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Imparare dal passato: come il sarafan salverà il pianeta!

© Sputnik . Ulyana Solovieva / Vai alla galleria fotograficaLe ragazze russe vestite da sarafan
Le ragazze russe vestite da sarafan - Sputnik Italia
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Tessuti naturali e capi vintage recuperati: questi i trend del consumo etico che ci consigliano di adottare.

Sputnik vi spiega perché la moda del futuro si sta in sostanza ispirando al passato.

Il ruolo della tradizione

“Per ottenere un successo internazionale, è necessario farsi coraggio e continuare a difendere la tradizione”, questo il motto del fashion designer norvegese Unn Søiland Dale che ha reso di moda i maglioni con le renne.

Si tratta non tanto di ornamenti tradizionali quanto di riferimenti tipici al vestiario semplice e pratico dei contadini e dei marinai.

E non si tratta nemmeno solo di utilizzare materiali naturali. Le idee modaiole volte al consumo etico coincidono con molti dei valori della comunità tradizionale, non alla lettera ma nello spirito. Nella nostra realtà non abbiamo bisogno di integrare in un abito moderno un kokoshnik o delle calzature in stile lapti, ma il taglio di un abito come il sarafan potrebbe benissimo fare al caso nostro.

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Il suo peculiare taglio è la caratteristica principale di quest’abito tradizionale che è diventato uno dei feticci del design moderno all’insegna dell’ecologia. La produzione dei tessuti era un tempo un’operazione faticosa e lenta, dunque i popoli cercavano di utilizzare fino all’ultimo drappo di tessuto senza lasciare scarti sia per il confezionamento di un chitone greco sia per una camicia tradizionale russa.

Oggi tra il 10 e il 20% dei tessuti viene tagliato in fabbrica. Colui che sostiene maggiormente l’idea di “design alla moda con zero sprechi” è Timo Rissanen, docente presso la scuola di design Parsons di New York e autore di alcuni libri dedicati a questa tecnica di taglio.

In campagna non vi è spazzatura nel senso che in città viene dato a questa parola. Nulla viene distrutto e basta. I vestiti possono essere ricuciti o riutilizzati come stracci per la casa, gli scarti di cibo diventano compost, i pacchetti dei beni di consumo vengono usati come vasi da fiori e se qualcosa è andato a male finisce nel forno per alimentare il fuoco.

A queste stesse conclusioni sono giunti anche i sostenitori moderni del consumo etico: non c’è nessun “ambiente esterno” dove collocare un ipotetico cassonetto. Grazie alla globalizzazione è maturata l’idea che il pianeta Terra è in realtà un sistema chiuso le cui risorse sono limitate.

Una moda lenta

Anche la denominazione odierna del consumo ecologico come “sostenibile” richiama in sostanza una visione tradizionalista del mondo nella quale si dà valore proprio al mantenimento dell’equilibrio e non alla violazione dell’ordine naturale delle cose. Il brand Vollebak vende pellicce e pantaloni che possono durare fino a 100 anni (o almeno così dice la pubblicità). Questo brand evidentemente rifugge la rapidità del cambiamento propria della moda moderna.

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Il movimento dello slow food, nato negli anni ’80 in antitesi al fast food, è stato ispiratore negli anni 2000 della nuova concezione di slow fashion.

Le grandi catene di fast fashion si chiedono come cambiare capi sempre più spesso e vendere sempre di più. I sostenitori della slow fashion, invece, invitano a riflettere alle conseguenze che le nostre azioni hanno sull’ambiente, a rifiutarsi di comprare beni di consumo di massa e a rallentare i ritmi con cui cambiamo i nostri capi.

Si auspica anche il ritorno diretto alla tradizione: l’artigianato e il lavoro manuale, la produzione di piccoli oggetti, l’utilizzo di materiali di origine locale e la distribuzione nei mercati locali.

Consumare finché possibile e poi riparare

A un certo punto qualunque cosa va buttata. Per decenni si è creduto che il posto di tali oggetti fosse il cassonetto, e che i capi ricuciti fossero riservati a chi non poteva permettersene di nuovi.

Improvvisamente tutto cambiò. La società Junky Styling, attiva a Londra dal 1997 e specializzata nella ricucitura di vecchi capi, cominciò a vantare clienti come Gwen Stefani e Kate Moss e i prezzi dei servizi offerti dalla società sono impressionanti.
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La fashion designer Rebecca Earley ha presentato il progetto Top 100 confezionando un centinaio di camicette di poliestere: ognuna con un motivo diverso.

Dal 2011 la società neozelandese Nudie Jeans ha introdotto il servizio di riparazione a vita dei jeans del proprio brand e sta riparando in media 30.000 capi l’anno.

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La società We Norwegians che vende prodotti di maglieria ha lanciato per i propri clienti dei corsi in cui si può imparare a fare la maglia.

La “moda sostenibile” oggi è uno degli aspetti più importanti dell’ecologia. Mentre le persone si abituano a fare la raccolta differenziata e gli esperti discutono complessi concetti di economia circolare (ossia il ciclo chiuso in cui merci e materie prime vengono impiegate il più a lungo possibile), anche la moda volge il proprio sguardo verso il concetto di riutilizzo. E molte di queste nuove idee vengono in realtà non dal futuro, ma da un buon vecchio abito popolare.

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