluse con la sottoscrizione degli accordi di Brioni. Formalmente tali accordi furono a favore delle autorità jugoslave, ma alla fine dell'estate dello stesso anno Lubiana dichiarò l'indipendenza.

Dopo la Slovenia nel 1991 anche la Croazia dichiarò la propria indipendenza. Ma la popolazione serba rifiutò di separarsi e cercò di creare un proprio Stato all'interno dei confini croati. Zagabria interpretò questa mossa come un tentativo della Serbia di impadronirsi di un territorio straniero.

Vi fu un primo confronto armato tra l’esercito jugoslavo e gli agenti di polizia croati. Ma gradualmente, anche la popolazione serba e croata della repubblica fu coinvolta nei combattimenti. Il conflitto si concluse nel 1995. La Croazia difese la propria indipendenza e preservò l’integrità territoriale.

Nel 1992 è scoppiò un conflitto nell’area più multietnica della SFRJ, ossia la Bosnia ed Erzegovina. La maggioranza della popolazione in quest’area era composta da bosniaci, serbi e croati. Ma in occasione del referendum sull'indipendenza non si tenne conto dell'opinione dei serbi bosniaci. In risposta, questi ultimi dichiararono la loro autonomia all’interno della Republika Srpska. Questo fu la scintilla che provocò la guerra.

I serbi bosniaci furono coadiuvati da Slobodan Milošević. Ma i bosniaci e i croati verso la fine del conflitto si unirono contro l'esercito jugoslavo e il vantaggio ora era dalla loro. Il conflitto fu accompagnato da una pulizia etnica, bombardamenti indiscriminati di città e villaggi e pesanti perdite per la popolazione civile.

La NATO intervenne, ma i combattimenti continuarono fino al 1995. La guerra si concluse con l’Accordo di Dayton che definì l’assetto odierno della Bosnia-Erzegovina.

L’isola Jugoslavia

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Un altro paese ritira il riconoscimento del Kosovo
Anche nella “piccola Jugoslavia” (ossia Serbia, Montenegro e Kosovo) si fecero sentire fermenti simili. Il confronto tra serbi e albanesi circa il Kosovo rese necessario l'intervento della NATO nel 1999. Dopo aver accusato le autorità serbe di pulizia etnica, i membri dell'Alleanza nordatlantica guidata dagli USA avviarono i bombardamenti sulla Serbia.

Questa storia si concluse nel 2008 con il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo da parte dei Paesi occidentali in occasione di una seduta straordinaria del Consiglio di sicurezza dell'Onu. Le autorità serbe definirono questo evento una violazione del diritto internazionale. La Russia sostenne Belgrado.

Gli echi del crollo della SFRJ si sentono ancora oggi. L'attività del Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia (TPIJ), che si occupa delle indagini sui crimini commessi durante i conflitti, non è ancora terminata. Di tanto in tanto la stampa pubblica notizie relative alla detenzione di militari coinvolti in omicidi di civili. Vengono anche rivelati dettagli prima sconosciuti.

La conclusione principale sulla quale concordano più o meno anche molti abitanti dell’ex Jugoslavia, storici e militari è la seguente: all’inizio il progetto socialista all’inizio promettente nulla poté innanzi alle tensioni di natura etnica accumulatesi nel corso degli anni.

L'eco del socialismo

La Jugoslavia non compare sul planisfero da 30 anni. Ma l'eredità di quello Stato un tempo potente, che occupava metà della penisola balcanica, è ancora oggi tangibile. I turisti conosceranno bene l’Isola di San Michele (o Isola dei fiori) nel Golfo di Tivat in Montenegro.

L'isola ad oggi è considerata suolo pubblico: ma di fatto si è data una gestione autonoma, né lo Stato né le imprese privato hanno il diritto di toccare quest’area. È una reliquia del socialismo.

Nella SFRJ la comunità deteneva il diritto di proprietà. Dopo i sanguinosi conflitti armati dei primi anni ‘90, che portarono al crollo del paese, questa forma di proprietà venne formalmente abolita. Ma in pratica non tutti gli oggetti furono privatizzati e la gestione di molti di essi è ancora nelle mani dei cittadini. Tuttavia, l'unità un tempo esistente dei Paesi balcanici se la ricordano solo le generazioni più anziane: per essere più precisi, quelle che hanno saputo portare la nostalgia attraverso le brutali guerre degli anni ‘90.

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