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Risiko libico, un gioco senza regole

© flickr.com / Sohail NakhoodaUn uomo tiene la bandiera di tutti i paesi coinvolti nella guerra civile in Libia
Un uomo tiene la bandiera di tutti i paesi coinvolti nella guerra civile in Libia - Sputnik Italia
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Un bottino appetitoso la Libia, ma anche un Paese allo sfascio. La liberazione di Sirte dai tagliagole di Daesh è vicina, ma i guai stanno solo per cominciare in un Paese diviso in fazioni appoggiate da troppi attori esterni. Che Libia ci attende in questo risiko geopolitico senza regole?

Della missione libica a guida italiana non si è vista manco l'ombra, in Libia gli attori internazionali agiscono di testa loro perseguendo i propri interessi. Di quale unità nazionale e quale pace si può parlare se i Paesi europei e le potenze internazionali appoggiano fazioni contrapposte e non seguono una strategia comune?

© Foto : fornita da Michela MercuriMichela Mercuri
Michela Mercuri - Sputnik Italia
Michela Mercuri
Nella crisi libica la partita in gioco per l'Italia è molto alta, un'occasione per ribadire il proprio ruolo in uno scenario internazionale sempre più complesso, dove non è da escludere una soluzione federalista. Per fare il punto della situazione Sputnik Italia ha raggiunto Michela Mercuri, docente di storia contemporanea dei Paesi mediterranei all'Università di Macerata.

— In Libia sono presenti forze speciali italiane, è un dato ormai appurato. Michela, perché non si è fatta chiarezza in merito e si è tenuto segreto fino all'ultimo secondo lei?

— Le forze italiane in Libia sono presenti nella zona della Tripolitania ormai da molto tempo. È meno certo se siano presenti nella zona della Cirenaica. Non è stato detto, perché sono operazioni segrete, di intelligence. La prassi è di non diffondere la notizia all'opinione pubblica.

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In secondo luogo perché l'opinione pubblica italiana avrebbe voluto scostarsi da quest'intervento. Questo riguarda soprattutto l'opposizione, sia nell'opinione pubblica sia in politica. L'Italia ha anche agito coerentemente nel contesto delle linee prese dal governo italiano nelle sedi internazionali. L'Italia ha appoggiato il governo di Sarraj e sta proseguendo con addestramenti nell'area della Tripolitania a sostegno del governo unitario.

— Qual è il ruolo dell'Italia nella crisi libica e quali sono i suoi interessi in gioco?

— Sono molte le partite in gioco per l'Italia. In primo luogo la partita economica, l'Italia ha forti interessi economici nell'area della Tripolitania. Voglio ricordare che prima della rivolta venivano estratti in Libia circa 1 milione e 500 mila barili al giorno, di cui circa 300 mila dalle imprese italiane. A tutt'oggi l'unica impresa internazionale che lavora in Libia è l'Eni, continua ad estrarre circa 250 mila barili al giorno. È chiaro che l'Italia deve tutelare questi interessi.

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In secondo luogo vi sono gli interessi nazionali italiani a livello internazionale. L'Italia in questo gioco deve anche ribadire quella che è la propria forza sia in ambito europeo sia internazionale, quello che ultimamente in vari scenari internazionali non è riuscita a fare. Diversi Paesi hanno alzato la voce anche nella crisi libica a discapito degli interessi italiani, un esempio è la Francia, che persegue i propri interessi nazionali a volte non curante degli impegni presi nelle sedi internazionali. L'Italia dovrà a suo turno ribadire il suo importante ruolo in questo scenario.

— In Libia i Paesi occidentali fanno il proprio gioco e perseguono ognuno i propri interessi. Quali rischi si corrono in assenza di una strategia d'azione comune?

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— I rischi sono altissimi, così come anche in Siria. Parlo solo dell'Europa, non toccando ancora gli Stati Uniti. L'Inghilterra, l'Italia e la Francia, che hanno firmato l'accordo internazionale per fare in modo di insediare il governo unitario a Tripoli di Sarraj, hanno espresso buone intenzione nel tavolo delle trattative, però poi con "i piedi sul terreno" appoggiano fazioni diverse. La Francia in particolare alla barba di quanto aveva firmato, seppur ora in maniera minore, ha foraggiato e armato le milizie del generale Haftar.

Questa divisione chiaramente crea una spartizione all'interno della Libia fra le due aree della Cirenaica, dove ci sono le milizie di Haftar, la camera dei rappresentanti di Tobruk e dall'altra parte la Tripolitania dove si è insediato il governo di unità nazionale. Senza un accordo fra tutte le varie potenze internazionali che operano nel teatro libico, non ci potrà mai essere un'unità reale. Questo problema si riflette anche in altri teatri operativi, come ad esempio la Siria.

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Su un livello più ampio potremmo dire che se non c'è un accordo fra le due grande potenze, che a loro volta gestiscono le altre potenze internazionali e regionali, parlo della Russia e gli Stati Uniti, difficilmente si potrà arrivare ad una soluzione unitaria in Libia. Questo riguarda anche il quadro devastato della Siria.

— In Siria e in Libia possiamo dunque osservare diversi livelli geopolitici, ci sono conflitti sul campo ma anche contrasti fra potenze internazionali?

— È un puzzle, un risiko geopolitico come è stato più volte detto. Prendiamo l'esempio della Libia: vi giocano attori internazionali che a loro volta fanno riferimento a degli attori regionali. Da un lato abbiamo la Russia che sostiene più o meno apertamente Haftar, assieme alla Francia. Ci sono poi gli attori regionali come l'Egitto e gli Emirati, che sul terreno supportano le milizie del generale Haftar attraverso finanziamenti e fornitura di armamenti. Dall'altra parte del gioco ci sono altrettanti attori regionali come la Turchia, il Qatar e gli Stati Uniti nell'area della Tripolitania che supportano il governo di Sarraj.

Una tale frammentazione è presente anche in Siria. Nel momento in cui non si riesce a far dialogare le diverse aree, non ci può essere una pace e in Libia non ci può essere un governo unitario.

— Quali possibili scenari futuri ci attendono? La soluzione federalista è inevitabile?

— La soluzione federalista è una delle soluzioni stando al contesto attuale. Il supporto americano a Sarraj ci potrebbe portare a pensare che Sarraj abbia più consenso e potremmo essere ottimistici sulla nascita di un governo unitario.

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In realtà non è così. Innanzitutto Sarraj si è appoggiato solo alle milizie di Misurata e rappresenta più chiaramente un governo islamista, ha una scarsa rappresentatività anche presso la popolazione, perché da molti libici viene considerato come un fantoccio nelle mani dell'Occidente. La Camera dei rappresentanti di Tobruk continua a non votare la fiducia per il governo di Sarraj.

Quindi stante così la situazione, una soluzione federalista non è da escludere. Non dico che sia la soluzione maggiormente desiderabile, assolutamente no soprattutto per i libici, che ambiscono all'unità.

— Ad ogni modo dopo la liberazione di Sirte probabilmente cominceranno i veri guai? Che Libia ci attende?

— Assolutamente sì, dopo la liberazione di Sirte dovrà cominciare lo State building libico. Sarà ora di creare uno Stato, cosa che nessuno è riuscito a fare dopo l'intervento del 2011. Permangono però dei grandi problemi, ne cito solo alcuni.

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La produzione petrolifera oggi è un quinto di quello che c'era prima. Sarraj dice che la può riportare a 900 mila barili al giorno, ma sarà molto difficile. La Libia è un Paese in crisi economica con un'inflazione del 10% e con un PIL più che dimezzato. Troveremo un Paese ancora frammentato in tribù, milizie, città Stato che non si riconoscono spesso né nell'uno né nell'altro governo. Troveremo due governi sponsorizzati da vari attori regionali e internazionali, un Paese dove non c'era e non c'è oggi più di allora un sistema di legalità e di sicurezza condivisi.

Un Paese allo sfascio, sarà questo quello che troveremo dopo l'espulsione dello Stato Islamico da Sirte. Un Paese da rifare, ma lo si potrà veramente rifare con una politica maggiormente coerente, che sappia mettere insieme tutti gli attori del mosaico libico e soprattutto le potenze internazionali.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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