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La situazione in Afghanistan
Dopo la presa di potere da parte dei talebani il futuro appare incerto per l'Afghanistan. Le forze militari guidate dagli USA si sono ritirate dal paese dopo 20 anni. Mentre alcune nazioni continuano a evacuare i loro cittadini, il paese dell'Asia centrale vive una crisi politica e umanitaria.

Ecco perché l’Isis non può dirsi sconfitto

© AFP 2021 / Piroschka Van De WouwSTOP ISIS
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Nonostante la caduta di Baghouz le cellule dell’Isis operano ancora in Siria e Iraq e sono presenti in Afghanistan, Libia, Sinai e Nigeria. Ma l’organizzazione conta migliaia di simpatizzanti nei grandi centri europei. Mentre sopravvive nella dimensione virtuale e religiosa.

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L’illuzione dell’Isis sconfitto l’abbiamo già vissuta. Era il dicembre 2011. Mentre l’allora presidente Barack Obama inneggiava alla nascita di un Iraq “sovrano stabile ed autosufficiente.” Le ultime truppe americane lasciavano il paese convinte di aver sconfitto quanto restava del cosiddetto Isi (Stato Islamico dell’Iraq). In quei giorni la cellula irachena di Al Qaida che nel 2006 aveva assunto la denominazione di Isi e nel 2010 aveva nominato Abu Bakr al Baghdadi suo leader sembrava effettivamente allo sbando. L’uccisione nel 2006 di Abu Moussab al Zarqawi e l’offensiva anti- insurrezionale affidata, dal 2007, al generale americano David Petraeus aveva consentito l’eliminazione di gran parte dei suoi comandanti. Dall’altra parte il recupero dei rapporti con le tribù sunnite aveva drenato il naturale terreno di reclutamento degli insorti alqaidisti. Anche allora Al Baghdadi – eclissatosi come oggi con un piccolo nucleo di uomini fidati - poteva contare su appena qualche centinaio di combattenti. Eppure neanche un anno dopo l’Isi faceva capolino in Siria con il nome di Jabhat al Nusra, la costola di Al Qaida messa in piedi dallo stesso Al Baghdadi che solo un anno dopo avrebbe conquistato Raqqa e avrebbe imposto la propria egemonia a larga parte dello schieramento jihadista in lotta conto Bashar Assad.

Sul versante dell’Iraq settentrionale il ritorno alla discriminazione delle comunità sunnite emarginate dalla maggioranza sciita garantiva nuovo sostegno popolare all’Isi. Iniziava da lì quella marcia verso la conquista di Mosul e la proclamazione del Califfato annunciata nel giugno 2014 da Al Baghdadi con quel discorso dal pulpito della moschea di Al Nuri di Mosul rimasto la sua unica comparsa in pubblico.

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Oggi dopo caduta della roccaforte siriana di Baghouz, riconquistata sabato scorso dalle forze curde con l’appoggio di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna poco cambia. Nonostante la perdita di Mosul e Raqqa e di un territorio che all’apogeo del Califfato era vasto quanto l’Inghilterra l’Isis non può dirsi debellato. Mentre  e un piccolo gruppo di comandanti restano alla macchia la formazione sopravvive in quella forma insurrezionale e asimmetrica assunte in Iraq per sopravvivere all’offensive americane. Come allora il gruppo è presente sia nel deserto a cavallo tra Siria e Iraq, sia nelle gole e caverne dei monti Hamrin in quella provincia settentrionale di Diyala che dal confine tra Iraq e Iran degrada verso l’Eufrate. Il primo a saperlo è l’incaricato d’affari americano a Baghdad Joey Hood.

“Il territorio fisco del cosiddetto califfato si dissolverà probabilmente questo mese - spiegava Hood nel corso di un incontro pubblico svoltosi a Bagdad un paio di settimane fa - ma questo non significa che non abbiano delle cellule dormienti e delle reti di finanziamenti. Di certo le hanno e tra breve potrebbero tornare ad essere forti come nel 2013”.

A garantire l’afflusso di nuove reclute contribuisce ancora una volta la marginalizzazione delle tribù sunnite nuovamente escluse dal contesto politico economico di un’Iraq controllato da gruppi e milizie sciiti. Sul fronte siriano la permanenza delle truppe americane, il cui definitivo ritiro resta un’incognita, rende impossibile la riunificazione nazionale e il successivo processo di riconciliazione favorendo l’adesione di elementi radicali sunniti alle ultime frange dello Stato Islamico.

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Siria e Iraq, tra l’altro, non sono neppure l’unico teatro a cui guardare. A cinque anni dalla proclamazione del Califfato lo Stato Islamico ha messo radici in Afghanistan, Libia, Nigeria e nella penisola egiziana del Sinai. Nelle periferie dei grandi centri europei abitate da importanti comunità musulmane l’Islam radicale continua a controllare moschee e luoghi di ritrovo dove l’Isis resta il gruppo di riferimento per migliaia di fedeli. Un'altra non meno importante dimensione dell’Isis sopravvissuta alla sconfitta militare è quella virtuale. Su internet i proclami dell’Isis continuano a circolare e a far proseliti. L’attentato di Utrecht in Olanda, messo a segno da un simpatizzante dello Stato Islamico 48 ore dopo la diffusione degli inviti a vendicare i musulmani massacrati nelle moschee della Nuova Zelanda dimostra come la rete europea sia presente e reattiva.

La dimensione dell’Isis più complessa da sradicare resta però quella religiosa. I versetti del Corano e gli “hadid”, i discorsi attribuiti al Profeta, in cui si celebra la violenza e da cui prendono origine i proclami all’odio della propaganda jihadista restano parte attuale e indiscussa del credo religioso islamico. Finché i vertici delle comunità religiose non si decideranno a metterli in discussione lo Stato Islamico potrà continuare ad affermare di lottare nel nome di quelle stesse comunità.

L'opinione dell'autore può non concindere con la posizione della redazione.

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