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Unione Europea ed Ucraina, ovvero il peso di un’alleanza insostenibile

© Foto : Border Service of the Federal Security Service of the Russian Federation in CrimeaTre navi della Marina ucraina hanno attraversato il confine russo
Tre navi della Marina ucraina hanno attraversato il confine russo - Sputnik Italia
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Alla corruzione e all’economia allo sbando s’aggiunge la legge marziale decretata dopo lo scontro navale con Mosca. Per l’opposizione la mossa del presidente Poroshenko è solo una trovata per sfruttare la tensione e rimediare ai disastrosi sondaggi in vista delle presidenziali di marzo.

Una corruzione dilagante. Un'economia inesorabilmente bloccata. Una democrazia trasformatasi da promessa in finzione. E oltre diecimila vite stroncate dagli scontri del Donbass. A cinque anni dalla cosiddetta rivoluzione il bilancio dell'Ucraina è tutto qua. E a rendere ancora più plumbeo il futuro della disgraziata nazione s'aggiungono i 30 giorni di legge marziale richiesti dal presidente Petr Poroshenko e approvati dal Parlamento dopo lo scontro navale con Mosca innescato dal tentativo di un rimorchiatore e due cannoniere di Kiev di attraversare lo stretto di Kerch. Un tentativo bloccato dall'intervento di una fregata russa che dopo aver speronato il rimorchiatore ha sequestrato le tre imbarcazioni.

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I primi a guardare con scetticismo alla mossa di Kiev sono gli ucraini. Per i militanti dell'opposizione la legge marziale punta a garantire nuovi consensi al presidente ed evitargli una clamorosa sconfitta. Poroshenko, fermo al 15 per cento secondo i sondaggi più favorevoli e al 9 per cento in base a quelli più avversi, punterebbe a risalire la china elettorale proprio sfruttando lo scontro con la Russia. Ma recuperare credibilità non sarà facile. Per la stragrande maggioranza degli ucraini il presidente resta, infatti, il principale responsabile della mancata lotta alla corruzione. Una colpa resa ancora più evidente dalla tragica sorte di Kateryna Handzyuk, la 33 enne militante dei diritti civili deceduta il 4 novembre scorso dopo l'attacco con l'acido solforico subito il 31 luglio in seguito alle sue campagne anti corruzione. Nelle sue battaglie la Handzyuk aveva più volte accusato le forze di sicurezza e le autorità del ministero dell'Interno facendo luce sulla complicità delle forze di polizia. Ma la morte della militante, seguita da violente manifestazione di protesta intorno al ministero degli interni di Kiev, è solo la punta dell'iceberg delle intimidazioni, delle minacce e dei veri propri attentati subiti da chiunque osi denunciare il coinvolgimento delle istituzioni governative negli affari sporchi gestiti con soldi pubblici.

Solo un mese prima della morte della Handzyuk "Amnesty International", "Human Rights Watch" ed altre organizzazioni internazionali in prima linea nella difesa dei diritti civili avevano denunciato la cinquantina di attacchi subiti in nove mesi dai militanti anti-corruzione. Una denuncia seguita, ai primi di novembre, dalla lettera firmata da una dozzina di organizzazioni locali in cui si criticava il "fallimento" del potere giudiziario di fronte agli attacchi alla società civile. La lettera chiedeva le dimissioni del ministro degli interni Arsen Avakov e del procuratore generale Yuriy Lutsenko accusati di aver bloccato e ostacolato le indagini. Richiesta vanificata dal blocco opposto in Parlamento dai deputati fedeli a Poroschenko.

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Di fronte alle responsabilità governative anche l'Unione Europea, ovvero il principale sponsor della cosiddetta "Rivoluzione", ha preso le distanze da Poroshenko. Il Commissario per l'Allargamento della Ue Johannes Hahn arrivato a Kiev il 9 novembre per la presentazione di rapporto europeo sull'Ucraina ha definito inaccettabile un "indietreggiamento su questioni come l'anticorruzione". Il rapporto sottolinea come la riforma del potere giudiziario non abbia dato il via a processi per corruzione a funzionari di alto livello. Il fallimento più eclatante, favorito anche dall'assenza di riforme, resta però quello economico. L'entrata in vigore dell'Accordo di Associazione all'Unione Europea sventolato come un simbolo di sicura prosperità dai "rivoluzionari" del 2014 appare oggi una pia illusione. Nonostante un Pil balzato al 3 per cento agli inizi del 2018 dopo anni di risultati negativi Kiev avrà bisogno di almeno cinque anni di crescita ininterrotta per tornare ai livelli, già non incoraggianti, del 2013. Nel frattempo, per usare un'unità di misura familiare agli italiani, il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo è quasi raddoppiato impennandosi dal 36,6 al 71,8 per cento.

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Insomma se l'Italia è un pericolo per l'economia dell'Unione allora solo l'idea di un'associazione, seppur virtuale, con Kiev dovrebbe far rabbrividire Bruxelles. Invece pur di sostenere questa sorta di "alien" importato artificialmente nella sfera d'influenza europea i leader del Vecchio Continente continuano a sostenere le sanzioni alla Russia. L'ultima a difenderle, incurante della perdita di consensi, è stata la Cancelliera Merkel irriducibile nel riaffermare, quattro settimane fa, la volontà tedesca di "mantenere le sanzioni". Una convinzione al limite del masochismo pagata però da quelle aziende italiane che, a causa delle sanzioni alla Russia, hanno visto svanire oltre dieci miliardi di euro d'entrate.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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