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Matteo Renzi, quale futuro per un leader sconfitto?

© AFP 2021 / ANDREAS SOLARO Matteo Renzi
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Dopo i disastrosi esiti al referendum di dicembre Matteo Renzi vuole la rivincita: riprendersi la segreteria del Partito Democratico, sognando Palazzo Chigi. Renzi si sente già vincitore delle primarie, ma qual è il futuro politico di un leader sconfitto?

Renzi è tornato e sembrerebbe che la batosta del referendum costituzionale non sia mai esistita, l'ex premier è in forma più che mai e si prepara alla vittoria delle primarie di domenica 30 aprile.

Chi vince alle primarie è candidato premier, si affretta a precisare Renzi, ma in quale stato versa il Partito Democratico oggi e in vista delle possibili elezioni nel 2018? Non accetta le sconfitte Renzi, the show must go on. Sputnik Italia ha raggiunto per una riflessione Michele Prospero, professore di filosofia politica all'Università Sapienza di Roma.

— Professore Prospero, che idea si è fatto delle primarie del Partito Democratico?

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— Sono primarie in tono molto minore, cioè sono soltanto una stanca ripetizione di un rito che ha perso di smalto, capacità e incidenza nel dibattito politico. Sono primarie che vanno avanti per forza di inerzia senza alcuna capacità di opinione. Colpisce che non emergano durante questi riti cerimoniali occasioni di dibattito e di confronto.

C'è un partito il cui leader ha perso in maniera rovinosa il referendum che cercava come occasione di sostegno plebiscitario, inoltre ha perso in molte consultazioni locali e regionali. Questo leader non affronta, come si faceva nella politica di una volta, le ragioni concrete di una sconfitta, di uno scacco elettorale, ma cerca di procedere come nulla fosse accaduto. Si tratta del classico "tanto peggio per i fatti". Vediamo la ricerca di una via di rivincita immediata non tenendo in considerazione le dure smentite che la leadership renziana ha avuto nel corso di questi anni.

— Quali sono le prospettive politiche di Matteo Renzi nell'attuale contesto partitico secondo lei?

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—  Renzi è un leader gravemente sconfitto, che però cerca di tramutare il Partito Democratico in un prolungamento personale, quindi conquistare la leadership piena in un partito che perde pezzi attraverso scissioni, abbandoni di iscritti e militanti. Renzi vuole conservare il comando e cercare poi di incidere nel dibattito post elettorale incurante anche della possibilità di sconfitta, perché c'è una torsione personalistica del partito. In nome di obiettivi, di rivincita e di mantenimento del controllo non si tengono conto di esigenze più strettamente di partito, la persona viene prima del partito e questo è un rovesciamento della logica classica del partito politico. Persino in Inghilterra la leadership di Cameron ha abbandonato il terreno per ospitare considerazioni più di carattere collettivo e collegiale.

— Tenendo conto delle scissioni e della personalizzazione renziana quali prospettive ha il PD in vista di possibili elezioni nel 2018?  In quale stato di salute arriverà il partito alla prossima consultazione elettorale?

— In uno stato di salute molto deteriorato, è un partito che non dovrebbe andare oltre il 23%-24%. I sondaggi compiacenti lo danno un po'sopra, ma sono sondaggi che a mio modo di vedere sembrano poco plausibili. Il partito versava già in una condizione di crisi prolungata, ha perso il referendum e ha vissuto una scissione. Prospettive di una ripresa non pare che ci siano, è un partito che rischia molto, perché non vedo una ripresa competitiva davvero significativa.

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— Alle prossime elezioni secondo lei è più probabile la nomina di un premier di ripiego che di un personaggio forte, visto lo smembramento partitico e la legge elettorale proporzionale?

—  Sì, bisognerà vedere come andranno i risultati, si può ragionevolmente presupporre però che si cercherà una classica figura politica tipica dell'Italia della prima Repubblica, cioè non un leader che vuole comandare, bensì un uomo di mediazione capace di raccogliere in Parlamento le alleanze necessarie. Non è escluso che ci siano governi di minoranza che vanno avanti fino a quando il Parlamento non decida di farlo saltare.

È probabile che ci siano presidenti del Consiglio in tono minore, perché soltanto in questo modo è possibile ottenere il sostegno in Parlamento.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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