Estremismo jihadista in Italia? Al via commissione ad hoc

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Foreign fighters iscritti all'università di Torino con tanto di borsa di studio, jihadisti reclutatori, estremisti islamici arrestati in più città italiane. Non bisogna andare troppo lontano, la radicalizzazione jihadista è un fenomeno complesso, ma già presente in Italia.

Come prevenire l'estremismo jihadista? A Roma prende il via una commissione ad hoc.

La minaccia spesso è vicina, però risulta molto difficile capire con esattezza chi, dove e quando potrebbe radicalizzarsi e partire per la Siria raggiungendo i combattenti di Daesh o organizzare un attentato. I terroristi possono aderire alla "missione" dei tagliagole jihadisti in molte maniere, la radicalizzazione può avvenire ovunque e per motivi ben diversi.

A Palazzo Chigi si è insediata una commissione di specialisti, composta da professori, psicologi, giuristi e giornalisti, che lavorerà per 120 giorni. Lo scopo della commissione è analizzare il fenomeno dell'estremismo jihadista in Italia e soprattutto esporre in un report finale dei suggerimenti operativi per la prevenzione del fenomeno. Sputnik Italia ha raggiunto per un'intervista Stefano Allievi, professore di sociologia all'Università di Padova, membro della commissione insediata a Palazzo Chigi.

© Foto : Francesca RomanoStefano Allievi
Stefano Allievi - Sputnik Italia
Stefano Allievi

-Professore Allievi, quali sono le particolarità e il compito della commissione?

-La commissione è fortemente interdisciplinare. Ci sono studiosi che lavorano sull'islam e il processo di radicalizzazione già da molto tempo. Vi sono anche degli psicologi, politologi e giuristi.

L'obiettivo che ci ha dato il presidente del consiglio direttamente è molto operativo: mettere insieme le nostre conoscenze in un report che riassuma il tutto, me che possa anche dare dei suggerimenti operativi su che cosa fare. Questo in 120 giorni, a gennaio dovremmo avere già a disposizione un primo documento con le indicazioni operative anche per le azioni da intraprendere.

Non si tratta solo di studiare il fenomeno di radicalizzazione, cosa che già facciamo, ma cercare di creare degli strumenti di prevenzione.

-Nella commissione non c'è nemmeno un musulmano. Non le sembra che sarebbe stata opportuna la presenza di un rappresentante del mondo musulmano?

-Da un lato sì, non abbiamo fatto noi queste scelte, siamo stati chiamati individualmente. È vero che in altri Paesi ci sono figure di questo tipo, studiosi di origine musulmana, spesso non di fede però.

Allo stesso tempo è anche vero che in Italia figure autorevoli che facciano parte del mondo universitario ce ne sono meno. La migrazione islamica è arrivata almeno una generazione dopo rispetto agli altri Paesi europei.

Ci saranno penso comunque sia delle audizioni dove saranno ascoltati esponenti musulmani, io sono molto favorevole a questo.

Aeroporto di Fiumicino - Sputnik Italia
Fiumicino, polizia fa brillare auto di sospetto foreign fighter
-È di questi giorni la notizia di alcuni giovani tunisini unitisi a Daesh, che però erano iscritti all'Università di Torino, dove hanno ricevuto una borsa di studio. I foreign fighters, i lupi solitari si possono infiltrare praticamente ovunque?

-La parola infiltrazione non è la più adatta perché presuppone che ci sia una strategia che da fuori si infiltra appunto dentro ad un altro luogo. In realtà non funziona così per la stragrande maggioranza dei foreign fighters. Non sono persone mandate o teleguidate dallo Stato Islamico, loro si trovano già qua, dentro al mondo del lavoro o dello studio, magari nella criminalità. Solo poi decidono di aderire in qualche modo allo Stato Islamico anche senza contattarlo alle volte. Ormai chi vuole dice che fa parte di Daesh. Quindi non si tratta di un mostro che attacca dall'esterno. È un mostro che c'è già, non si sono infiltrati nell'università, erano già nell'università.

-È ancora più grave, perché possibili estremisti jihadisti, persone radicalizzate possono veramente trovarsi in ogni sfera della società.

-Da un lato sì. Credo anche però che di allarmismo ce ne sia già abbastanza, non bisogna crearne altro. È vero che l'Italia è in assoluto uno dei Paesi meno colpiti anche quantitativamente, non sono dal punto di vista degli attentati, ma per il numero dei foreign fighters, molto più basso rispetto agli altri Paesi europei.

È un fenomeno più pericoloso, perché è difficile capire dove ci possano essere dei soggetti radicalizzati. Tutto può nascere anche da una rabbia individuale, uno degli arrestati a Torino era uno spacciatore, non frequentava nemmeno le moschee. Proprio per questo è ancora più importante un lavoro di prevenzione.

-La radicalizzazione è quindi un fenomeno da non sottovalutare. Quali sono i rischi che corre l'Italia e come prevenire questo fenomeno?

-Nessuna soluzione può essere una garanzia al 100%, così come non lo era per il terrorismo degli anni '70 e '80. Si può fare molto per evitare che le persone si radicalizzino, ma è impossibile immaginare che questo lavoro sia fattibile al 100%. Questo discorso vale per altri settori, è impossibile immaginare di sconfiggere la delinquenza o la mafia.

Si può fare davvero tantissimo collaborando con le comunità islamiche e agendo nel mondo della scuola. Bisogna creare delle istituzioni ad hoc che siano specializzate anche per intervenire sui giovani che si stanno radicalizzando e che devono essere segnalati. Bisogna inoltre lavorare sulla prevenzione ed è un lavoro culturale di lungo periodo. Parliamo ora solo di Daesh, ma esistono fenomeni di radicalizzazione che riguardano mondi diversi, inclusa la radicalizzazione anti islamica che anche in Europa ha prodotto attentati.

Nessun lavoro ovviamente ci potrà garantire che non esisterà più il male nel mondo. È un'illusione che non possiamo permetterci di coltivare. Con la prevenzione si può fare molto comunque, bisogna operare nella scuola e collaborare con le comunità islamiche. Il mondo islamico è l'interlocutore principale.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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