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Scoperta a cavallo fra psicoenergetica e scienza tradizionale

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I neuroni sono in grado di scambiarsi segnali a distanza. Una volta scoperto questo, la gente ci ha messo poco a cominciare a parlare di telepatia, telecinesi e scoperte di neurobiologia.

“Il Premio Nobel è stato conferito per la scoperta della memoria molecolare dell’acqua”.

“Gli scienziati di Harvard hanno scoperto le vibrazioni quantistiche dell’intelletto universale”.

“L’efficacia dell’omeopatia è stata dimostrata con esperimenti in doppio cieco”.

Talvolta i divulgatori fanno gli incubi quando leggono titoli del genere: cosa succederebbe se improvvisamente tutte le scemenze pseudoscientifiche contro le quali si sono battuti tutta la vita si rivelassero un giorno anche solo parzialmente vere?! La speranza è che gli scienziati non si arrendano di fronte all’ignoranza di massa e che riescano a dare un nome scientifico alla Kikimora che sostengono di aver catturato nella taiga siberiana.

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Fino a questi punti non si arriverà perché le Kikimore non esistono. Ma pensavano la stessa cosa anche della trasmissione dell’impulso nervoso in uno spazio vuoto. Ora invece si è scoperto che esiste.

Quando Dominique Durand e i suoi colleghi descrissero questo fenomeno in un articolo scientifico e lo inviarono al Journal of Psychology, i recensori inizialmente ebbero una reazione piuttosto prevedibile: invitarono gli autori a ripetere tutti gli esperimenti a mente fresca e a comunicare in seguito i risultati. I ricercatori accettarono dimessamente l’umiliazione, ma quello non cambiò nulla. Infatti, avevano scoperto un nuovo modo per trasmettere il segnale nervoso da neurone a neurone. L’articolo venne approvato, ma fu corredato da una spiegazione: ci rendiamo conto che la scoperta è vera, ma ci pare comunque strano.

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I neuroni comunicano così fra di loro: lungo l’assone del neurone eccitato corre l’onda di depolarizzazione della membrana che arriva fino alla sinapsi dove viene trasmessa al neurone vicino tramite una sostanza chimica, il neurotrasmettitore. Questo è il medesimo processo che ci permette di pensare (e se correttamente replicato, è lo stesso processo che permette all’intelligenza artificiale di pensare). Tuttavia, i neuroni hanno anche metodi più ricercati per trasmettere segnali l’uno all’altro. Ad esempio, l’efapsi è il contatto che si stabilisce in maniera particolare fra cellule in cui il segnale elettrico è trasferito da un neurone all’altro senza alcun mediatore, ma tramite apposite proteine che fuoriescono dalla membrana. La caratteristica comune di tutte queste varianti (e sono davvero numerose) è il fatto che le cellule debbano avere fra loro un contatto molto stretto, quasi intimo. Si pensava evidente che l’elettricità che passa da un neurone all’altro non saltasse perché dopotutto non è la stessa elettricità che passa nei cavi, ma è una reazione chimica che necessita di una membrana cellulare.

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Duran e i suoi colleghi hanno studiato le frequenze cerebrali che si osservano nella corteccia e nell’ippocampo durante il sonno. Si pensa che queste frequenze in qualche modo siano correlate al consolidamento mnemonico di eventi accaduti durante la veglia. È possibile studiare simili frequenze in vari modi. Ad esempio, sul cervello di cavie addormentate o sotto l’effetto dell’anestesia: in questi casi le frequenze sono del tutto naturali, ma capire i loro meccanismi non è semplice. Un’alternativa è semplicemente coltivare cellule neuronali. Per quanto possa sembrare strano, anche questi neuroni che mai hanno preso parte al funzionamento di un cervello dimostrano un’attività periodica coordinata che ricorda i ritmi alfa del sonno (e non a caso: la vita della coltura di neuroni sul terreno di coltura non può essere definita in alcun modo di veglia).

Vi è una terza alternativa, intermedia, che consiste nel prendere una sezione di un cervello morto da poco. I neurobiologi lo chiamano ex vivo. I ricercatori dell’Ohio hanno lavorato proprio con queste sezioni dell’ippocampo del cervello di una cavia. Al loro interno hanno anche osservato un’attività periodica rallentata. E sono riusciti ad appurare che la tradizionale trasmissione del segnale tramite sinapsi non spiegava quell’attività. A quanto pare, si trattava di una trasmissione per efapsi, cioè l’impulso elettrico veniva trasmesso grazie al contatto tra neuroni.

Ma ancora la grande scoperta non è arrivata: che si tratti di efapsi o di sinapsi questo interessa solo qualche neurofisiologo. Ma è qui che cominciano le stranezze: è emerso che la comunicazione fra neuroni poteva essere rafforzata o soppressa tramite deboli campi elettrici. Qui i ricercatori hanno cominciato a impazzire. Questo è successo quando hanno spezzato un tessuto in modo tale che fra le due sezioni si formasse una fessura.

L’onda di attività periodica nell’ippocampo, arrivata alla spaccatura, ha scatenato uno stimolo nell’altra area. Ciò significa che i neuroni sono entrati in comunicazione fra loro, ovvero hanno scambiato segnali elettrici, a distanza. La distanza non era grande, ma, come si suol dire, il difficile sta nel cominciare: se è così, allora forse anche un cappello di carta stagnola non è un dispositivo poi così inutile. La conclusione principale è stata la seguente: queste frequenze sono un fenomeno conosciuto da circa 50 anni e coinvolto in meccanismi fondamentali di funzionamento cerebrale come il sonno. Queste frequenze si diffondono con l’ausilio di un meccanismo a noi del tutto sconosciuto nel quale svolgono un qualche ruolo anche i campi elettrici.

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“Noi ancora non capiamo questa parte della nostra scoperta che dovrebbe aiutarci a rispondere ad alcune domande”, osserva l’autore Dominique Duran. Questo comunque già di per sé rappresenta una piccola rivoluzione nella neurobiologia. Di recente è emerso che le stesse domande erano state poste negli anni ’50 quando Alan Hodgkin capì in che modo il potenziale d’azione si diffonde lungo il neurone. Rimaneva solo da studiare la questione più in profondità. Ed ecco però che i neuroni si sono rivelati assai più strani di quanto si pensasse. A chi si è già messo a riprodurli al computer per capire da dove parta il pensiero solamente il tempo ricorderà loro della sottovalutata virtù dell’umiltà.

A tal proposito, poiché alla viglia della Quaresima si parlava di umiltà, menzioniamo un’altra opera scientifica, anch’essa sul cervello. In questa ricerca alcune cavie dovevano trovare in una scatola buia una piccola colonna. Una volta trovata, nella corteccia somatosensoriale (l’area del cervello in cui vengono elaborati i segnali provenienti dagli organi di senso) si sono attivati determinati neuroni. Come premio per aver trovato l’oggetto le cavie ricevevano dell’acqua (purtroppo per loro i premi sono questi: è come se a voi in premio per i vostri sforzi al posto di altri soldi vi dessero il vostro normale stipendio). Poi alle cavie hanno cominciato a dare l’acqua senza un particolare motivo. E cosa pensereste voi? Nella corteccia sensoriale si sono attivati gli stessi neuroni tattili. Ma nelle cavie che non avevano mai toccato la colonna, l’acqua non scatenava quella reazione.

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Anche questa è una rivoluzione nella neurobiologia (sebbene di dimensioni molto inferiori a quella descritta in precedenza). La corteccia sensoriale deve rispondere a stimoli reali e immediati. Mai nessuno aveva tentato di collegarla alla memoria. Ma il legame fra le due è innegabile. Quindi, quando il nostro lettore leggerà per l’ennesima volta che la memoria nel cervello si trova in un posto piuttosto che in un altro, avrà diritto ad essere scettico. Nel cervello nulla è poi così chiaro.

Forse siamo sicuri del fatto che solo fenomeni come la telepatia, la telecinesi, i fantasmi e i malefici non esistono. Di questo la scienza è sicura. Ma per tutto il resto c’è ancora del lavoro da fare.

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