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BREXIT: cosa fare con Irlanda?

© AP Photo / Brian LawlessLa frontiera tra la repubblica d'Irlanda e l'Irlanda del Nord nel villaggio di Bridgend.
La frontiera tra la repubblica d'Irlanda e l'Irlanda del Nord nel villaggio di Bridgend. - Sputnik Italia
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Comunque vada, e cioè si raggiunga o no un formale accordo di separazione tra l’Unione Europea e la Gran Bretagna, di certo esisterà tra i due una barriera per merci e persone. Il problema è sapere dove sarà posto questo confine.

Che Francia e Regno Unito siano separati dalla Manica e che questo rappresenti un confine naturale è scontato. Meno evidente però è cosa fare con l'Irlanda. La parte nord est dell'isola appartiene al Regno Unito e tutto il resto dell'isola è una repubblica indipendente destinata a restare parte dell'Unione Europea. Fu l'ingresso della Gran Bretagna nell'Unione a superare la conflittualità violenta all'interno dell'Irlanda del Nord tra i sostenitori del Sinn Fein, fautori di un'Irlanda tutta unita e repubblicana, e chi voleva mantenere la britannicità del territorio.

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Gli scontri ebbero fine con un negoziato (detto del "Good Friday") e si decise che le due Irlande non avrebbero più avuto un vero confine tra loro. La negoziazione tra la May e il negoziatore europeo era arrivata alla conclusione che, almeno per i prossimi dieci anni nell'attesa di una diversa intesa, non sarebbe stato creato alcun vero confine tra le due parti. Il "backstop " (così fu chiamato) prevedeva che merci e persone potessero continuare a circolare liberamente all'interno dell'isola. Il vero confine sarebbe stato spostato nel Mare di Irlanda che separa l'isola dal resto del Regno Unito. Tuttavia, è stata proprio questa soluzione uno dei motivi, se non il principale, che ha portato alla bocciatura da parte del Parlamento di Westminster di tutto l'accordo.

Sia i membri del Partito Unionista Democratico del Nord Irlanda (il cui appoggio è indispensabile per garantire la maggioranza all'attuale Governo britannico), sia tutti gli altri sostenitori della Brexit, hanno ritenuto, non senza ragione, che la soluzione trovata implicasse una vera e propria amputazione del territorio britannico. In effetti, anche se la sovranità sull'area avrebbe formalmente continuato a essere quella di Londra, i regolamenti doganali e le modalità di scambio delle merci sarebbero comunque dipesi dalle regole stabilite a Bruxelles e, per di più, senza che i nord irlandesi potessero metterci becco. Dublino aveva preteso che questa ipotesi non avesse possibili alternative paventando, nel caso di un nuovo confine tra le due Irlande, la ripresa delle violenze tra le due comunità a Belfast e dintorni.

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In realtà, il vero motivo dietro alla posizione di Dublino rispondeva all'esigenza molto sentita dalla grande maggioranza degli irlandesi di poter immaginare un futuro in cui l'isola sarebbe finalmente diventata unita e tutta repubblicana. Il resto d'Europa non ha potuto che assecondare la volontà di Dublino perché il cedere su quest'aspetto avrebbe rappresentato un brutto segnale per gli altri piccoli Stati membri. In altre parole, si doveva scegliere se parteggiare per un proprio partner o accettare le esigenze diverse di un Paese non membro. Si pensi alla questione di Cipro con la Turchia, ai Paesi Baltici con la Russia e all'Ungheria con l'Ucraina. Il problema avrebbe potuto porsi allo stesso modo anche con Gibilterra seppur, in questo caso, il governo di Madrid si è mostrato più duttile ed ha concordato bilateralmente con Londra un impegno di reciproche consultazioni.

A qualcuno nella stessa Commissione Europea sono sorti dubbi sull'opportunità di forzare la mano a Londra costringendo a scegliere tra il "backstop" e un "no-deal" ma il governo di Dublino non si è mostrato disponibile a cedere in alcun modo. D'altra parte, se il confine rinascesse senza alcun accordo, per tutti i sud irlandesi rimarrebbe almeno teoricamente la possibilità che, presto o tardi, il sogno di un'unione di tutta l'isola possa avverarsi. Qualora, invece, fosse formalizzata l'accettazione del confine, sarebbe come mettere definitivamente fine a quel miraggio.

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Esiste anche la possibilità (che discende direttamente dagli accordi del Good Friday) che si possa tenere un referendum tra gli abitanti dell'Irlanda del Nord affinché scelgano se rimanere nel Regno Unito od optare per Dublino. Era perfino stato concordato che, in caso di risposta favorevole a Londra, il referendum sarebbe potuto essere ripetuto dopo sette anni. I sondaggi fino a poco fa suggerivano che la maggioranza degli abitanti avrebbe preferito lo status quo ma, quando la domanda posta ha chiesto quale sarebbe stata la scelta dopo l'approvazione della Brexit, il 57% ha risposto a favore della secessione e per l'integrazione con Dublino (inchiesta condotta dall'ente di ricerca nord- irlandese LucidTalk). A conferma di questa tendenza va ricordato che il 56% degli elettori nord irlandesi ha votato "remain" nel referendum del 2016 nonostante gli Unionisti filo britannici avessero fatto campagna per il "leave". Anche nelle elezioni del 2017 per l'Assemblea nord Irlandese gli Unionisti, per la prima volta, non ottennero la maggioranza.

E' tuttavia evidente che anche la tenuta di un possibile referendum sull'argomento non sarebbe vissuta con gradimento dagli Unionisti e dai loro simpatizzanti e, nell'ipotesi che la maggioranza dei nord irlandesi si pronunci per la secessione da Londra, è quasi certo che gli scontri tra i due campi riprenderanno. Per ora non resta che attendere di vedere cosa deciderà il Parlamento di Londra e tutti, sul continente e nelle due isole auspicano che un accordo possa essere raggiunto. Se (ed eventualmente quale), è del tutto imprevedibile. 

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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