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Una mano sul cuore, l’altra sul gas e l’Italia perdona l’Egitto sul caso RegENI

© Foto : Comune di TorinoStriscione "Verità per Giulio Regeni" esposto dal 4 aprile 2016 sulla facciata di Palazzo Civico (municipio di Torino)
Striscione Verità per Giulio Regeni esposto dal 4 aprile 2016 sulla facciata di Palazzo Civico (municipio di Torino) - Sputnik Italia
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Il caso di Giulio Regeni e la recente decisione del nostro Governo di re-inviare un nostro Ambasciatore nella capitale egiziana ha suscitato dibattiti e polemiche.

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Se in un primo momento tutte le forze politiche e i commentatori italiani si trovarono d'accordo nel sostenere che bisognava pretendere dal Cairo una "verità" sull'accaduto e, in assenza di essa, era giusto richiamare in patria il nostro rappresentante diplomatico, oggi quel consenso non c'è più. La riapertura della nostra sede diplomatica ha suscitato le ire della famiglia del giovane ricercatore e alcuni partiti hanno gridato al cedimento e al venir meno della dignità nazionale. Stranamente in concomitanza con la decisione del nostro Ministero degli Esteri, è stato pubblicato un articolo sul New York Times informando che il nostro Governo fu immediatamente avvisato dai servizi segreti americani sulle responsabilità dirette dei servizi egiziani nella tortura e uccisione del povero Giulio.

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Il dibattito che ne è nato non è affatto un puro artifizio elettorale di piena estate perché riguarda la scelta che a volte si pone tra la tutela di un qualunque cittadino, l'immagine di un Paese e gli interessi generali di quest'ultimo. Il problema si è posto molte altre volte, ad esempio quando un nostro concittadino è stato sequestrato all'estero e, in cambio della sua liberazione è stato chiesto un riscatto. Solitamente in quei casi non si è trattato del coinvolgimento di uno Stato straniero ma di gruppi terroristici o di puri delinquenti. Allora, pur negandolo ufficialmente per dovere di immagine e per non incentivarne la ripetizione, si è deciso che il riscatto andasse pagato e che la vita del connazionale valesse di più dei soldi versati. Il "caso Regeni" è un po' diverso poiché abbiamo avuto un cadavere, ci sono state torture e il locale Governo ha dato la netta impressione di non voler veramente contribuire alla ricerca della verità su quanto avvenuto. Per un minimo di orgoglio nazionale non era possibile far finta di niente e la protesta formale utilizzata è stata il richiamo dell'Ambasciatore Massari e i reiterati inviti pubblici ad una reale collaborazione. Oggi, dopo l'invio da parte del Cairo di nuove informazioni, alcuni documenti e una registrazione video da tempo richiesta, si è dichiarato che la cooperazione sia diventata effettiva e ciò avrebbe giustificato la ripresa dei normali rapporti. Quanto i nuovi dati inviatici siano veramente utili alle indagini non è dato sapere perché i materiali non sono nemmeno ancora stati tradotti, ma tanto è bastato.

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Per poter valutare fino in fondo la scelta fatta dai nostri governanti e prima di esprimere un giudizio definitivo, politico o morale che sia, occorrerebbe però considerare cosa e quanto sia veramente in gioco. Aggiungeremo alcuni elementi di valutazione senza pretendere di esporre tutta la realtà dei fatti e formuleremo ipotesi, magari fantasiose, che possono tuttavia non essere escluse a priori.

Partiamo dal giovane Regeni, un dottorando giustamente ambizioso che, in supposta (da noi) e totale buona fede, stava facendo ricerche politico-sociali su alcuni settori economici sospettati dagli egiziani di essere anti-sistema. Chi l'aveva mandato in Egitto e gli aveva affidato proprio quel compito i cui risultati doveva riferire volta per volta? Una insegnante di una Università britannica, nata in Egitto e notoriamente avversa al regime attuale. Perché quella professoressa ha sempre rifiutato anch'essa di collaborare con la nostra magistratura che indagava sulla morte di Giulio? C'era qualcosa che preferiva non dire? È possibile che lei stessa collaborasse con altre istituzioni britanniche, magari non pubbliche, di là del suo incarico universitario? A cosa, ma soprattutto a chi, servivano i dati che il dottorando andava raccogliendo? I servizi segreti egiziani erano convinti di avere una risposta a quelle domande, tanto da pensare che non si trattasse di una pura analisi accademica. Probabilmente, hanno anche supposto che il giovane fosse il complice consapevole di una operazione politica sotterranea e volevano, attraverso lui, conoscerne tutti i contorni. Ecco spiegata l'inumana tortura.

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I servizi americani, ma probabilmente anche i nostri, hanno capito immediatamente chi sono stati gli assassini e perché il fatto sia avvenuto. Spiava? Se pure fosse stato vero e non lo facesse per il nostro Governo, nessuno avrebbe potuto ammetterlo: si tratta pur sempre di un Paese "amico" e sarebbe stato estremamente imbarazzante per tutti immaginare una ricerca il cui frutto potesse servire per una destabilizzazione. Anche in altre circostanze è già accaduto che una spia fosse scoperta e uccisa per mano di un locale controspionaggio ma si è sempre smentito ogni mandato governativo da una parte e dall'altra. Non farlo significherebbe una totale rottura dei rapporti tra i Paesi coinvolti. Altra cosa è quando un concittadino resta vittima di atti delinquenziali o di una semplice disgrazia. In questo entrambi i Governi esprimono dolore e cercano assieme i responsabili. È esattamente quanto il Cairo ha finto di fare all'inizio della storia. Purtroppo, lo ha fatto in modo così maldestro da non riuscire credibile e noi abbiamo dovuto pubblicamente indignarci. Se ciò fosse avvenuto in un Paese per noi insignificante (che so', Vanuato ad esempio), avremmo fatto la nostra voce molto più grossa, magari fino a minacciare una guerra, ma l'Egitto per noi è molto importante: i nostri rapporti hanno carattere strategico sia dal punto di vista economico sia strettamente politico. Non a caso, il primo viaggio ufficiale di un Paese europeo per incontrare Al Sisi è stato effettuato dal nostro Presidente del Consiglio Renzi nonostante ancora qualcuno eccepisse sulla legittimità della sua presa del potere. Il nostro interscambio coinvolge circa cinque miliardi di euro e vede fortemente impegnate nel Paese molte nostre industrie tra cui, in primo luogo, l'Eni. Proprio quest'ultima aveva scoperto nelle acque territoriali egiziane quello che è il più grande giacimento di gas di tutto il Mediterraneo, lo Zohr, e anche altre imprese nostrane saranno probabilmente coinvolte nel suo sfruttamento.

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Va detto per inciso (ma le implicazioni di ciò che sto per scrivere non vanno sottovalutate anche ai fini del "caso Regeni" e potrebbero aver giocato un ruolo sia nel crimine che nel modo del ritrovamento del cadavere) che non tutti furono contenti di questa scoperta importantissima per il futuro sviluppo economico del Paese africano: certamente non Israele e Cipro, detentori di quello che fino ad allora era il giacimento gasiero più promettente per possibili rimesse verso i mercati europei; non fu contenta la Francia, da sempre ambiziosa di esercitare una propria supremazia su tutta la costa sud di quello che fu il "mare nostrum" (basta pensare a cosa fece in Libia contro i nostri interessi). Nemmeno a Mosca furono particolarmente felici perché quel giacimento potrà diventare un'ulteriore fonte di rifornimenti dal sud verso l'Europa, diminuendo così l'importanza strategica delle proprie forniture. Inoltre, Mosca stava approfittando del peggioramento dei rapporti egiziani con l'Occidente per riallacciare relazioni virtuose con il Cairo e un maggiore coinvolgimento dell'Italia nell'economia egiziana non era affatto utile ai suoi scopi.

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Di là degli aspetti economici, anche dal punto di vista politico un buon rapporto con il nuovo Faraone è importante per l'Italia. L'Egitto è il maggior sostenitore del generale libico Haftar che controlla la Cirenaica e sia per gli interessi dell'Eni (ancora lei), sia per il controllo dei flussi migratori dalla Libia è per noi utile mantenere con lui le migliori relazioni possibili. L'aiuto del Cairo è praticamente indispensabile. Non va poi dimenticato che "l'amica" Francia ha subito cercato di approfittare del raffreddamento tra la nostra capitale e l'egiziana per precipitarsi a stringere nuovi contatti con Al Sisi, puntando a sostituirci ovunque immaginabile.

Davanti a questo quadro, è naturale che, pur cercando di salvare la faccia per quanto possibile, Gentiloni e soci abbiano forse taciuto su quanto probabilmente già sapevano e, lasciato passare un tempo giudicato ragionevole, abbiano annunciato l'invio dell'Ambasciatore Cantini.

I diritti di un cittadino piegati agli interessi dello Stato, come qualcuno sostiene? O forse la necessità di piegare i doveri verso uno a favore di quelli verso milioni di altri cittadini italiani?

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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