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Viaggi Pianificati nel socialismo reale - 9° puntata

L'ingresso alla stazione della metropolitana berlinese di Potsdamer Platz
L'ingresso alla stazione della metropolitana berlinese di Potsdamer Platz - Sputnik Italia
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Manolo viaggiò nella Germania Democratica per la prima volta nel 1989, in visita ai parenti. Grazie alla sua testimonianza, potremo entrare nelle dinamiche domestiche del socialismo di matrice tedesca. Tra Dresda, Berlino e anonimi contatti umani. Un'intervista che fa analisi e ci dirà qual era il liquore italiano più amato nella DDR!

Nella DDR avevo due zii, entrambi fratelli di mia madre. Uno viveva a Radeberg (cittadina di circa 15000 abitanti a pochi minuti da Dresda), l’altro a Berlino. Il primo era un operaio, un tecnico, che conduceva una vita dignitosa in una casa con mobili che, in molti casi, si era costruito da solo. Era capace di lavorare il legno. La casa era molto accogliente, vi erano persino angoli riservati alla discussione. La sua era una famiglia normale, come la sua vita, una vita routinaria. Era rimasto molto umano. Fummo suoi ospiti per un paio di settimane, assaporando il gusto della vera DDR. Dopo un lunghissimo viaggio, con svariate coincidenze, eravamo finalmente riusciti a raggiungere Dresda e lui venne a prenderci alla stazione a bordo della classica Trabant. L’altro zio era un personaggio più spigoloso.

Funzionario della SED, a tutti gli effetti uomo di partito, rigido, chiuso, con moglie e figlio, era molto meno espansivo del fratello. Viveva in un piccolo, ordinatissimo e asettico appartamento nei palazzoni della periferia di Berlino. Anche la stanza del bambino era “fredda”! Ciò che li accomunava era una radicata disillusione accompagnata da evidente noia di fondo. Col primo si passavano belle serate intorno al tavolo e l’alcol scorreva abbondantemente. Era un fortissimo bevitore di birra che amava mangiare e stare a tavola. Lì finiva la serata, anche perché non c’era la possibilità di andare per locali. Non c’erano bar e, se c’erano, erano posti di una tristezza assoluta, arredati squallidamente. I locali erano luoghi vuoti dove si entrava a bere una birra e a fumare una sigaretta. Non c’erano giovani. Si viveva molto la dimensione della casa.

​Il primo fratello era più disponibile a parlare con noi di politica. Io chiedevo, criticavo, contestavo, ma lui era completamente disilluso dalla storia e dalla politica della DDR. Il secondo lo era ancora di più. La militanza nel Partito invadeva la sua dimensione personale. Pur essendo funzionario, era assolutamente disilluso dalla situazione che stava vivendo. Non lo dava a vedere, non ne parlava con piacere e si limitava, anche con mia madre, ad un rapporto di forma, quindi poco propenso ad approfondire. Una pesante noia caratterizzava i giorni di entrambi gli zii.

A Radeberg avevo una cugina poco più giovane di me e altri due cuginetti dell’età di mio fratello. Avevano 14 anni. Con loro si stava bene. Gli spazi per divertirsi esistevano. Si giocava a pallone, si andava a fare il bagno in una mega-piscina, di fatto gratuita, molto ben attrezzata, dove si poteva praticare la pallanuoto con due porte “serie”, da vero campo di pallanuoto, e con trampolini per tuffarsi. C’era un candore in quei ragazzini che… non si poteva trovare nei nostri coetanei italiani. Erano abituati a vivere con maggiore gradualità le fasi della crescita, erano ancora capaci di timidezze che noi non dimostravamo più perché mascherate da atteggiamenti precostituiti, preconfezionati, come ci insegnava la televisione. La televisione della DDR era inguardabile, altrettanto inguardabile quanto la nostra, ma per altre ragioni. Non ero incentivato a sedermi davanti alla tv per vedere Bonanza o un film russo degli anni ‘20 con sottotitoli in bulgaro.

​Loro erano poco curiosi nei nostri riguardi. Erano stimolati dalla nostra presenza, ma non chiedevano mai troppo della nostra vita. Eravamo noi i più curiosi. Noi eravamo dei ragazzini particolari… un ragazzino comune si sarebbe messo a piangere nel rendersi conto che lì non avrebbe trovato nulla di ciò a cui era abituato… niente cinema, niente amici o giostre, niente Macdonald’s. Io e mio fratello, invece, ci divertivamo come pazzi. Non ci facevano domande, sembravano abbastanza apatici da questo punto di vista. Devo ammettere che davano l’impressione di essere un po’ tristi.

Quell’esperienza era giunta al capolinea. La sua fine ha liberato forze sociali, nonostante gli odierni criteri di valutazione della qualità della vita evidenzino scarsi miglioramenti… ora c’è la prostituzione, che all’epoca era nascosta, c’è la droga, strumento di controllo dei poveri, che prima era solo per ricchi e funzionari di partito. I risultati si vedranno più avanti.

Qual è il dato? Il loro socialismo non aveva lasciato nulla nel tessuto proletario: quarant’anni non furono sufficienti per costruire un’adeguata coscienza di massa rispetto a quello che capitava nel Paese!

Berlino era bellissima, una delle più belle città che avessi mai visitato… del resto, lo era anche Dresda. Berlino era una città molto particolare. C’era ancora il Muro. Passando ad Ovest, superato il Muro, ci si imbatteva in una realtà completamente diversa, nel bene e nel male. Della parte orientale apprezzai il carattere monumentale, i grandi palazzi, l’ordine, le strade, i ristoranti elegantissimi dove si poteva mangiare spendendo appena quattro marchi e mezzo, seduti al tavolino, con i camerieri in smoking che servivano. Erano posti alla portata di tutti i portafogli. Avevano una metropolitana efficientissima. Un giorno la presi senza biglietto, ma fui pizzicato da un sorpresissimo controllore. Probabilmente quella era una delle prime volte che gli capitava un fatto simile. Resosi conto della situazione, mantenendo la calma e guardandosi attorno come per accertarsi che nessuno ci stesse osservando, insistette nel chiedermi di mostrare il biglietto. Io feci scena muta.

Dissimulando un certo imbarazzo, di colpo si allontanò. Provai pena per lui. Mi domandai: “Ma perché cazzo non l’ho comprato il biglietto?”.

Era una città davvero bella, soprattutto per i contrasti… perché magari dopo si andava all’Ovest e ci si trovava in un altro centro amministrativo, una classica città occidentale con gli artisti di strada che suonavano, il tossicodipendente svenuto, i poliziotti che fermavano il ladruncolo. Queste cose si vedevano all’Ovest. All’Est era tutto ordinato, “freddo”, ma bello.

​Tornato a Dresda, decisi di comprare dei pantaloncini. Era agosto, faceva un caldo della madonna… un paio di pantaloncini costava… che so… 100 lire. Entrai in un negozio di abbigliamento molto spazioso, rischiarato da un’ampia vetrina dedicata interamente ad un manichino mezzo rinsecchito, con tanto di parrucca che… quasi cadeva per terra, e a quattro paia di pantaloncini buttati lì. Indicai alla commessa il capo che mi interessava. Lei, annoiata e scortese, me lo porse per la prova. Calzavano bene, ma le chiesi comunque se era possibile provarne un secondo paio. Quasi le cascarono le braccia! Quello che intendeva farmi capire era: hai bisogno di un paio di pantaloncini? prenditeli e vai! perché devi stare qui a cincischiare?

Acquistai “quel” paio di pantaloncini e me ne andai.

Ha ragione chi sostiene che, se non c’è la logica della proprietà privata, gli individui sono poco incentivati? No, io non lo credo. Anche in quel caso il problema risiedeva altrove. La società era ormai priva di stimoli. Era come se il Paese fosse stato anestetizzato. Noi, per ragioni che derivano dalla nostra storia, la storia del PCI e del movimento comunista, siamo ancora in una fase che, se si parla male di quell’esperienza, è come se si stesse parlando bene dell’occidente. Bisogna liberarsi di questo approccio tutto ideologico alla questione!

I dolci erano buonissimi, spettacolari, eccezionali le pasticcerie, che sfornavano torte favolose, al cioccolato, alla frutta, ottime! Non mancavano le pietanze, le carni, spezzatini pesanti, ma ben fatti. Poi, sui treni, i grandi wurstel, di fegato, bianchi, i bratwurste, i wurstel da spalmare, i crauti, i rollmops (alici marinate che avvolgono dei cetrioli in salamoia), insalata di patate, gulasch. Non avevano i “primi”. Ci furono grandi bevute di birra. A Radeberg sorgeva un immenso stabilimento in cui producevano la “Radeberger”, una birra chiara. Bottiglie di vino? Potevano esserci. Pochissimi i liquori! Come superalcolico spesso si serviva vodka oppure quei liquori dolci, tipo sherry, “Amaretto di Saronno”. Andavano fuori di testa per l’Amaretto di Saronno! Avevamo portato della pasta, ma la materia prima non la sapevano trattare. La prima serata fu memorabile. Mio zio, affettuosissimo, mi fece prendere una sbronza di birra e vodka che vomitai la notte stessa.

Loro erano contentissimi di averci lì.

Girovagare era piacevole. Spostandosi in macchina si potevano apprezzare le particolarità del luogo, della campagna, con le sue piccole fattorie e le accoglienti trattorie: ci si fermava, si entrava e ti portavano il wurstel con i crauti, le patate, piatti curati, la birra.

​Una delle discriminanti del vivere nella DDR risiedeva nella circostanza di abitare o non abitare a Berlino. Vidi anche lo squallore, case fatiscenti. In quei casi provai senza dubbio una sensazione di abbandono.

Era evidente che nessuno avrebbe dato un marco per la salvezza della DDR. All’inizio ero su toni del tipo “ma guardate, l’occidente non va…”. Però, pensando di dover vivere lì… non stiamo parlando mica del Vietnam, ma lì era un problema… non si usciva mai per andare in un luogo di ritrovo…

Soprattutto mancava la possibilità – che per un giovane è vitale — di poter uscire dai confini e andare per il mondo a vedere il più possibile: un giovane deve avere questa spinta.

Quello che mancava completamente era la dimensione frizzantina della lotta di classe, che trovai invece in Russia, nel 1993, quando capii che anche l’ultimo degli stronzi con cui mi mettevo a discutere riusciva a tenermi testa nel discorso. In ogni dibattito i russi lasciavano intendere: non pensare di poter parlare con me di politica facendo troppa ideologia! Erano capaci di affrontare le questioni in maniera lineare, diretta. E questo lo riscontrai a tutti i livelli. C’erano molte persone in grado di contestare profondamente l’Unione Sovietica, piuttosto che la CSI di allora, usando la dialettica. Nella DDR queste persone non esistevano. In Russia i retaggi della rivoluzione del 1917 erano concreti e furono poi evidenziati dalle cronache dei gravi scontri per il malcontento dovuto ai cambiamenti sopravvenuti nei primi anni ’90.

Questi ricordi rimarcano la sostanziale differenza esistente tra un paese dove il proletariato inizia autonomamente la rivoluzione, compiendola, e un altro paese dove la rivoluzione (“imboccata”) si realizza soltanto perché predeterminata da ragioni di spartizione legate alla politica internazionale.

 

Intervista tratta dal libro "Viaggi Pianificati", di Luca Del Grosso.

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