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Dushko Popov: chi fu la spia che ispirò James Bond?

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Il celebre agente segrete, doppiogiochista per l’intelligence inglese MI5 e per l’Abwehr tedesca Dushko Popov per tutta la Seconda guerra mondiale ha camminato sul filo di un rasoio rischiando di essere scoperto da un momento all’altro. Imbrogliò i tedeschi riguardo allo sbarco in Normandia e avvertì l’FBI di Pearl Harbour, ma l’FBI non gli credette.

Non a caso Ian Fleming si basò sulla sua biografia per creare il personaggio dell’ineccepibile James Bond.

Marko Popov, figlio del leggendario agente segreto nato a Cannes e mai vissuto in Serbia, di recente è tornato nella patria del padre per ricevere la cittadinanza serba. In un’intervista rilasciata a Sputnik racconta del “James Bond” di Dragutinovo, ricorda i momenti più brillanti della sua carriera da spia, dai più drammatici ai più singolari.

© Sputnik . РАДОЈЕ ПАНТОВИЋMarko Popov
Dushko Popov: chi fu la spia che ispirò James Bond? - Sputnik Italia
Marko Popov

Marko dice che suo padre a casa non raccontava del suo glorioso passato militare ma i suoi fratelli vennero a sapere che Dushko Popov era uno dei più bravi agenti doppiogiochisti durante la Prima guerra mondiale solamente nel 1974 quando fu pubblicato il suo libro di memorie, Spia contro spia. Stando ai ricordi di Marko, dopo la pubblicazione del libro suo padre divenne più loquace, nel 2001 furono resi pubblici gli archivi dell’FBI e in seguito anche quelli del MI5 nei quali erano presenti circa 7000 documenti legati a Popov.

Il figlio del “Bond” serbo ricorda che aveva solo 18 anni, quando suo padre morì nel 1981. Ancora non capiva l’importanza di quel lavoro che il padre svolse durante la guerra.

“Qualche volta abbiamo guardato insieme a lui i film dell’agente 007. Il personaggio preferito della persona da cui hanno creato James Bond era il cattivo Squalo, il tirapiedi dai denti d’acciaio del film La spia che mi amava, che è morto e resuscitato più volte. Mio padre mi rivelò che, qualora un agente si fosse comportato in quel modo nella realtà, non sarebbe sopravvissuto nemmeno 2 giorni. Nonostante ciò i film gli piacquero, li trovò divertenti”, ricorda Marko.

“Per qualche ragione Fleming si ispirò alla storia di mio padre. Studiò il lavoro degli agenti doppiogiochisti, non solo di Dushko Popov, ma anche di molti altri. Tuttavia, fra tutti solamente a mio padre fu permesso di incontrare i tedeschi faccia a faccia. Gli altri agenti mandavano semplicemente messaggi via radio da Londra o scrivevano lettere con l’inchiostro invisibile”, precisa il figlio dell’agente.

Quanto alle “ragazze di Bond”, stando al racconto di Marko, ai suoi figli Dushko non raccontò le avventure che ebbe prima di incontrare la madre di Marko. Ma una volta in soffitta trovò una vecchia valigia piena di lettere indirizzate al padre e provenienti da diverse donne.

“Mia madre sapeva che aveva la fama di playboy, ma non era gelosa. Quando si sposarono lei aveva 19 anni e lui 47”, ricorda il figlio della spia.

Sebbene dopo la fine della Seconda guerra mondiale Dushko avesse lasciato la romantica professione di agente segreto, il MI5 negli anni ’50 gli chiese aiuto alcune volte.

“Ad esempio, lo chiamarono per spiare le banche svizzere che avevano emesso prestiti per i comunisti. Quest’operazione venne effettuata tra il 1954 e il 1956. Se finisci nel MI5 una volta, resti per lungo tempo nella loro “lista d’attesa”. Ma Dushko non lavorava espressamente contro i comunisti. Lo chiamavano soltanto quando dovevano entrare in contatto diretto con qualcuno”, racconta Marko.

Il figlio della spia ricorda anche alcune storie di famiglia, ad esempio quella di una lontana parente dei Popov, Zorica Miskovic che aveva lavorato per l’intelligence jugoslava:

“L’intero legame tra i servizi segreti jugoslavi e quelli britannici era reso possibile al tempo solamente grazie a Dushko e Zorica. Ogni anno Zorica veniva da noi nel sud della Francia per un paio di settimane in vacanza e sono convinto che in quelle occasioni loro si scambiassero informazioni”.

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Secondo Marko, dopo la fine della Seconda guerra mondiale Dushko non si interessò di politica, non aveva alcun problema con i comunisti jugoslavi: veniva tranquillamente fatto entrare nel Paese, andava con frequenza a Dubrovnik dove aveva trascorso la giovinezza e in Voivodina dove vivevano molti parenti dell’ex spia. Cominciò ad esercitare la professione di avvocato in Germania, rappresentava gli interessi di società che richiedevano la restituzione dei beni confiscati dai nazisti.

“Mio padre voleva semplicemente una vita tranquilla e libera. E visse sempre come piaceva a lui. Nessuno sa come riuscì a sopravvivere a quella lunga guerra. Ha avuto tanta fortuna. Più volte i tedeschi cominciarono a sospettare che lavorasse per Londra, ma in qualche maniera riuscì tutte le volte a farla franca. E quando chiedevano a mio padre se se la fosse vista brutta durante la guerra, lui rispondeva: “Sì, solo una volta, più o meno dal momento in cui la guerra è cominciata fino al momento in cui è finita”, ricorda Marko.

In 3 anni di lavoro Popov e i suoi passarono ai tedeschi moltissime informazioni errate riguardo al numero di truppe dislocate nel nord dell’Inghilterra e ai piani di sbarco in una zona compresa tra Calais e la Norvegia. E quando fu avviata l’operazione dello sbarco in Normandia, i tedeschi la presero come una provocazione degli alleati e per settimane furono pronti a contrattaccare le truppe avversarie nei luoghi suggeriti loro da Dushko Popov. Marko suppone che chiaramente la guerra si sarebbe conclusa anche senza questo stratagemma, ma sarebbe continuata più a lungo e avrebbe mietuto più vittime, se non fosse stato per il buon lavoro svolto dal padre e dalla sua squadra.

© AFP 2021Dushko Popov
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Dushko Popov

Secondo il figlio, il “fallimento” più grande del padre, di cui però non aveva alcuna colpa, fu Pearl Harbour: l’allora onnipotente capo dell’FBI John Edgar Hoover non prese sul serio le informazioni passate da Dushko riguardo al possibile attacco giapponese.

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Marko ricorda che Spia contro spia negli Stati Uniti divenne un best-seller, ma gli americani non credettero che Popov fosse in possesso di informazioni sull’operazione Pearl Harbour e che le avesse inviate a Hoover. Ma all’inizio degli anni 2000, quando furono resi pubblici gli archivi dell’FBI di quel periodo, furono trovati circa 2700 documenti legati al suo nome.

“All’FBI non capirono quanto erano importanti le informazioni di cui era in possesso mio padre. Non capivano niente di controspionaggio. Erano comuni poliziotti che volevano semplicemente che mio padre scoprisse chi erano gli agenti tedeschi”, afferma Marko.

In conсlusione Marko racconta come già da piccolo fu arruolato da alcuni vecchi funzionari dell’MI5 che avevano un buon ricordo di suo padre. Ma Marko rifiutò la loro allettante offerta:

“Non eravamo più in guerra allora. Che senso aveva? Mio padre ha fatto la spia perché allora c’era la guerra. Una guerra contro i fascismi e contro Hitler”.

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