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Un'Europa inquieta e divisa

© AFP 2021 / PHILIPPE HUGUENMappa dell'Europa
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A pochi giorni dal voto europeo ecco l’indagine condotta da YouGov in 14 Stati membri: la metà, ma con tutti i più importanti. Il rapporto è stato firmato dall’ECFR (European Council for Foreign Relations), ente palesemente partigiano a favore dell’Europa così com’è, ma comunque — come vedremo tra poco — di notevole interesse.

Dai dati risulta, per esempio che ben 29 milioni di elettori italiani considerano che ci sia una “possibilità realistica” di una disintegrazione dell’Unione. Risultato che sembra in plateale contraddizione con quello complessivo, dal quale emerge uno straordinario consenso — circa i due terzi — degli europei verso l’istituzione attuale. Sarebbe il più alto livello dal 1983. Insomma l’UE piace alla grande maggioranza degli europei, ma una maggioranza un po' meno grande è convinta che “nei prossimi dieci-venti anni”, questa entità sopranazionale potrebbe addirittura “crollare”. Così, per lo meno, la pensano un terzo degli elettori di Francia e Polonia, e oltre un quarto dei tedeschi. I quali ultimi, addirittura ritengono che un conflitto tra Stati membri dell’Unione Europea potrebbe essere nell’ordine delle cose. 

In particolare è il futuro a lungo termine che sembra visto come molto nuvoloso agli elettori di 11 dei 14 paesi presi in considerazione. Così la pensano il 58% dei francesi, il 52% dei Paesi Bassi, il 51% della Germania, il 58% della Romania e della Polonia, addirittura il 66% della Slovacchia. I più ottimisti sono gli svedesi con le preoccupazioni che affliggono soltanto il 44% degli elettori.

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Una delle scoperte più stupefacenti che emergono da questo sondaggio è l’assenza della Russia dall’elenco delle preoccupazioni degli europei intervistati. La Russia proprio non viene nominata. Al contrario, da diversi angoli visuali appare evidente che coloro che sostengono l’idea che l’Unione Europea debba essere rafforzata, giungono a questa conclusione perché ritengono che un’Europa disunita non sarebbe “in grado di contrastare Stati Uniti e Cina”.

Se fosse vero non si potrebbe che concludere che l’ossessiva insistenza sul “pericolo russo”, che occupa la grande parte dei commenti politici internazionali del mainstream, non ha finora funzionato granché per spaventare gli elettori europei.

Le stesse tendenze si verificherebbero in Italia, dove le preoccupazioni degli elettori sono prevalentemente economiche (il 36% vorrebbe commerciale liberamente; il 32% vorrebbe viaggiare liberamente, il 34% vorrebbe lavorare liberamente; il 28% vorrebbe liberarsi dall’Euro, e solo il 26% teme che la perdita dell’unità europea impedirebbe all’Europa di “contrastare superpotenze come gli Stati Uniti e la Cina”).

Di nuovo la Russia di Putin non viene nemmeno presa in considerazione come pericolo per gli italiani, e dunque per gli europei in generale. Piuttosto emerge che, contrariamente agli stereotipi sull’ottimismo giovanile, proprio i più giovani tra gli elettori, sono quelli che maggiormente paventano conflitti interni all’Unione prossimi venturi. È una inquietudine che, su scala europea, riguarda le fasce giovanili di età tra i 18 e i 24 anni e quella tra i 25 e i 34 anni. E, per quanto riguarda l’Italia, il 27% dei giovani non si stupirebbe se nascessero conflitti all’interno dell’Unione, cioè tra Stati membri.

Il rapporto ECFR — firmato da Susi Dennison, direttrice del Programma European Power, e da Mark Leonard, Direttore e fondatore dello stesso ECFR — prende atto della sostanziale contradditorietà dei sentimenti degli europei e del carattere molto “frantumato” di queste elezioni, in cui le spinte al nazionalismo e al sovranismo minacciano gli equilibri esistenti, senza lasciare intravvedere quali potrebbero essere gli sviluppi dopo il voto del 26 maggio. Siamo di fronte a una situazione del tutto inedita in cui, per la prima volta, alcuni capisaldi della costruzione europea sono messi in discussione.

Sullo sfondo l’incertezza economica internazionale e i cambiamenti climatici sembrano farsi spazio nelle menti degli elettori, insieme a quelli dell’immigrazione. Con gradi diversi — questi ultimi — a seconda della distanza rispetto alle coste del Mediterraneo.

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Ma gli elementi di tensione psicologica sono predominanti. Molti sono semplicemente “spaventati” da un contesto politico tumultuoso. In Grecia il 50% degl’intervistati si è dichiarato “stressato”. E ben si capisce dopo il trattamento che l’Unione ha riservato ai greci negli ultimi cinque anni. Ma anche i francesi (35%) lo sono per più d’un terzo. In Italia, come in Francia, il 35% è stressato, ma il 16% è proprio “arrabbiato”, ed è la percentuale più alta che in qualsiasi altro paese. Cifre che rendono difficile qualsiasi previsione.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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