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Unico paese potrebbe sostituire il ruolo attualmente egemone degli Stati Uniti

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Solo un paese potrebbe realmente aspirare a sostituire il ruolo attualmente egemone degli Stati Uniti: la Cina.

Se osserviamo nel suo insieme la politica estera americana degli ultimi decenni, anche a un sincero atlantista come il sottoscritto nascono dei dubbi sulla saggezza e sulla coerenza delle scelte fatte dai nostri alleati.

Partiamo dal punto più volte pubblicamente espresso dai vari potenti di Washington: gli USA sono lo Stato dominante nel mondo perché è la loro vocazione e il loro dovere. Essi intendono continuare ad esserlo indefinitamente e dovranno impedire a chiunque altro di insidiare la loro posizione.

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Se anche accettassimo, seppur con comprensibile riluttanza, quanto sopra, chi oggi nel mondo potrebbe concretamente insidiare il potere degli Stati Uniti? Chi potrebbe diventare il pericoloso antagonista in grado di mettere a rischio la sua supremazia militare e monetaria (con tutto quello che ciò implica) fino a compromettere il benessere del cittadino medio americano?

Di sicuro non lo possono fare Paesi di piccole dimensioni e senza ambizioni planetarie quali, ad esempio, la Svizzera, il Kuwait, l'Italia o altri simili. Nemmeno un Paese efficiente e compatto come la Germania potrebbe, da solo, ambire a sostituire il ruolo che gli USA hanno assunto nel mondo. Occorre dunque guardare altrove… forse l'India? Si tratta di un miliardo e mezzo di individui e la loro massa potrebbe impensierire. Tuttavia, l'enorme disparità economica tra le varie zone del Paese, l'incredibile numero di lingue parlate nel territorio, la conflittualità culturale e politica tra ceti e regioni rendono impossibile, per almeno un altro secolo ancora, pensare a Nuova Delhi come riferimento per altri popoli nel mondo. Senza contare che la cultura indiana dominante è infinitamente lontana perfino dal solo proporsi quel ruolo.

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Allora…la Russia? Qualcuno a Washington certamente lo pensa e lo dimostra l'acrimonia di molti settori dell'establishment americano contro quel Trump che aveva promesso una collaborazione non conflittuale con Mosca. Anche quest'ipotesi, però, a noi sembra un'ipotesi poco credibile. Anche se Mosca lo pensasse e pur essendo il vecchio "orso" potenzialmente molto ricco, la scarsa densità di popolazione, la mancanza di naturali vie interne di comunicazione, la tradizionale scarsa produttività del lavoratore medio e l'inefficienza della burocrazia non gli consentono di aspirare al ruolo di guida unica sul pianeta. Ci provarono un tempo (almeno in duopolio), quando c'era ancora l'Unione Sovietica, e abbiamo visto come è finita.

Sarebbe inutile analizzare uno per uno tutti gli altri Stati del mondo perché uno solo potrebbe realmente aspirare a sostituire il ruolo attualmente egemone degli Stati Uniti: la Cina. 

Un miliardo e trecento milioni di individui, una cultura del lavoro da far invidia a qualunque stakanovista, una propensione storica a considerarsi "il centro del mondo", una scarsa attitudine a integrarsi con altre popolazioni, un'abitudine, infine, ad avere una classe politica che pensa in termini di decenni e non di anni: tutto questo fa della Cina un Paese che, date le giuste condizioni, potrebbe legittimamente sperare di "guidare" il pianeta.

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Nella sua storia, e con la breve parentesi dei domini coloniali europei, ha sempre esercitato un'egemonia su tutti i Paesi vicini e lo ha fatto spesso senza bisogno di guerre infinite. Considerati i limiti agli spostamenti consentiti dai mezzi di allora, le varie dinastie cinesi ricevevano contributi ed esercitavano potere in ogni dove raggiungibile dalle loro navi, e tutti i regnanti di quelle zone dovevano comunque fare i conti con il volere dell'Imperatore di Pechino. Con confuciana saggezza, la Cina di allora (e di oggi) preferiva esercitare il "soft power" ovunque non fosse indispensabile ricorrere a maniere più forti, ma l'obiettivo era, comunque, di imporre il dominio cinese ovunque fosse giudicato utile per garantire il benessere della corte e del popolino.

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Usciti finalmente dalla povertà tipica dei sistemi comunisti, l'enorme e rapido sviluppo dell'economia cinese ha impressionato il mondo, e oggi tutti guardano con preoccupazione il suo espandersi finanziario ed economico su tutti i continenti. L'Africa è già terra di conquista e le materie prime necessarie alle industrie cinesi vengono lì accaparrate con facilità. In cambio si offrono finanziamenti facili che, a Pechino lo si sa, non verranno mai restituiti in toto. Ma non importa: le clausole dei vari contratti di finanziamento stabiliscono che, in mancanza di ri-pagamento del debito, la proprietà delle opere realizzate diventerà di proprietà cinese e questo si mostrerà utile nel caso, come spesso accade, di infrastrutture stradali e portuali o di tutto ciò che vi è connesso. Anche in altri continenti la "generosità'" finanziaria cinese approfitta di difficoltà economiche locali per acquisire spazi, influenza e acquistare società ricche di know how. Lo si vede in Europa, in America del Sud e negli stessi Stati Uniti. Solo recentemente alcuni Governi hanno cercato di porre limiti a queste presenze ingombranti e pericolose, ma in molti casi è troppo tardi. Poiché' gran parte del territorio cinese è costituito da deserto, anche l'acquisto di terre coltivabili utili a garantire il nutrimento dell'immensa popolazione (oggi non più oggetto della politica del "figlio unico") è già stato previsto dai lungimiranti nuovi "mandarini". Tutte queste iniziative hanno bisogno di garantirsi il libero accesso sulle vie di transito e la marina militare di Pechino ha, conseguentemente, cominciato una vigorosa espansione nel Mare Cinese del Sud, blandendo o minacciando i recalcitranti Governi che vantavano una loro sovranità sulle aree coinvolte. Per essere più "convincente" la Cina ha aumentato i propri investimenti sia nell'aviazione sia nella marina ed ha sviluppato propri sistemi anche per la conquista dello spazio.

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Questa politica espansiva era cominciata già qualche decina di anni orsono ma, per non mostrare troppo presto i propri veri obiettivi, ha sempre giocato un ruolo di understatement adducendo la volontà di un Paese povero di uscire dallo status di Paese "in via di sviluppo". Solo da qualche anno a questa parte è diventato più difficile nascondere le vere intenzioni e anche i progressi militari sono resi pubblici. La stessa cosa è successa nel campo valutario dove è stata resa esplicita la volontà di sottrarsi al peso del dollaro americano. È in questa luce che vanno letti sia i passaggi verso la parziale liberalizzazione del tasso di cambio dello yuan sia gli accordi per aumentare gli scambi in valuta locale con i Paesi BRICS e con altri. Ulteriori dimostrazioni di quale sia la strada imboccata dai cinesi sono la creazione della Banca Asiatica di Sviluppo (di cui la Cina è stata promotrice) e il gigantesco progetto di due nuove "vie della seta", quella marittima e quella terrestre. Mentre a tutti i Paesi teoricamente coinvolti è difficile dire di no ad una proposta che promette (almeno sulla carta) ingenti investimenti e sviluppo locale, se veramente questa iniziativa sarà realizzata essa rappresenterà per Pechino qualcosa di più di una semplice ed enorme operazione economica: sarà il modo soft per imporre le proprie regole e la propria continua e ineludibile presenza non solo commerciale. Di per sé, la "nuova via della seta" è un'eccellente progetto che segnerebbe il ritorno all'economia reale dopo l'ubriacatura di quella puramente finanziaria ma il problema è che il pilota rimarrà sempre e soltanto cinese.

Seconda parte

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