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Quando il tuo compagno di banco è un jihadista

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Il pericolo dell'estremismo jihadista spesso è più vicino di quanto si creda. Il fenomeno della radicalizzazione può avvenire non solo nelle moschee, ma anche nelle carceri, nei quartieri periferici e nelle università, dove il tuo compagno di banco potrebbe essere un possibile jihadista.

Unirsi ai tagliagole jihadisti è più facile che mai, oggi basta un clic e attraverso i social network si trovano canali per raggiungere la Siria. I terroristi possono aderire a Daesh in diversi modi, anche iscrivendosi all'università, ottenendo un permesso di soggiorno e una borsa di studio. È il caso dei due foreign fighters tunisini partiti per la Siria, ma iscritti precedentemente all'Università di Torino.

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Sarebbero una decina i soggetti legati all'islam radicale a Torino, le indagini sono in corso come anche le ricerche del possibile reclutatore. Mentre i due "studenti" combattono in Siria, sorge la domanda: come prevenire questo fenomeno? A Roma ha preso il via questi giorni una commissione ad hoc che studierà la radicalizzazione e l'estremismo jihadista in Italia. Nel frattempo Sputnik Italia ha raggiunto per un'intervista la studentessa Barbara Santomartino, rappresentante degli studenti del dipartimento di lingue dell'Università di Torino.

— Barbara, come hai reagito alla notizia dei foreign fighters iscritti all'Università di Torino?

— Inizialmente sono rimasta basita. È parecchio preoccupante sapere che all'interno di un'università, luogo in cui studi e vivi tutti i giorni, nel centro culturale della città dove dovrebbe esserci una mentalità aperta, è stato fatto un reclutamento di giovani che sono andati a combattere per l'Isis. È molto preoccupante, perché risulta difficile venire a sapere per tempo queste cose. Il diritto allo studio deve essere comunque aperto a tutti e liberamente accessibile a tutti, anche per i cittadini stranieri che richiedono il permesso di soggiorno. È difficile da monitorare la situazione. La cosa che mi preoccupa è che all'università ci sono tanti arabisti, potrebbero nascere anche sentimenti di psicosi e intolleranza. Gli arabisti potrebbero essere visti come dei possibili jihadisti.

— Ci sono tanti nordafricani all'Università di Torino che tu sappia?

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— Sì, ci sono molti tunisini, egiziani, marocchini. Ho paura che comincino ad essere visti con diffidenza all'interno dell'università, posto che dovrebbe essere aperto mentalmente, dove dovrebbe vigere la tolleranza.

— Andrebbero fatti probabilmente più controlli.

— A partire dall'iscrizione andrebbero fatti più controlli in concomitanza con la Procura. Non so tecnicamente come si agirebbe in questi casi, ma è necessaria ovviamente molta prevenzione.

— All'università ci sono sempre ragazzi di diverse nazionalità, culture e religioni. Come avviene l'integrazione, ci puoi parlare della tua esperienza?

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— Le cose avvengono naturalmente. Gli scambi principali sono quelli linguistici. Per quanto riguarda la mia esperienza, ho notato che i cinesi hanno più difficoltà inizialmente con la lingua. La comunicazione e l'integrazione fra gli studenti avviene in modo naturale comunque. Frequentando i corsi e le lezioni conosci studenti che arrivano da diverse culture. Non ci sono momenti studiati apposta per integrare gli studenti provenienti da altri Paesi. Probabilmente qualcosa in questo senso potrebbe essere fatto. Ho sempre pensato che all'università dovessero essere svolti dei corsi progressivi di lingua italiana per questi studenti, al di là dell'integrazione, che dipende dagli studenti stessi. Dal punto di vista linguistico c'è un grande stallo ed è un ostacolo.

— All'università, proprio dove non te l'aspetti, un compagno di banco può rivelarsi un jihadista. Dopo la notizia dei ragazzi tunisini della tua università partiti per la Siria, come ti senti, hai paura?

— Sì, sono un po' preoccupata, la paura c'è, solo che ci si può fare poco. Si deve continuare a vivere e andare all'università pensando di essere in un contesto culturalmente aperto, sperando venga fatta più prevenzione.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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