Rappresentante speciale della Lega araba in Libia: La Russia potrebbe riequilibrare la situazione

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I tentativi delle nazioni occidentali di contribuire al ristabilimento della pace in Libia sono dettati dagli interessi dei vari attori politici. Il rappresentante speciale delle Lega araba in Libia Slaheddine Jammali ha osservato in un’intervista rilasciata a Sputnik che in tali condizioni il coinvolgimento della Russia nel dialogo potrebbe riequilibrare la situazione.

Slaheddine Jammali, ex ambasciatore tunisino in Giordania, Siria, Egitto e ora in Libia, nel 2011 era presente quando sono cominciate le proteste popolari precedute alla deposizione di Muʿammar Gheddafi. Alcuni giorni dopo l’inizio della guerra civile in Libia l’ex segretario di stato del Ministero degli Esteri incaricato al Maghreb ha incontrato i rappresentati dei gruppi contrapposti. Nominato rappresentante speciale della Lega araba nel novembre 2016, il diplomatico tunisino conosce bene le personalità impegnate nel conflitto armato.

– In che misura era possibile evitare che la situazione si complicasse ulteriormente?

– I disordini sono cominciati subito dopo l’ultimo vertice della Lega araba tenutosi a Tunisi il 30 marzo 2019. Durante il vertice le nazioni arabe hanno sottolineato l’importanza di risolvere i problemi in maniera pacifica e di continuare a incontrare i gruppi politici libici. Nessuno si aspettava che ben presto sarebbe scoppiata una guerra. Prima del vertice mi trovavo nella Libia orientale dopo un viaggio nei territori occidentali dove avevo presentato una relazione sulla situazione del Paese. Avevo osservato che i dibattiti politici lasciavano poche speranze anche in relazione alla Conferenza nazionale di Ghadames (inizialmente prevista per metà aprile, ma rimandata dal maresciallo Haftar, il comandante della Libia orientale, per via dei disordini). I cittadini dei territori orientali della Libia non hanno accolto troppo bene la conferenza poiché non si aspettavano da questa alcun progresso nel processo di risoluzione pacifica del conflitto. Tuttavia, non mi sembrava che la guerra fosse inevitabile e non pensavo che avesse assunto una tale portata.

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Sebbene credesse nella risoluzione pacifica, Haftar sapeva che non avrebbe ricavato nulla di concreto da quest’incontro. Si rendeva conto che era necessario risolvere molti problemi e che sarebbe stato difficile cambiare la situazione in pochi giorni. Come molti libici nemmeno lui voleva prendere decisioni già decise dall’estero.

– Per via dell’attacco del 4 aprile la Conferenza nazionale sotto l’egida dell’ONU prevista per il 14-16 aprile è stata rimandata. Durante gli incontri con il maresciallo Haftar non Le è sembrato che il peggioramento della situazione fosse legato al mancato desiderio di tenere la conferenza?

– Non penso che l’obiettivo fosse di spostare la conferenza. La decisione è stata presa alcuni giorni (se non una settimana) prima dei fatti. Inoltre, ha giocato un ruolo importante l’effetto sorpresa. Alla base di tutto vi è il fatto che i governatori della Libia orientale non credevano che questi negoziati avrebbero portato a qualcosa o comunque erano delusi dai risultati di negoziati che duravano ormai da anni. E questo è reciproco poiché anche in Libia occidentale vi era un sentimento di sfiducia.

Sfortunatamente, ancor prima dell’inizio della guerra entrambe le parti coinvolte non erano sulla stessa lunghezza d’onda e fra loro la sfiducia era massima. Com’è noto, per definizione non vi possono essere negoziati se fra le parti non vi è un minimo di fiducia. Forse è andata così perché entrambe le parti miravano al potere? In sostanza, è proprio questo il problema della Libia: la guerra vede scontrarsi esponenti politici e talvolta meri politicanti.

– Con l’aiuto delle milizie?

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– Hanno impiegato i miliziani per raggiungere i loro obiettivi.

– Dopo il recente peggioramento della situazione in Libia la Lega araba ha elaborato una strategia in grado di ripristinare lo status quo precedente?

– Sebbene ad oggi ancora nessuno si sia rivolto alla Lega araba, il segretario generale della Lega ha presenziato alla presentazione da parte di Antonio Guterres dell’ultima versione del progetto multilaterale dell’ONU accanto all’Unione africana e all’Unione europea. La Lega araba è pronta a inviare osservatori che controllino il processo elettorale. Per le elezioni del 2014, che furono sabotate dagli estremisti (jihadisti, NdR), la Lega inviò 400 osservatori. È nuovamente pronta ad agire in qualunque momento se lo vorranno le parti interessate.

– Dunque, tutto ciò che può fare è essere a disposizione delle parti coinvolte?

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– Nell’ambito del suo recente vertice a Tunisi a sostegno dell’iniziativa dell’ONU la Lega araba ha organizzato un incontro quadrilaterale (ONU, Unione africana, UE e Lega araba). All’incontro hanno partecipato Antonio Guterres, Moussa Faki (presidente della commissione dell’Unione africana) e Federica Mogherini. È stato esaminato il processo di risoluzione pacifica del conflitto e le possibilità di spingere le parti interessate ad accelerare i negoziati. Alla fine dell’incontro i partecipanti hanno constatato con ottimismo che le parti libiche avessero fatto progressi sufficientemente buoni.

– A Suo avviso è possibile superare questo senso di sfiducia?

– Non sorprende che domini la sfiducia. Ma comunque questa non è tale da rimandare a data da destinarsi l’intero processo di risoluzione e scendere in guerra! Non penso che siamo arrivati a questo punto.

– Sono sempre di più gli intermediari (pensiamo solo al trio Algeria, Egitto e Tunisia) che coordinano in qualche modo le operazioni. Per via di tutti questi intermediari non vi è forse il rischio di rimandare la risoluzione pacifica della crisi libica?

– Tutti gli sforzi di intermediazione vengono intrapresi nell’ambito dell’iniziativa dell’ONU. Il “quartetto” controlla che venga implementato il processo di pace. Anche gli incontri di Parigi, tenutisi nel maggio 2018, sono parte del processo avviato dall’ONU, come anche la Conferenza di Palermo (novembre 2018) e l’iniziativa del presidente tunisino Béji Caïd Essebsi (avviata nel 2016 e che ha visto unire Algeria, Egitto e Tunisia, NdR). Quest’iniziativa non avanza nuove proposte. È stata elaborata con l’obiettivo di accelerare il processo di pace dell’ONU e per unire le diverse parti contrapposte. Dunque, gli intermediari non si calpestano l’un l’altro. Vi è solo una strada da perseguire: l’iniziativa dell’ONU per la risoluzione pacifica della questione.

– Ma quando si usa una strada sola, non si rischia che ci siano degli ingorghi?

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– Tutti agiscono nell’ambito dell’iniziativa dell’ONU. Si tengono incontri anche nelle nazioni vicine alla Lega. Sono stato a un recente incontro a Khartoum. Queste nazioni agiscono nel rispetto dell’iniziativa ONU e tentano di evitare che la situazione nei Paesi vicini peggiori. Va detto che in Libia convivono estremismo, brigantaggio, terrorismo e immigrazione clandestina. Vi sono persone che dalla Libia vanno in Europa. Talvolta rimangono anche per più di un anno in Libia. Succede che questi migranti infrangano la legge, diventino membri di gruppi criminali, si occupino di traffici illegali e vadano a ingrossare le fila dei terroristi. Questo si riflette negativamente sulle nazioni vicine, soprattutto nella fascia subsahariana, poiché i Paesi del Sahel e del Sahara fanno fatica a controllare i confini e a gestire le difficoltà economiche. La situazione libica rappresenta per loro un grave problema. Queste nazioni si incontrano non solo per accelerare il processo di risoluzione pacifica, ma anche per trovare di concerto una soluzione a problemi che li riguardano direttamente”.

– Perché la crisi non solo non è risolta, ma continua a peggiorare?

– Le organizzazioni a livello internazionale e locale sostengono il processo di pace. E dopotutto anche le grandi nazioni. Purtroppo queste ultime hanno interessi diversi in Libia, il che però non si riscontra nelle posizioni ufficiali delle parti coinvolte. Questo non fa che rallentare la risoluzione della questione. Vi sono gli interessi e vi sono le milizie a difendere questi interessi. La Libia possiede ricchi giacimenti di idrocarburi e gode di una buona posizione strategica con più di 2000 km di costa. Il Paese è ai confini dell’Europa. Gli europei sono interessati al petrolio libico non solo perché è vicino, ma anche perché è di buona qualità.

Se la situazione peggiorasse l’Europa avrebbe un accesso più diretto all’Algeria e alla Libia rispetto che alla Nigeria o ai Paesi del Golfo Persico. In tal modo, i Paesi europei, in particolare Francia, Italia e forse Gran Bretagna (che ha dimostrato enorme interesse per il petrolio libico e che ha sempre intrattenuto rapporti con il Paese) hanno interessi che complicano la situazione.

– Questi “interessi” influenzano negativamente le posizioni ufficiali…

– Sì, possiamo dire che influenzano molto negativamente le posizioni ufficiali.

– Intende dire che questi Paesi si sentono oppressi dalle società petrolifere nazionali?

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– Sì, proprio così. Ufficialmente sostengono il processo pacifico di risoluzione. Si prenda, ad esempio, l’UE. Alla stregua di tutte le organizzazioni internazionali e locali quasi tutti i Paesi sono a favore di una risoluzione della crisi libica al tavolo delle trattative, nonché a favore dell’unità del popolo e dei territori libici. Tutte cose buone nella teoria, ma che vanno conciliate con gli interessi di ogni Paese…

– Anche gli interessi dei Paesi europei sono diversi tra loro: ad esempio, quelli di Francia e Italia…

– Sì, è una faccenda di strategia, influenza politica e petrolio. Gli interessi francesi sono legati prevalentemente ai Paesi subsahariani. L’Italia, invece, ha da sempre interessi in Libia perché lì è attiva la società ENI. La Gran Bretagna vorrebbe mantenere ed estendere la propria presenza in Libia, così come gli USA. Lo United States Africa Command (AFRICOM) possiede basi nei Paesi dell’Africa subsahariana. Tutto questo impedisce il ripristino della pace. I Paesi occidentali, dunque, dovrebbero dimostrare in maniera più sincera il loro impegno per raggiungere la pace e non cercare di raggiungere i propri obiettivi danneggiando il processo di risoluzione pacifica.

Al momento stanno entrando in gioco altri Paesi. Intendo la Russia. Dovrà equilibrare la situazione poiché appartiene a un altro contesto, non quello europeo che è ormai diviso sulla questione libica. La presenza politica della Russia è assai auspicabile poiché potrebbe garantire un equilibrio nel Consiglio di sicurezza dell’ONU, ovvero al tavolo dei negoziati. Di recente la Russia ha equilibrato la sua posizione. Ha contatti con Tripoli, con Bengasi. Le parti auspicano la partecipazione della Russia.

La Russia chiaramente ha i suoi interessi, ma non nel prossimo futuro. Forse la Russia li sta ponderando. Ha interessi economici e militari. Ma questo non rende la presenza della Russia meno positiva poiché non lascia gli europei nella regione da soli e probabilmente rafforza le posizioni delle nazioni arabe. Viene ascoltata di più, è meno aggressiva di altri nel raggiungere gli obiettivi. Al momento è molto influente a livello internazionale. Insomma, la sua presenza conferirà uno sguardo nuovo sulla crisi libica e contribuirà alla sua risoluzione pacifica. L’internazionalizzazione della crisi libica e la partecipazione della Russia forse spingeranno gli europei ad affrontare più seriamente il problema.

– Ha menzionato AFRICOM. Vi sono al momento in Libia forze armate straniere?

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– I media hanno parlato di una piccola presenza americana delle forze AFRICOM ed è stato confermato che erano necessarie solamente per difendere le ambasciate. Inoltre, sono dislocate nel Paese le forze di sicurezza delle ambasciate stesse. Non penso che vi siano basi militari. Ma gli americani ci sono e possono interferire a loro piacimento. Finché il governo libico sarà debole e non controllerà i suoi confini, tutti potranno agire per fare i propri interessi.

– La Lega araba, che prende decisioni all’unanimità, non è condannata così a raggiungere il consenso solo su questioni moderate?

– No, anzi! Anche su questioni cardinali. Tutte le nazioni arabe sono a favore dell’unità della Libia, del suo popolo e dei suoi territori. Tutte le nazioni arabe vogliono rafforzare e sostenere la risoluzione pacifica della questione. Tutte le nazioni arabe sono contro la risoluzione militare del conflitto e a favore dei negoziati…

– Tuttavia, nel 2017 gli esperti dell’ONU nella loro relazione hanno indicato una nazione araba che ha prestato supporto logistico e tecnico al campo di Haftar.

– Probabilmente la relazione aveva determinati interessi da difendere. Gli interessi dei singoli Paesi esistono così come le loro operazioni segrete. Ma a mano a mano che si realizzerà una risoluzione pacifica del conflitto, gli interessi andranno in secondo piano.

– E alla luce del recente peggioramento della situazione la Lega araba è sempre unita?

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– Assolutamente sì. L’importante è non sostenere una parte a discapito dell’altra. Bisogna spingere le parti a incontrarsi, a sedere nuovamente al tavolo dei negoziati, a rinunciare alla logica della guerra e a passare a quella dei negoziati e della pace. Non è possibile ristabilire la pace facendo la guerra. La Lega araba spera che i cannoni non sparino più e che gli stessi libici, consci del fatto che la guerra non porta alla pace, si incontrino presto di nuovo. Non è da escludere che questa guerra contribuirà ad accelerare il processo di pace. Sembra paradossale ma è realtà: la guerra potrebbe portare ai negoziati. Talvolta si fa la guerra proprio in quest’ottica, cioè per raggiungere i negoziati. Vi sono diversi esempi di questo tipo nella storia.

– Si vis pacem, para bellum?

– Questo principio venne applicato durante la guerra nell’ottobre del 1973. Il presidente egiziano a tal proposito si espresse più o meno così: “Faccio la guerra per avvicinarmi alla pace”.

– Pensa che la politica di Sadat abbia ispirato il maresciallo Haftar?

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– È stato confermato che il suo obiettivo è contrastare i terroristi: infatti, si sta impegnando a cacciarli dalla capitale. Se riuscirà a convincere i rappresentanti delle varie parti al potere sia a Tripoli sia a Bengasi del fatto che è necessario unire le forze per contrastare i terroristi e i criminali attivi a Tripoli e dintorni, ben venga. La presenza di terroristi non aiuta né il governo né l’esercito di Haftar. Con loro domina il caos, sono più forti laddove non vi sono pace e stabilità. Per questo, la loro logica si fonda sul caos. Se Haftar agirà in tale direzione, il governo di Tripoli gli dirà probabilmente: “Certo, anche noi siamo contro di loro. Proviamo a vedere come collaborare…”.

– Haftar rimprovera al governo della Libia occidentale di non essere sufficientemente attivo in tal senso e addirittura di collaborare con i terroristi…

– Possono prendere accordi e collaborare. La fiducia tra le parti potrebbe contribuire a risolvere tutti i problemi. Se c’è fiducia si può promuovere una risoluzione pacifica del conflitto. Ma è indispensabile la fiducia per farlo.

– A Suo avviso vi sono controversie tra i Paesi del trio menzionato più sopra: Algeria, Egitto e Tunisia?

– Ognuno dei Paesi confinanti ha il suo punto di vista, i suoi interessi strategici ed economici. L’Egitto ha i suoi, l’Algeria i propri. Chiaramente, c’è una certa rivalità, ma può essere tenuta sotto controllo e superata perché non mini gli sforzi profusi. Il presidente tunisino ha proposto di convocare un incontro trilaterale per coordinare le operazioni di sicurezza di questi Paesi poiché questo è un settore problematico: criminalità, immigrazione clandestina e terrorismo. A sud del Paese sono attivi anche i combattenti di Boko Haram.

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