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Renzi non vede futuro dopo di lui: ma l'Italia è già naufragata

© AP Photo / Andreas SOLARO/AFPMatteo Renzi
Matteo Renzi - Sputnik Italia
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Sinceramente ci lasciano di stucco le parole dell'ex premier Renzi, pronunciate durante la direzione del Partito Democratico: Improvvisamente è scomparso il futuro dalla narrazione politica italiana, l'Italia sembra rannicchiata nella quotidianità.

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In questa valutazione è sintetizzata perfettamente la ragione principale del fallimento renzista, coinciso con il No al referendum costituzionale: il baldo giovane personalizza ancora una volta il dibattito, sacrificando lo spirito del socialismo europeo al culto della persona. Nella storytelling di Matteo (l'anglicismo suona più convincente, nevvero?) costruita appunto ad arte dal suo apparato di comunicatori, esiste un'unica sceneggiatura che viene recitata compulsivamente, fondata su un monologo che nei momenti difficili suona così: "Dopo me il diluvio!". Purtroppo la catastrofe è già avvenuta diverse volte e anzi continua ad abbattersi su questo povero Paese, ridotto a una zattera dispersa in alto mare, condotta da capitani che hanno gettato via i remi e strappato la vela, confidando solo in una discutibile bravura a evitare il naufragio. 

Le comunicazioni arrivate di recente dalla Commissione Europea danno corpo alla raffigurazione allegorica da noi tratteggiata, certificando senza ombra di dubbio il disastro del Belpaese, a dispetto della narrazione renziana. L'Italia è riuscita nel non facile compito di crescere meno della Grecia, sfortunata sorella che per anni ha detenuto questo infausto record continentale. Siamo in una situazione da cartellino rosso: è noto che più è debole la crescita, più diventano stretti i margini di manovra per attivare misure a sostegno dello sviluppo, anche nell'ottica del rispetto dei parametri di Maastricht.

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Secondo le previsioni europee, l'Italia registrerà un incremento del Pil inferiore all'1% nel corso del 2017, laddove la media dell'Eurozona si attesterà all'1,6% e quella dell'Ue all'1,8%. Caro giovane rottamatore, qua è sempre buio pesto: prima, durante e dopo il tuo avvento! Le riforme renziane sono già evaporate, lasciando come unica eredità un'Italia che cresce per conto suo, ignara delle misure governative, anzi nonostante queste: da un lato grazie alla ripresa internazionale dell'economia e dall'altro grazie a quegli imprenditori che non si sono mai scoraggiati, ma che hanno continuato a produrre lottando contro lacci e gabelle. 

L'Italia ha esaurito ormai i crediti con l'Unione Europea. Lo si capisce laddove la Commissione fa sapere di essersi certamente accorta in modo positivo dell'impegno preso pubblicamente dal governo italiano di adottare misure di bilancio aggiuntive pari complessivamente allo 0,2% del Pil entro aprile 2017. Ma immediatamente dopo aggiunge, senza mezzi termini, che ad oggi quelle espresse dal ministro Padoan sono semplici intenzioni. E infatti chiarisce che le misure saranno valutate — nello specifico — non appena saranno disponibili dettagli sufficienti a valutare le specifiche disposizioni che saranno promulgate. Come a dire che la pacchia è finita, niente più campagne elettorali fatte (anche solo indirettamente) con misure ad hoc inserite nella Legge di Stabilità. E pensare che se Renzi non avesse abusato dell'elasticità di bilancio per accompagnare il suo tour elettorale — come da molti accusato — oggi avrebbe potuto dire ai controllori europei che fino a prova contraria l'Italia vanta ancora crediti verso l'Europa… 

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Difficile però fare leva sul lavoro fatto, quando tutti i dati mostrano un fallimento. La Commissione ha confermato la stima del deficit italiano per l'anno iniziato da poco, che è al 2,4% del Pil invece dell'1,7% inizialmente previsto dal Governo. In calo la stima per l'anno trascorso, quando il deficit e' ammontato secondo la Commissione al 2,3% invece che all'atteso 2,4%. E anche qui nessuno si allarmi, dall'Ue ci fanno sapere che lo scostamento dello 0,1% non è dovuto al Governo ma principalmente a causa della più bassa spesa per gli interessi del debito. Pure sul fronte occupazione i dati non sono confortanti:  il tasso di disoccupazione infatti è destinato a rimanere stabilmente sopra l'11%: dopo l'11,7% del 2016 dovrebbe ridursi dello 0,1% quest'anno e scendere a 11,4% nel 2018. In novembre, i tre dati erano di poco migliori, ma la stima peggiorativa dipende da questo: La creazione di posti di lavoro scenderà rispetto al periodo 2015-2016, quando era stata sostenuta da una riduzione triennale dei contributi sociali. Insomma, le misure a tempo di Renzi non sembrano aver dato i frutti sperati, ma anzi hanno probabilmente fatto perdere all'Italia l'aggancio al treno chiamato "ripresa", sul quale tutto il resto dell'Europa sta salendo senza tanti patemi d'animo. Magari in quegli Stati i giornalisti e i cittadini non si saranno emozionati con slide mirabolanti e un linguaggio moderno e immaginifico, ma ora godono di un nuovo sviluppo non dovendo cercare all'estero la dignità data da un posto di lavoro che sia degno di questo nome, e che in Italia viene sempre più mortificata e negata.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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