Il 2017 dell'oro nero: chi offre di più è chi produce di meno

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Mentre assistevano al calo del prezzo del petrolio, i sauditi hanno cercato di lanciare un ambizioso piano di riconversione della loro economia puntando alla necessaria diversificazione.

Il progetto, detto Vision 2030, è, però un progetto di lungo termine e ha gia' mostrato tutte le difficoltà di realizzazione che si potevano immaginare. Anche se i costi della produzione saudita sono inferiori a quelli dei maggiori concorrenti e la qualità del loro petrolio è ottima, un livello sotto i 50 dollari si è dimostrato uno sforzo insostenibile a lungo termine perfino per le casse di quel ricco Stato.

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Occorre ricordare che proprio la distribuzione dei redditi da petrolio e lo stato sociale che ne derivava hanno consentito alla casa Saud di foraggiare e mantenere il consenso della popolazione locale. L'importante riduzione delle entrate, accompagnata da un crescente numero di disoccupati giovani, ha cominciato a far dubitare della tenuta del sistema.

Nasce da questo timore la decisione di riunire i membri del cartello petrolifero, l'OPEC, per concordare il modo di far risalire i prezzi. L'unica maniera possibile: ridurre le produzioni e, quindi, l'offerta. Dopo un primo incontro a febbraio che non portò a nessuna intesa, si è arrivati alla riunione di Dicembre a Vienna, dove l'intesa sembra essere stata raggiunta. 

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Per garantire l'efficacia dell'azione era però necessario che anche altri grandi produttori, pur non aderenti all'OPEC, concordassero nel ridurre le loro estrazioni e s'impegnassero a non sopperire con il loro petrolio alla riduzione dell'offerta dei membri del cartello. L'accordo è stato trovato pure con loro e, dal prossimo gennaio, 1 milione e ottocentomila barili di petrolio il giorno dovrebbero venir meno. In previsione, i prezzi degli acquisti "future" han gia' cominciato a risalire arrivando attorno ai 55 dollari al barile. L'obiettivo dichiarato sarebbe quello di puntare ai 60 dollari per unità ma, molto probabilmente, il vero target non ufficiale sarà quello di rimanere poco sopra i cinquanta. 

Se il prezzo salisse veramente a 60 dollari (o magari oltre), ciò costituirebbe un incentivo ai produttori di shale per rientrare in gioco e, esattamente per cercare di evitarlo, si è annunciata una nuova riunione tra sei mesi con l'obiettivo di valutare l'andamento del mercato. Se, infatti, gli USA ritornassero a pompare come nel passato, la quantità di petrolio offerta ritornerebbe eccedente e i prezzi calerebbero ancora. I sacrifici dei tradizionali produttori sarebbero quindi stati inutili e le quote di mercato di ciascuno diminuirebbero. L'annuncio di un prossimo incontro suona quindi come un avvertimento agli ultimi arrivati: se tornerete a investire grazie ai prezzi di vendita più alti correrete il rischio che noi si torni a farvi la guerra e vi saranno nuovi fallimenti. 

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Un ulteriore pericolo che si prospetta per i produttori tradizionali è il possibile non rispetto dei patti da parte di qualche contraente. Gia' nel passato è successo che, oltre alle vendite ufficiali, molti produttori abbiano messo sul mercato parallelo quantità superiori a quelle loro assegnate. A favore di questa ipotesi c'e' da considerare che nei bilanci di molti Stati le possibili entrate petrolifere sono state calcolate con prezzi molto superiori ai 50 dollari per barile e la tentazione di "arrotondare" le entrate con vendite aggiuntive sarà, per alcuni, irrinunciabile. Per l'Iraq, poi, ha negoziato il Governo di Bagdad ma il Kurdistan iracheno, non interpellato a Vienna non essendo uno Stato, gia' vende per proprio conto una certa quantità di petrolio e non è detto che accetti di limitare la propria produzione. 

Infine, gli USA, il Canada, la Cina, il Messico e la Norvegia, anch'essi importanti produttori, non han partecipato alle negoziazioni e sono rimasti liberi da qualunque impegno. E se riempissero loro il calo dell'offerta disponibile? 

Come si vede, nonostante l'enfasi data da tutti i giornali specializzati, non c'e' alcuna certezza su dove andrà realmente il mercato. Puo' darsi che il prezzo si mantenga sulle attuali quotazioni, così come potrebbe invece calare ai bassi livelli precedenti. 

La permanenza della crisi economica mondiale con conseguente scarsa domanda di energia, l'abbondanza delle fonti, i problemi nel far quadrare i conti in molti Paesi, potrebbero far sì che l'accordo raggiunto possa trasformarsi in una bolla d'aria destinata a svanire ben presto.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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