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L’Italia di fronte all'anno nuovo

© Sputnik . Natalia Seliverstova / Vai alla galleria fotograficaLe bandiere di Roma, Italia e UE alla piazza del Campidoglio a Roma
Le bandiere di Roma, Italia e UE alla piazza del Campidoglio a Roma - Sputnik Italia
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Sul futuro a breve termine dell’Italia gravano ancora molti elementi d’incertezza. Il paese ha dimostrato di possedere la voglia di reagire e si è espresso con grande chiarezza lo scorso 4 marzo, allontanando dal potere un’intera classe dirigente ed insediando un Governo nuovo.

Hanno conquistato posizioni di grande responsabilità molte persone che non erano mai entrate prima nella stanza dei bottoni, ma con una grande voglia di fare. L'entusiasmo ed una certa inesperienza hanno indotto fatalmente la compagine a commettere alcuni errori, che forse si potevano evitare con un po' di prudenza in più.

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Si è ottenuto un brillante successo nel contenimento dell'immigrazione, ma la sfida alla Commissione Europea si è risolta in una sconfitta, poiché il tentativo di rompere la camicia di forza dell'austerità finanziaria non è andato a buon fine. L'Italia ha combattuto una battaglia difficile per portare il deficit di bilancio al 2,4% ed ha infine dovuto accettare uno striminzito 2,04 con il quale è improbabile che possa essere effettivamente innescata la ripresa dello sviluppo, fermo ormai da un quarto di secolo.

L'opinione pubblica tuttavia sembra aver perdonato al Governo questo peccato di presunzione, perché è comunque ancora disposta a sperimentare un'alternativa alla politica di adeguamento passivo ai diktat di Bruxelles che aveva contraddistinto la linea di condotta degli scorsi anni.

La maggiore incognita relativa all'Italia in vista del 2019 è proprio quella che concerne la capacità dell'esecutivo di Giuseppe Conte di mantenere il consenso. Nessuno è infatti in grado al momento di stabilire se la compagine riuscirà o meno a superare le prime difficoltà che sorgeranno sul versante economico. Un primo esame si avrà già in gennaio, non appena cesseranno del tutto gli acquisti di titoli del debito sovrano ad opera della Banca Centrale Europea. Da quel momento in avanti, infatti, Roma potrà contare soltanto sui mercati internazionali, che hanno già fatto ballare non poco il nuovo Governo durante l'autunno appena trascorso.

Dal prossimo anno, non ci saranno più reti istituzionalizzate di protezione: l'Italia diventerà pertanto più vulnerabile e dovrà convincere gli investitori di tutto il mondo di essere ancora un debitore solvibile a lungo termine.

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La seconda sfida verrà dal più che probabile rallentamento dell'economia internazionale, che in realtà è già iniziato ed ha comportato conseguenze anche da noi. Per effetto della minore crescita del prodotto interno lordo che ne deriverà, l'incidenza del debito pubblico oltrepasserebbe i limiti previsti, generando allarme sui mercati e costringendo l'Unione Europea ad esigere nuove manovre correttive, che approfondirebbero la deflazione esattamente come quelle fatte dai Governi precedenti. Questo è lo scenario peggiore che l'esecutivo guidato da Conte potrebbe trovarsi a fronteggiare, potendo comportarne la delegittimazione rispetto al proprio elettorato.

Prevedere a questo punto i successivi sviluppi è impossibile. Al Governo giallo-verde potrebbe seguirne uno di natura tecnica, ma non è chiaro quali voti otterrebbe in Parlamento. In teoria, sono possibili anche dei "ribaltoni", cioè cambi di maggioranza realizzati tramite la sottrazione di deputati e senatori ai loro originari gruppi di appartenenza. Ma non si vede in che modo una compagine raccogliticcia e debole potrebbe affrontare i marosi della speculazione internazionale.

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Di fronte a queste prospettive, la strategia prescelta dal premier Giuseppe Conte e dai leader dei due partiti che compongono la squadra di Governo tende essenzialmente a guadagnare tempo. L'obiettivo è sopravvivere fino alle elezioni europee, dalle quali ci si attende che esca un Europarlamento molto diverso da quello attuale, con meno deputati popolari e socialisti e tanti populisti e sovranisti in più. La speranza coltivata a Palazzo Chigi e dintorni è che un risultato di questo tipo induca anche delle modifiche nella composizione e nel programma della Commissione Europea, come se poi a contare veramente in Europa non fossero ancora i Governi degli Stati Membri.

Un nuovo esecutivo comunitario, si spera, potrebbe essere più tollerante sul versante delle politiche fiscali e dar quindi respiro ai paesi che siano come l'Italia alle prese con la stagnazione e la gestione di alti debiti. È difficile però che le cose vadano così. Non solo perché i sovranisti e populisti difficilmente oltrepasseranno la soglia del 20% dei consensi su scala europea, ma anche perché non costituiscono un fronte unitario e non sono quindi "federabili". Inoltre, è pressoché impossibile che all'Eurotower, da dove si dirige la Bce, giunga un altro banchiere centrale di formazione latina o anglosassone. È invece probabile che vi si insedi una personalità assai vicina agli orientamenti della Germania, la cui attuale Cancelliera è sospettata di ambire alla presidenza della Commissione Europea per evitare il pensionamento cui la condannerebbe altrimenti il proprio declino in patria.

Paradossalmente, le migliori chances a disposizione dell'Italia si connettono ai grandi problemi che affliggono i suoi competitori immediati. La rivolta dei gilet gialli ha paralizzato la Francia per un paio di mesi, durante i quali Roma è riuscita a recuperare parte del terreno perduto in Libia. E i tedeschi debbono darsi una nuova leadership.

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Vedremo se basterà o meno. Comunque vadano le cose, il Governo italiano ha un ulteriore fattore dalla sua parte, di natura interna, rappresentato dall'inesistenza attuale di un blocco politico in grado di dar vita ad una maggioranza diversa che abbia un radicamento nel paese reale. Si ha come l'impressione che i giallo-blu siano comunque "condannati" a governare malgrado le evidenti disfunzioni esistenti nell'alleanza tra Lega e Movimento Cinque Stelle. I loro elettori li vogliono insieme, almeno per adesso, o quanto meno li preferiscono a qualsiasi ipotesi alternativa possa riportare al potere i politici di cui si sono disfatti pochi mesi fa. La cosa migliore che i partiti d'opposizione possano fare in questa fase è quindi rinnovarsi profondamente, anche per recuperare credibilità nella loro critica all'azione del Governo, che non di rado è ragionevole e fondata. Vedremo nel 2019 se ne saranno capaci.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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