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Le montagne non hanno salvato Barzani

© AP Photo / SAFIN HAMEDIraqi Kurdish leader Massud Barzani speaks at a press conference during the visit of the British Foriegn Minister to Arbil, the capital of the Kurdish autonomous region in northern Iraq, on March 17, 2016
Iraqi Kurdish leader Massud Barzani speaks at a press conference during the visit of the British Foriegn Minister to Arbil, the capital of the Kurdish autonomous region in northern Iraq, on March 17, 2016 - Sputnik Italia
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Un antico proverbio curdo recita: “I curdi non hanno amici, salvo le loro montagne”. Mai tale detto si è rivelato così vero come dopo l’esito del referendum sull’indipendenza fortemente voluto dal Presidente della Regione Autonoma Curda Massoud Barzani.

Il figlio dell'eroe nazionale curdo Mustafà era sempre stato un politico avveduto e prudente e fino a qualche anno fa dichiarava che l'indipendenza del suo popolo era un sogno e che, semplicemente, non era proibito sognare. Che cosa l'ha spinto ad abbandonare la sua abituale cautela fino a entrare in quel "cul de sac" che lo ha obbligato alle dimissioni?

Quando, anni orsono ma senza fissarne la data, annunciò la volontà di lanciare un referendum consultivo (se fosse stato definito diversamente sarebbe stato giudicato illegale, come in Catalogna), l'intenzione era duplice: ricompattare attorno a sé i sentimenti di tutto un popolo mettendo fuori gioco gli avversari interni e avere una base di partenza forte per negoziare una maggiore autonomia da Baghdad.

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Con la capitale i problemi principali riguardano la gestione dei nuovi pozzi petroliferi in Kurdistan e l'appartenenza alla Regione delle zone di Kirkuk e di Sinjar. Queste due aeree sono costituzionalmente appartenenti al resto del territorio iracheno nonostante fossero storicamente abitate da curdi e"arabizzate" da Saddam.

La prima costituisce la zona petrolifera più ricca dì tutto l'Iraq e fu occupata dai peshmerga che la strapparono ai guerriglieri dell'ISIS dichiarandola subito territorio curdo. La priorità di sconfiggere i terroristi convinse il Governo centrale a rinviare ogni intervento, pur contestando la legittimità della decisione di Erbil. L'avvicinarsi della vittoria e soprattutto la dichiarazione d'indipendenza fatta da Barzani hanno però spinto gli iracheni a intervenire, confortati dall'appoggio di Iran, Turchia e di tutta la comunità internazionale. Perfino gli americani, considerati dai curdi "amici privilegiati", hanno sostenuto l'operazione, consentendo l'uso dei loro carri armati destinati a suo tempo a combattere gli islamisti.

Nonostante le pressioni a soprassedere da parte di tutti i Paesi (con l'eccezione di Israele), Barzani si era convinto che, di là delle dichiarazioni ufficiali, gli Usa non l'avrebbero abbandonato nella sua volontà di secessione, sia per una certa riconoscenza per il decisivo ruolo svolto dai peshmerga nel conflitto, sia perché lo consideravano un indispensabile contraltare alla deriva di Baghdad verso gli iraniani.

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Anche dall'Europa, tutti i rappresentanti del Governo curdo nelle varie capitali lo confortavano verso la strada della rottura, rassicurandolo che le opinioni pubbliche europee capivano e approvavano il desiderio del popolo curdo di avere un proprio Stato. Purtroppo nessuno dei vari "ambasciatori" era stato scelto con le caratteristiche di avere un qualche acume politico e il loro massimo sforzo era solo quello di compiacere il "Capo" per garantirsi il perdurare delle laute prebende di loro competenza. IL risultato fu che Barzani s'illuse di poter contare sul fatto compiuto e a nulla valsero l'opposizione degli altri due maggiori partiti, il PUK e Goran, né le perplessità di alcuni politici del PDK stesso. Prima ancora di lanciare le proprie truppe per la riconquista di Kirkuk, Baghdad e l'Iran chiusero i rispettivi spazi aerei e la Turchia minacciò di interrompere ogni rapporto, anche economico, con Erbil. Il Governo curdo si trovò quindi isolato e la minaccia turca metteva in forse anche la pura sopravvivenza economica.

Quando poi le milizie sciite filo — Iran raggiunsero Kirkuk, a guardia della città trovarono la maggioranza di peshmerga controllati dal PUK e fu loro facile convincerli ad abbandonare le postazioni, in sostanza senza combattere. Barzani gridò al tradimento e una leggenda metropolitana racconta che si videro camion pieni di dollari che venivano consegnati ai combattenti curdi in cambio della loro resa. E' molto probabilmente una fola perché sarebbe stato inutile: il PUK, come abbiamo gia' detto, era contrario perfino al referendum ed è nota da tempo la sua sensibilità alle richieste iraniane. D'altra parte, resistere avrebbe significato l'inizio di una nuova guerra civile. Probabilmente anche i servizi di sicurezza interni, guidati dal figlio di Barzani, Mansrour, lo avevano confortato sulla strada da seguire contando proprio sul diffuso sentimento favorevole della propria popolazione ma, soprattutto, ciò che moti curdi pensavano era: "Se non ora, quando?"

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La perdita di Kirkuk non è solo una privazione territoriale: i suoi pozzi avrebbero coperto più della metà del petrolio esportabile e il venir meno di questi introiti significherà l'impossibilità di garantire l'autosufficienza economica della Regione. Se a ciò si aggiunge l'atteggiamento ostile della Turchia, unico sbocco per quelle esportazioni (e per le necessarie importazioni), il futuro destino di un ipotetico Stato curdo era segnato.

Oggi il Primo Ministro iracheno Al Abadi è molto più forte e le condizioni imposte per iniziare un nuovo dialogo tra le parti sono molto più pesanti di prima del referendum. Baghdad chiede, infatti, che tutti i confini della Regione siano passati sotto il controllo delle truppe irachene, così come gli aeroporti, e ciò significherebbe la fine di ogni esportazione autonoma di petrolio e la riduzione della "diversità" curda. Tra l'altro, se prima per un europeo andare a Baghdad significava avere bisogno di un visto mentre per Erbil non era richiesto, ora anche questo sarà uniformato. La situazione, quindi, è ora peggiore che in precedenza e la volontà di maggiore autonomia (leggi indipendenza) si sta trasformando in una drastica retrocessione. Probabilmente, Barzani si era illuso di poter conseguire l'obiettivo che era stato di suo padre, entrando lui nella storia come il creatore del nuovo Kurdistan.

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Quali conseguenze per il Kurdistan iracheno dopo le dimissioni del presidente Barzani?
Cresciuto combattendo tra i peshmerga contro nemici esterni e, a volte, anche interni, aveva pensato di realizzare quel sogno ma è stato sconfitto su tutta la linea. Era naturale che ne traesse le ovvie conseguenze e decidesse di ritirarsi dalla guida del suo popolo. La sua permanenza nella carica (tra l'altro scaduta da due anni e due volte rinnovata a causa della guerra in corso) sarebbe inoltre di ostacolo a ogni negoziazione con il potere centrale e sembra che anche gli americani gli abbiano "suggerito" di farsi da parte. Adesso tocca al Primo ministro regionale, il suo nipote Nechirvan Barzani e al vice, Qubad Talabani (figlio del recentemente scomparso Jalal Talabani), cercare di salvare il salvabile.

Di certo gli americani non li abbandoneranno durante i colloqui con Baghdad perché avere una regione Curda sufficientemente forte è utile anche a loro per equilibrare il potere iraniano nel Paese e per "tamponare" la possibile invadenza turca.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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