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Bolton il neoconservatore apre agli scambi di territori

© AP Photo / Jerome DelayIl villaggio kosovaro di Gorozhubi sotto l'attacco dei bombardieri americani B-52, 1999. (foto d'archivio)
Il villaggio kosovaro di Gorozhubi sotto l'attacco dei bombardieri americani B-52, 1999. (foto d'archivio) - Sputnik Italia
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Un pezzo dopo l’altro, la ex Yugoslavia viene attratta dal magnete euro-atlantico, anche se ci sono ancora forze che localmente si oppongono alla prospettiva dell’integrazione nel vecchio Occidente geopolitico.

Un articolo pubblicato da Gian Micalessin su Il Giornale ha ricordato il 19 ottobre ai lettori italiani che nei Balcani è tuttora in corso una battaglia per la determinazione delle sfere d'influenza. Un pezzo dopo l'altro, la ex Yugoslavia viene attratta dal magnete euro-atlantico, anche se ci sono ancora forze che localmente si oppongono alla prospettiva dell'integrazione nel vecchio Occidente geopolitico. Le abbiamo viste al lavoro su ambo i lati del confine che divide in due la Macedonia storica. Naturalmente, come spesso capita in questi casi, nell'occhio del ciclone è già finita la Russia, che è stata accusata di aver contribuito a far fallire il referendum con il quale i macedoni erano stati chiamati a ratificare l'accordo raggiunto con la Grecia a proposito della denominazione del loro Stato.

Sulla vicenda, in realtà, hanno pesato considerazioni di varia natura. Tanto ad Atene quanto a Skopije si desiderava spianare la via all'accessione della cosiddetta Fyrom alla Nato ed all'Unione Europea, ma l'unico modo di farlo era di risolvere il contenzioso insorto tra i due paesi all'atto stesso della disgregazione yugoslava.

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Su questo specifico punto, tuttavia, sono state toccate delle sensibilità mai sopite dal tempestoso periodo in cui, poco più di un secolo fa, i Balcani si liberarono dal giogo ottomano. La Macedonia storica era infatti un'area molto ampia, che si estendeva dal sud-ovest della Bulgaria sino a Salonicco sull'Egeo e alla frontiera dell'Albania. Se la volevano annettere tanto i bulgari quanto i serbi ed i greci. Quanto è avvenuto nelle ultime settimane prova che questo capitolo non si è ancora davvero concluso. Le percezioni reciproche risentono ancora del passato.

Atene si è infatti opposta fin dal 1992 alla creazione di uno Stato che fosse riconosciuto con il nome di Macedonia proprio perché temeva rivendicazioni slave su una parte importante del proprio territorio nazionale: quella in cui, tra l'altro si trovano anche i resti della suntuosa tomba reale che accolse il corpo del padre di Alessandro Magno.

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In un'epoca di risorgenti passioni identitarie non stupisce che l'accordo tra Atene e Skopije abbia potuto incontrare delle resistenze. Non solo i nazionalisti greci e quelli macedoni, ma probabilmente neanche la Serbia ha particolare interesse al successo di questa riconciliazione, dal momento che potrebbe comportare il sostanziale accerchiamento di Belgrado proprio nel momento in cui in Kosovo è in atto la trasformazione delle forze di sicurezza locali in un vero e proprio esercito. È probabile che pure la Turchia consideri con favore il fallimento del tentativo di portare rapidamente Skopije nell'Europa comunitaria, dal momento che permette ad Erdogan di mantenere più facilmente i contatti con le comunità albanesi e slavo-musulmane balcaniche.

Del pezzo di Gian Micalessin, tuttavia, l'elemento più interessante è il richiamo fatto alle posizioni espresse dal Consigliere per la sicurezza nazionale del Presidente americano Trump, John Bolton, in merito al contenzioso serbo-kosovaro. A dispetto delle proprie credenziali di neoconservatore intransigente dalle forti inclinazioni antirusse, la scorsa estate Bolton aveva in effetti dischiuso la porta all'accettazione da parte americana di uno scambio di territori tra Belgrado e Pristina, qualora questa soluzione avesse potuto comportare l'archiviazione del doloroso conflitto del 1999.

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La portata di queste aperture non è stata adeguatamente evidenziata dal grosso della stampa italiana ed internazionale. Eppure, è notevole, perché potrebbe segnare un distacco dell'attuale amministrazione americana dalla tradizionale prassi diplomatica statunitense, che di solito nega legittimità formale agli strumenti della realpolitik anche quando se ne serve. Ancora più sensazionale è la circostanza che sia stato proprio Bolton ad esprimere questa posizione e che per giunta lo abbia fatto a Kiev lo scorso 24 agosto.

Il Consigliere per la sicurezza nazionale di Trump è stato naturalmente subito duramente criticato dalla stampa liberal americana, che gli ha addirittura rimproverato di aver potenzialmente innescato con le proprie imprudenti dichiarazioni un nuovo ciclo di guerre balcaniche.

In realtà, la sortita di Bolton potrebbe avere implicazioni che vanno molto al di là dei Balcani. Non solo perché parrebbe rivelare una insospettabile duttilità dell'uomo ai desideri dell'attuale Presidente americano, ma altresì perché quanto ha detto potrebbe rivelarsi un domani applicabile anche alla Libia, alla Siria, all'Ucraina e, persino, al complesso delle relazioni tra Occidente e Russia nell'area euromediterranea. Non sarebbe uno sviluppo negativo: lungi dal ravvivare conflitti ritenuti sopiti, questo approccio potrebbe invece facilitare la ricostruzione degli equilibri internazionali su basi più eque e stabili, depotenziando i risentimenti che stanno accumulandosi in tante zone del pianeta.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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