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Sanità e lavoro, prima arrivano i nostri poi gli immigrati

© REUTERS / Antonio Parrinello Immigrati in Italia
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Il 26 ottobre scorso, Berna ha annunciato l'indizione prossima di un secondo referendum che chiederà ai cittadini svizzeri di scegliere se confermare o no le limitazioni di permanenza per i cittadini europei anche al costo di dover, in cambio, rinunciare alla partecipazione al mercato comune con l'Europa.

Nel febbraio 2014 un referendum tra i cittadini svizzeri decise che, entro il febbraio 2017 il Governo avrebbe dovuto imporre limiti all'immigrazione dai Paesi dell'Unione Europea. Quando la Svizzera negoziò con l'EU la libera circolazione di merci e capitali, una delle condizioni poste da Bruxelles fu proprio che anche il Paese elvetico contemporaneamente accettasse la regola europea della libera circolazione delle persone. Dopo aver preso nota del risultato del referendum, la Commissione europea fece sapere che ciò avrebbe significato immediatamente l'annullamento di tutti i trattati bilaterali in corso (circa 100) e quindi anche della libera circolazione delle merci.

Per cercare di ovviare a questo pericolo, il 26 ottobre scorso, Berna ha annunciato l'indizione prossima di un secondo referendum che chiederà ai cittadini svizzeri di scegliere se confermare o no le limitazioni di permanenza per i cittadini europei anche al costo di dover, in cambio, rinunciare alla partecipazione al mercato comune con l'Europa.

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Prima di arrivare a questo punto, Berna aveva cercato soluzioni intermedie quali, ad esempio, la semplice possibilità di avvantaggiare nei posti di lavoro i cittadini svizzeri a quelli europei. La risposta di Bruxelles fu nettamente negativa. I Commissari europei erano consci che ogni concessione in questo senso fatta alla Svizzera avrebbe potuto costituire un precedente anche per le future negoziazioni con la Gran Bretagna del dopo "EXIT". C'è un bel dire che ogni possibile accordo con Berna limiterebbe la sua validità a quel singolo Paese: possibili eccezioni alla libera circolazione delle persone diventerebbero un argomento non eludibile in mano a chiunque e, in particolare, ai negoziatori londinesi.

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Eppure, le variabili nelle relazioni tra gli Stati sono innumerevoli e imprevedibili e ciò è dimostrato da quanto approvato pochi giorni or sono dal Governo tedesco. Con un provvedimento che dovrà ancora essere votato dal Bundenstag, Berlino ha stabilito che, per i prossimi cinque anni, i cittadini disoccupati di altri Paesi europei, pur se residenti in Germania, non avranno diritto ai benefici di welfare che sono invece riservati ai nativi tedeschi e ai lavoratori occupati.

Ciò rappresenta un forte attentato ai principi comunitari in vigore dal Trattato di Maastricht (1992) in poi. Fino ad allora, tali benefici erano riservati ai soli lavoratori ma, con la trasformazione da Unione Economica Europea a Unione Europea, si volle dare l'impressione di essere diventati, almeno a parole, uno Stato (quasi) unitario. Era quindi consequenziale che i passaporti fossero intestati all'Unione e che ogni cittadino di uno Stato membro potesse spostarsi e risiedere liberamente ove preferiva acquisendo i diritti goduti dai locali. Esattamente come avviene per i movimenti all'interno dello Stato d'origine.

Per evitare abusi e considerato che i benefici del welfare restano diversi tra uno Stato e l'altro, la Corte di Giustizia concesse che tali benefici potessero applicarsi solo dopo tre mesi di permanenza, ma le differenze di trattamento erano, e sono, così importanti che molti trovarono la maniera di aggirare anche questa limitazione. La Commissione stima oggi che nei Paesi più "generosi", fino al 5 % di chi gode di benefici sociali (contributi per disabili, sanità gratuita, sussidi di disoccupazione, pensioni sociali) sia originario di un altro Paese dell'Unione. Al contrario, nei Paesi più "poveri" quali Bulgaria, Portogallo, Grecia o Romania, questi rappresentano meno dell'1%.

Non a caso, una delle richieste più pressanti poste dal Primo Ministro Britannico Cameron durante le negoziazioni precedenti al referendum fu proprio quella di essere autorizzato a limitare l'erogazione dei suddetti benefici per i cittadini non britannici. Secondo l'Agenzia per il Lavoro tedesca, gli europei "altri" che ricevono, in Germania, sussidi a vario titolo, sono almeno 440.000 (non tutti sono disoccupati, una buona parte di costoro ha un lavoro e versa regolarmente i propri contributi). La Cancelliera Merkel, davanti a queste cifre, era arrivata a dire che l'Unione Europea non doveva diventare una "Welfare Union".

Ciò che più preoccupa i tedeschi e ha preoccupato gli inglesi che han votato per l'"exit" è l'utilizzo del proprio sistema sanitario da parte di europei provenienti da Paesi in cui l'assistenza è meno gratuita o anche solo meno qualificata. Il recente arrivo di centinaia di migliaia di "profughi", arrivo che non accenna a diminuire, è un'ulteriore fonte di preoccupazione per la tenuta dell'odierno welfare goduto nei Paesi europei più evoluti.

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D'altra parte, l'intasamento delle strutture sanitarie e l'aumento dei suoi costi sono sotto gli occhi di tutti anche in Italia a chi capita di recarsi in un qualunque Pronto Soccorso: non sono, in questo caso, i "rifugiati" (che godono di un'assistenza sanitaria abbastanza "generosa" già nei campi di raccolta) a riempire le sale di attesa prolungando insopportabilmente i tempi, ma gli stranieri, spesso clandestini, che non hanno un medico di base di riferimento o che approfittano di prestazioni altrimenti inimmaginabili nei loro Paesi d'origine.

Sia come sia, se la decisione del Governo tedesco dovesse diventare operativa, ciò significherebbe la caduta del principio della libera circolazione delle persone e si tornerebbe alla semplice libertà di circolazione dei lavoratori. Meglio che niente, ma che il termine "Unione" costituisca sempre di più una finzione sarebbe ancor più evidente.

Senza contare che, con questo precedente "interno", sarebbe ancora più difficile evitare di accogliere richieste similari dalla Svizzera (Paese non membro) e, nel prossimo futuro, dalla Gran Bretagna.

L'opinione dell'autore può non corrispondere a quella della redazione.

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