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Siria, dopo Helsinki la “Pax Russica” è più vicina

© Sputnik . Sergai Pivovarov / Vai alla galleria fotograficaI piloti russi sono tornati in Russia dalla Siria
I piloti russi sono tornati in Russia dalla Siria - Sputnik Italia
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La Siria è “il primo esempio di successo frutto del lavoro congiunto”. Le parole con cui Vladimir Putin ha descritto, a Helsinki, le relazioni con gli Stati Uniti sul fronte siriano sono la benevola sottolineatura di una realtà ben più amara per Washington.

La guerra, costata 400mila vite e scandita dall'appoggio dell'amministrazione Obama, della Cia e del Pentagono a ribelli e milizie jihadiste si sta concludendo con la sconfitta di questi ultimi. E con la vittoria a tutto campo del Cremlino. In Siria Mosca non ha avuto la meglio solo a militarmente garantendo la sopravvivenza di Bashar Assad e la riconquista delle aree perdute in sette anni di guerra. In Siria la Russia di Putin ha vinto anche, e soprattutto, sul terreno politico e diplomatico.

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Siria, conquistata dalle forze filo-Assad roccaforte degli islamisti in provincia di Daraa
Da questo punto di vista è riuscita a spiazzare gli Stati Uniti persino nel rapporto con Israele, ovvero con il loro unico e indiscutibile alleato mediorientale. Per capirlo basta seguire le fasi dell'offensiva che ha consentito la riconquista di Daraa — la provincia "culla della rivoluzione" dove nel marzo 2011 iniziò la rivolta — e del governatorato di Quneitra su quelle cruciali alture del Golan divise dal confine israeliano. Il problema principale in questo caso non era sconfiggere i ribelli, ma evitare la presenza sul terreno di forze iraniane e i conseguenti raid di Israele.

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Mosca: "il confronto tra Israele e Iran in Siria potrebbe andare fuori controllo"
A risolvere la questione ci ha pensato lo stesso Vladimir Putin. Il 9 maggio scorso, nell'incontro a Mosca con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, si è personalmente impegnato a tener a debita distanza dal confine israeliano gli iraniani e le milizie loro alleate. La prossima complessa mossa è la riconquista della provincia di Idlib situata al confine con la Turchia, nel nord ovest della Siria. Il governatorato, controllato fin dal 2015 da Hay'at Tahrir al-Sham meglio conosciuta come Jabhat Al Nusra, ovvero la costola siriana di Al Qaida è da allora una roccaforte jihadista. A Idlib sono stati ricollocati tutti i civili vicini ai ribelli sfollati da Homs, Aleppo, Ghouta e dalle altre zone riprese da Damasco. Ma quel che ne rende veramente complessa la riconquista è la posizione del presidente turco Recep Tayyp Erdogan. In base agli accordi di de-conflittualizzazione stretti con Russia e Iran durante i negoziati di Astana il territorio è sotto la supervisione di un esercito turco presente a Idlib con vari punti di osservazione. Durante un colloquio telefonico con Putin del 7 luglio scorso Erdogan ha già fatto sapere di non esser disposto a tollerare un'offensiva governativa per la riconquista della provincia. Ma non ha fatto i conti con la scadenza delle intese di Astana, fissata per settembre, e con gli accordi sulla Siria stretti a Helsinki.

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Minaccia per la Turchia dal Mediterraneo
Uno di questi riguarderebbe proprio Idlib. Gli Stati Uniti mal sopportano le pretese di Erdogan e di una Turchia che dopo aver occupato a marzo i territori curdo siriani di Afrin punta ad avanzare su Manbij, la roccaforte curda a est dell'Eufrate. presidiata dalle forze americane impegnate nelle operazioni contro le ultime sacche dell'Isis. Trump da tempo ne promette il ritiro contestualmente all'eliminazione delle ultime cellule dello Stato Islamico, ma non può permettersi di abbandonare al proprio destino quelle milizie curde rivelatesi decisive nella lotta al Califfato. Dopo Helsinki la svolta sarebbe, però, assai più vicina. Putin, approfittando delle scadenze di settembre, sembra pronto a metter con le spalle al muro Erdogan costringendolo, d'intesa con Trump, ad accettare sia l'avanzata delle forze di Bashar Assad su Idlib e sia l'esistenza di un'enclave curda estesa da Manbij fino al confine con l'Iraq e alle zone di Deir El-Zor sotto il controllo di Damasco. Dopo aver tentato per oltre sette anni di ottenere la caduta di Bashar Assad l'America si ritrova costretta, insomma, a collaborare per garantirgli la riconquista degli ultimi pezzi di Siria. E ad accettare i termini di quella che sarà, a tutti gli effetti, una "Pax Russica".

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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