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L'influenza cinese in Europa, il confronto tra Francia e Italia

© AP Photo / Ng Han GuanBandiere UE e Cina
Bandiere UE e Cina - Sputnik Italia
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Com’era divenuto ormai chiaro da diversi giorni, il tentativo statunitense di persuadere in extremis l’Italia a non sottoscrivere il Memorandum of Understanding “politico” di accessione alla Belt and Road Initiative non ha avuto successo.

Non che gli emissari americani si siano risparmiati, tutt’altro. L’ambasciatore Lewis Eisenberg è stato infatti fin troppo attivo ed ha cercato fino all’ultimo giorno utile di convincere Luigi Di Maio a desistere dal proposito di firmare le intese con la Cina, risultate infine ben 29. Ma senza esito.

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Persino il Quirinale, che a Washington considerano tradizionalmente un presidio inossidabile dell’atlantismo italiano, ha deluso le aspettative degli Stati Uniti, assecondando i desideri della fazione più filocinese del Governo.

Quanto è accaduto si spiega in parte con la forte influenza che la Chiesa cattolica esercita ancora sulle vicende politiche italiane. Alla Santa Sede interessava ed interessa tuttora più che mai avere accesso alla Repubblica Popolare Cinese per potervi svolgere un’azione di proselitismo. E si è spesa da par suo, anche a costo di indebolire il paese che la ospita fisicamente nel proprio territorio.

Se ne è avuta una conferma il 25 marzo, subito la conclusione della visita di Xi all’Italia, in occasione della presentazione a Roma di un libro curato da padre Antonio Spadaro, ascoltato consigliere del Papa, significativamente intitolato La Chiesa in Cina. Un futuro da scrivere. All’evento, infatti, hanno preso parte, tra gli altri, monsignor Claudio Celli, della comunità di Villa Nazareth, ed il più illustre frequentatore di quest’ultima: il premier Giuseppe Conte, che nella circostanza ha descritto la sua visione della politica estera italiana, delineando una prospettiva che contempla il sostegno di Roma agli interessi globali cinesi.

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Non sembra quindi esserci molto di casuale nelle scelte fatte dall’Italia nel weekend appena trascorso. La decisione di firmare il MoU di adesione alle Vie della Seta è stata assunta nella piena consapevolezza delle sue conseguenze geopolitiche. I presunti vantaggi economici dell’operazione appaiono del resto del tutto trascurabili persino ad alcuni dei suoi più convinti promotori. Lo stesso Sottosegretario Michele Geraci, che ha gestito il dossier, a Genova, dov’era intervenuto l’8 marzo scorso proprio a parlar di Vie della Seta, aveva candidamente riconosciuto come dallo sviluppo delle relazioni economiche bilaterali italo-cinesi germogliate al lato del MoU politico non si attendessero cifre favolose, ma al massimo uno o due miliardi di euro di capitali freschi provenienti da Pechino.

L’impressione sempre più netta è che Roma si sia inserita in una relazione complessivamente squilibrata, che difficilmente garantirà grandi proventi all’Italia, sia perché promuove molto più gli investimenti italiani in Cina di quelli cinesi nel nostro paese, sia perché il grosso di ciò che si riesporterà sulle infrastrutture della Belt and Road Initiative sarà molto verosimilmente rappresentato da prodotti cinesi assemblati da manodopera italiana e rivenduti con il marchio Made in Italy.

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Ben diversamente è andata ai cinesi con la Francia, dove il presidente Xi e la sua folta delegazione si sono recati subito dopo la visita all’Italia, concludendo tra le altre cose un affare da 30 miliardi di euro che concerne la vendita alla Repubblica Popolare di circa trecento aeromobili di Airbus, ma nulla di paragonabile all’impegnativo MoU politico invece firmato dal Governo Conte. I francesi hanno evidentemente fatto i loro calcoli e debbono aver ritenuto che le necessità del business sarebbero state accettate dagli Stati Uniti, al contrario della sottoscrizione di un atto politico rilevante soprattutto sul piano simbolico. Roma e Parigi si sono quindi incamminate su percorsi diversi: entrambi funzionali alla dilatazione dell’influenza cinese sul Vecchio Continente, ma dalle implicazioni profondamente differenti e verosimilmente più serie per il Governo italiano, non a caso immediatamente messo in guardia da Steve Bannon.

Non c’è di che meravigliarsi. Trump è stato eletto dopotutto anche per fermare l’ascesa internazionale della Cina. Sembra quindi difficile, in effetti, che l’America possa del tutto rimanere inerte mentre si consuma l’attacco cinese al sistema atlantico, allestito 70 anni fa per far fronte all’Unione Sovietica.

Tutto quindi diventa improvvisamente possibile, inclusa l’uscita degli Stati Uniti dalla Nato o una nuova apertura di Washington nei confronti di Mosca, specialmente ora che la pressione sul Presidente americano per il cosiddetto Russiagate si è allentata in seguito alla pubblicazione delle risultanze dei lavori della commissione presieduta da Bob Mueller. Il mondo sta cambiando ad una velocità straordinaria. Per trovare settimane tanto dense e decisive per gli equilibri internazionali, bisogna tornare con la memoria alle rivoluzioni del 1989. La speranza è che le inevitabili tensioni all’orizzonte non precipitino una guerra ma possano essere gestite pacificamente. Purtroppo, non è affatto scontato.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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