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“Babel”, un libro sulla crisi del mondo globale

© AP Photo / Kim Kwang HyonAll'interno dello complesso di scienza e tecnica a Pyongyang.
All'interno dello complesso di scienza e tecnica a Pyongyang. - Sputnik Italia
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Il libero mercato e l’integrazione economica non hanno creato un mondo senza conflitti. La globalizzazione, accompagnata da un processo di omologazione, non ha fatto che ampliare i contrasti portando la guerra su diversi livelli, compreso quello economico. “Babel”, un libro sulla crisi del mondo globale.

Nelle librerie esce il nuovo libro di Salvatore Santangelo, "Babel", un saggio che descrive gli effetti negativi della globalizzazione e la crisi del mondo globale. La crescita esponenziale della Cina, i massicci flussi migratori, i conflitti a partire da quello afghano fino alla Siria, l'internalizzazione dei mercati e il ruolo dell'identità dei popoli sono i temi centrali del libro di Santangelo, che traduce la guerra come paradigma della globalizzazione.

Come reagiscono i popoli alla globalizzazione e ad una nuova guerra: militare, economica e culturale?

Sputnik Italia ha raggiunto per un'intervista Salvatore Santangelo, giornalista, docente di geografia delle lingue all'Università di Tor Vergata e autore del libro "Babel. Dai Dazi di Trump alla guerra in Siria: ascesa e declino di un mondo globale" (Castelvecchi).

© Foto : fornita da Salvatore SantangeloIl libro "Babel" da Salvatore Santangelo
Il libro Babel da Salvatore Santangelo - Sputnik Italia
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— Si parla spesso di globalizzazione, la maggior parte delle volte decantandone gli aspetti più positivi. Salvatore Santangelo, quali sono gli effetti negativi prodotti dalla globalizzazione?

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— Certamente l'attacco al ceto medio dei Paesi occidentali. La globalizzazione è un fenomeno che si è scatenato a partire dalla caduta del muro di Berlino, dalla fine del mondo bipolare. Diversi flussi si sono messi in movimento, parliamo del flusso finanziario, dei processi di delocalizzazione e dell'apertura della Cina come grande fabbrica del mondo. Va aggiunto a questo il flusso dell'informazione, diventato esponenziale grazie ai satelliti e soprattutto ad internet.

Vediamo i flussi di esseri umani che si muovono dalle campagne alle città, nella prima volta nella storia dell'umanità la maggior parte della popolazione si trova all'interno delle città e non più nelle campagne. Si tratta di un nuovo modo di vivere degli esseri umani, poi vi sono flussi migratori poderosi che vanno dal sud verso il nord sia in Europa sia negli Stati Uniti.

— Si notano sempre più dei contrasti fra est ed ovest, fra sud e nord?

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— Vediamo che soprattutto sui media occidentali tende a ripetersi una narrativa legata alla logica dello scontro della guerra fredda. Personalmente ritengo che per quanto possano essere forti le tensioni fra la NATO, il deep state americano e la Russia non si può riproporre lo schema che contrapponeva l'Unione Sovietica con l'Occidente. Non esiste un'alternativa ideologica, sia la Russia sia la Cina, pur con sfumature diverse, hanno abbracciato una visione capitalista. Certo ci sono sfumature importanti per quanto riguarda il ruolo dello Stato nell'economia, non esiste più però la contrapposizione, che all'epoca era centrale. La Russia attuale non è certamente l'Unione Sovietica, è chiaro che il quadro non si semplifica, le linee di conflittualità tendono a moltiplicarsi: quindi fra est ed ovest, nord e sud. Sono polarizzazioni di tipo geografico più che ideologico.

— Quindi i contrasti aumentano?

— Robert Kaplan, autore americano realista, in uno dei suoi ultimi saggi sottolineava come la contemporaneità che stiamo vivendo è la dura realtà contro cui si scontra il pensiero globalista. Le élite globaliste pensavano che il libero mercato, l'integrazione economica, il libero scambio e il libero movimento degli uomini avrebbero creato un mondo senza conflitti. Invece vediamo che le dinamiche delle contrapposizioni nella geografia di potenza tendono a rispondere alle sfide della globalizzazione. Anche Benjamin Barber nel suo libro "Jihad Vs McWorld" plasticamente rende questo tema. Più le forze della globalizzazione spingono per omogeneizzare il pianeta più la reazione identitaria è forte e vitale.

— Con la globalizzazione e il libero mercato quindi le guerre non sono terminate, anzi, oggi la guerra si sviluppa su più livelli, compreso quello economico, no?

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— Nel mio libro vi è un capitolo dove parlo della guerra come paradigma della globalizzazione. L'11 settembre e la guerra in Iraq è un periodo cruciale. L'Ambasciatore Sergio Romano scrisse una serie di saggi molto importanti sul mondo unipolare, sulla sovrapposizione della politica estera americana e il globalismo unilaterale americano. Di fatto si trattava dell'impotenza del resto del mondo nel governare questo tipo di fenomeno. Se la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi, oggi vediamo che questo assioma può essere certamente ampliato nel tema dell'informazione, del commercio e della finanza.

— In questo contesto quale importanza ha l'identità dei popoli? Si è verificata la voglia di riconquista della propria identità?

— Il tema dell'identità è centrale sia per per gli individui sia per i popoli. Nessuno di noi può prescindere dalle coordinate esistenziali e dalle proprie radici. La globalizzazione è stata accompagnata anche da un processo di omologazione dei gusti. L'immagine simbolo della vittoria della globalizzazione alla fine della guerra fredda è stata l'apertura del McDonald's in centro a Mosca. Quella che era un'impresa globale per eccellenza deve modificare i propri menù per andare incontro ai gusti dei consumatori.

Per reazioni all'omologazione i consumatori scelgono cibi bio, identitari e più salutari rispetto a quelli che questa catena sino a poco tempo fa proponeva in modo omogeno da una parte del pianeta all'altra. Lo stesso accade nel mondo islamico, che si sente sfidato dalla globalizzazione, esiste un processo di profonda frustrazione nel mondo arabo e la sua peggiore risposta è stata quella del terrorismo.

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Infine all'interno dei processi democratici vi è l'affermazione di una serie di movimenti politici che il mainstream tende a bollare come "populismi", che in realtà è la reazione dei popoli. Sotto il peso degli effetti negativi della globalizzazione i popoli tendono a rispondere per proteggersi e a sostenere le forze politiche che agiscono su due livelli come fa il governo giallo-verde italiano: da un lato il welfare, con il reddito di cittadinanza, dall'altro il controllo dei flussi migratori.

— Viviamo nell'epoca dei dazi di Trump e delle sanzioni contro la Russia. Come si immagina i futuri equilibri mondiali nel contesto della "guerra economica"?

— Già il titolo del libro definisce un orizzonte: il mito della torre di Babele descrive il tentativo degli uomini di costruire un mondo omogeneo, gli uomini parlavano tutti la stessa lingua. La torre è stata distrutta, le popolazioni disperse e la lingua si è frammentata in tante lingue.

"Dai dazi di Trump alla guerra in Siria, ascesa e declino di un mondo globale" è il sottotitolo: un mondo piatto totalmente omogeneizzato ci appare come un'utopia. Questo non significa che le forze della globalizzazione non sono forti, ma sono in qualche modo riequilibrate dalle spinte antiglobali. Per quanto riguarda il rapporto fra l'Europa e la Russia la mia posizione è molto vicina a quella dell'Ambasciatore Romano: è importante che al più presto si ritorni a dialogare togliendo dal quadro complessivo i motivi di scontro.

L'Europa non può fare a meno della Russia, la Russia non può fare a meno dell'Europa, è importante si proceda in questa direzione. Anche per quanto riguarda gli Stati Uniti, penso si arrivi presto ad una resa dei conti fra le due diverse posizioni. Trump anche a margine dell'ultimo G7 ha parlato della natura russa della Crimea e della necessità di trovare una posizione di pacificazione con Mosca. Questo per tornare ad affrontare insieme le vere sfide della globalizzazione, quindi il terrorismo, l'integralismo e l'instabilità. 

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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