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Trump e le infrastrutture: quale modello di investimento?

© REUTERS / Jim Lo Scalzo/PoolDonald Trump
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Ancora non si conosce il vero orientamento del presidente Trump per i settori dell’economia reale degli Usa.

Cancellando le poche regole introdotte a suo tempo dal presidente Obama per contenere le spinte speculative, le sue decisioni riguardanti il mondo bancario e finanziario hanno molto deluso quanti si aspettavano i cambiamenti promessi in campagna elettorale.

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Trump, tra le tante cose, ha anche detto agli americani di voler investire nelle infrastrutture e ricostruire porti, aeroporti, gallerie, ponti, strade e ferrovie vecchie e usurate con investimenti per mille miliardi di dollari, che dovrebbero creare 15 milioni di nuovi posti di lavoro. Lo ha ribadito nel suo discorso di fronte al Congresso americano. Indubbiamente ce n'è bisogno. Alcune recenti stime, infatti, parlano della necessità di investimenti infrastrutturali per tre mila miliardi nei prossimi 10 anni.

Nel merito, comunque, si pongono molte domande relative ai programmi ed anche ai metodi di investimento. Si farà ricorso ad obbligazioni e a fondi pubblici mirati a specifici progetti a beneficio degli utenti, oppure verranno messi in campo dei partenariati pubblico-privati (PPP) in cui si garantiscono maggiori privilegi alla parte privata?

Potrebbe sembrare un argomento secondario ma non lo è per niente.

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Nel primo caso è chiaro che il governo che si farà carico dell'intero investimento che dovrebbe produrre lavoro, nuove attività produttive e altre ricadute in campo sociale ed economico. Lo Stato evidentemente si aspetta di essere ripagato attraverso una maggiore efficienza dei settori produttivi e con tributi fiscali derivanti dall'aumento dei redditi e dei consumi. Nel secondo caso, invece, gli investitori privati aspettano di essere ripagati dai consumatori con l'imposizione di tariffe per i servizi forniti e con una rilevante garanzia pubblica.

In Italia conosciamo bene la differenza in quanto negli anni, si è, purtroppo, in gran parte privatizzata la distribuzione dell'acqua, che da bene pubblico è sempre più diventato un servizio gestito da privati. L'aumento delle tariffe ricade interamente sui cittadini utenti. Lo stesso avviene per la gestione delle autostrade e delle tariffe che hanno portato ricchi introiti per i privati e scarsi investimenti e insufficienti manutenzioni della rete.

Lungi dall'intento di criminalizzare il modello PPP. Al contrario, esso può essere uno strumento molto valido se ben utilizzato e ben controllato. Occorre però riconoscere che non è il toccasana alternativo per tutti gli investimenti pubblici. Senza vincoli e limiti precisi può portare ad abusi, come accade per i voucher nel mercato del lavoro.

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Negli Stati Uniti si stima che la componente privata degli investimenti nei servizi di interesse pubblico produce su base decennale in media un profitto annuo tra l'8 e il 18%.

Sono soprattutto i fondi di "private equity", controllati dalle banche, ad operare in questi settori. E' noto che molte città americane grandemente indebitate hanno in passato "delegato" ai privati la gestione di servizi pubblici, a volte anche in cambio di pagamenti anticipati.

Se si analizzano alcune liste dei progetti previsti dall'amministrazione Trump la realtà viene subito a galla. La lista provvisoria di progetti messa in circolazione dall'Associazione Nazionale dei Governatori degli Stati rivela che, su 50 progetti, ben 35 prevedono il pagamento di tariffe!

Molti progetti come ponti, tunnel, acquedotti sono indubbiamente importanti. Ma in una situazione di tassi di interesse zero, le banche e i fondi finanziari scalpitano per investire in tali progetti infrastrutturali e in certi servizi pubblici. Ecco perché non c'è da stupirsi se il programma di Trump raccoglie grandi consensi da parte del sistema bancario.

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Come prevedibile, nella società americana la discussione si è molto polarizzata. Vi sono proposte alternative, come quella già praticata dalla Banca del Nord Dakota, controllata dallo Stato che, attraverso un Fondo per le Infrastrutture emette obbligazioni trentennali al tasso di interesse fisso del 2% annuo. E' un modello usato anche da qualche altro Stato e città con il sostegno di molti cittadini e risparmiatori.

Una cosa simile era stata proposta nel 2013 dal candidato democratico Bernie Sanders e da Peter DeFazio, l'attuale sindaco di New York, che prevedeva la creazione di una Banca Nazionale per le Infrastrutture finanziata attraverso la rete delle Poste americane che avrebbero dovuto vendere i relativi bond.

Anche le rendite immobiliari stanno suscitando una grande discussione nella società americana. Si ricordi che negli Usa fin dall'ottocento vi è stato un movimento per la tassazione delle rendite fondiarie teorizzata dall'economista Henry George quasi in gara con i movimenti di ispirazione marxista.

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La materia è complessa e ha notevoli riverberi. E' noto che ogni investimento pubblico nelle infrastrutture genera un aumento del valore di mercato dei terreni e degli immobili già esistenti nella zona. Un bene privato così aumenta di valore grazie agli investimenti pubblici. Perciò il valore aggiunto dovrebbe essere fortemente tassato. Solitamente non è così, come insegnano i lauti guadagni dei grandi costruttori e degli speculatori immobiliari. Del resto non si possono ignorare gli effetti perversi che si determinano con gli alti prezzi delle case e degli affitti.

Si ricordi che Trump è un immobiliarista che ha accumulato le sue ricchezze soprattutto con questi sistemi. Non si vorrebbe che in futuro gli Usa diventino un gigantesco fondo di investimento immobiliare.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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