Un Trumpolino per l’americano medio, 3 motivi per cui Donald è meglio di Hillary

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Quale ben strano Paese sono gli Stati Uniti! Tra i più ricchi del mondo, hanno tuttavia un’altissima percentuale di senzatetto e di persone che vivono (fin che ci riescono) sotto la soglia di povertà. Sono la punta mondiale del progresso tecnologico ma hanno infrastrutture elettriche e di trasporto in gran parte obsolete.

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Hanno alcune tra le migliori università mondiali ma l'ignoranza dell'americano medio è proverbiale. Sono una grande democrazia e qualcuno di loro pensa persino che sia un dovere esportarla ove ancora ne siano privi, eppure, per accedere all'attività politica occorre possedere (o procurarsi in qualche modo) ingenti quantità di denaro o nulla succederà. Chiunque, se nato sul territorio, può aspirare a diventare Presidente degli Stati Uniti ma, poiché le campagne elettorali richiedono investimenti di milioni di dollari, se qualcuno non è ricco (molto) di suo deve accettare donazioni da soggetti che in seguito presenteranno il conto.

Non sembra sia il caso di Donald Trump che appare essere talmente benestante da essersi finanziato da solo la campagna per le primarie. Ora che il partito Repubblicano l'ha finalmente nominato suo candidato ufficiale, bisognerà vedere se le sue disponibilità economiche saranno in grado di sopportare anche le spese per la lotta finale contro Hillary Clinton. Di certo il Partito, o almeno quella parte che accetterà il verdetto della Convention, contribuirà con uomini e mezzi e non tutto rimarrà sulle personali spalle del magnate. Per capire i possibili condizionamenti che, se eletto, Trump potrebbe subire, occorrerà però vedere quanto sarà donato per la campagna e soprattutto chi saranno i nuovi finanziatori.

© SputnikEcco come sono state finanziate le campagne elettorali di Hillary Clinton e Donald Trump
Ecco come sono state finanziate le campagne elettorali di Hillary Clinton e Donald Trump - Sputnik Italia
Ecco come sono state finanziate le campagne elettorali di Hillary Clinton e Donald Trump
Quel che si sa della sua avversaria, la Clinton, è che, le spese per le sue campagne precedenti sono state pagate anche da vari soggetti che non necessariamente avevano a cuore gli interessi del comune cittadino americano: lo Stock Exchange, la Cina e l'Arabia Saudita.

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Di certo, la stampa americana e la maggior parte di quella straniera (ivi inclusa l'italiana) ha deciso di parteggiare per l'ex first lady e di Trump ha messo in luce solo la rozzezza e la sua ignoranza, vera o fittizia che sia. Tuttavia il tycoon non va per nulla sottovalutato almeno per tre ragioni.

Primo: il suo linguaggio da bar è lo stesso che sta avendo successo anche nella nostra "evoluta" Europa e descrivere la realtà adattandosi agli orizzonti mentali dei propri ascoltatori è il modo più diretto per ottenere il loro consenso. Trump approfitta, così come Sanders che lo faceva tuttavia in modo più "evoluto", dei sentimenti anti-sistema sempre più diffusi e si pone come l'alfiere di un rinnovamento che, nel caso americano, coincide anche con l'insofferenza verso le "dinastie" (i Kennedy, i Bush, ora i Clinton).

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Secondo: nonostante le cifre macroeconomiche ci raccontino di un'America in ripresa, la classe media locale è stata martoriata dalla globalizzazione e aumenta il numero degli insoddisfatti per il divario crescente tra le varie classi di reddito. Paradossalmente, il repubblicano Trump ha saputo cogliere questo malcontento molto più di ogni candidato democratico, con l'eccezione del già citato Sanders (giudicato troppo fuori dal "sistema" per avere il sostegno ufficiale del proprio partito).

Terzo: di là delle dichiarazioni molto "colorite" e provocatorie enfatizzate dalla stampa, cosa che comunque ha contribuito a dargli costante visibilità, il programma elettorale del miliardario è molto più concreto e a "sinistra" di quello della Clinton.

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Lo mette bene in luce un libro scritto da un giornalista americano che vive in Italia, Andrew Spannaus. Nel suo "Perché vince Trump. La rivolta degli elettori e il futuro dell'America" lo Spannaus esce dai luoghi comuni e analizza con acutezza le ragioni del suo successo e le ragioni della debolezza dell'establishment democratico. Parla anche di quelle parti del programma su cui la stampa tradizionale tace e si scopre che i suoi attacchi alla Cina e al Messico non sono solo xenofobia bensì sono focalizzati sulla perdita dei posti di lavoro che gli accordi commerciali con quei due Paesi hanno provocato. Pur senza smentire una visione fondamentalmente liberista, Trump pone l'accento su come non ci si possa limitare alla concorrenza sul livello dei salari, ma occorre mantenere l'attenzione sui diritti dei lavoratori, sulla protezione dell'ambiente e si debbano penalizzare quelle imprese americane che delocalizzano per risparmiare sul costo del lavoro o sulla tassazione degli utili. Diversamente da altri candidati repubblicani, attacca anche lui l'Obamacare ma propone azioni per ridurre il costo delle assicurazioni sanitarie private, ne chiede la totale deducibilità e critica il protezionismo garantito alle aziende farmaceutiche in modo da consentire una generale riduzione delle spese sanitarie a carico dei privati cittadini. Non attacca il libero commercio internazionale ma chiede che sia più "Fair" e cioè che Paesi come la Cina consentano una totale reciprocità di trattamento e la smettano di manipolare le valute. In altre parole, punta a ridurre l'enorme deficit commerciale americano per consentire la nascita di nuovi posti di lavoro al posto di tutti quelli già persi.

Anche la sua polemica sugli ingressi illegali dal Messico è giustificata con la lotta contro il lavoro nero, diffusissimo negli Stati del Sud, che, costando meno, mette fuori mercato i lavoratori americani.

Per quanto riguarda le sue proposte fiscali, poco menzionate ma centrali nel suo discorso, sono più vicine alle posizioni tradizionali del partito nell'ipotizzare una generale riduzione delle tasse che sarebbero limitate a tre scaglioni. Aggiunge però una detassazione totale per redditi fino a 25.000 dollari (50.000 per le coppie) e un aumento delle aliquote per quelli superiori ai 300.000. Inoltre prevede una maggiore imposizione sui redditi da capitale e uno scudo per il rientro degli stessi.

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Probabilmente il suo linguaggio spesso truculento e il suo essere "fuori dal sistema" non gli daranno la vittoria ma, anche se questa previsione fosse smentita, non ne sarei preoccupato quanto invece una campagna maliziosa vorrebbe portarci a pensare. Anche Reagan non era un genio e non fu appoggiato dalla stampa ma la sua fu, nell'insieme, una presidenza addirittura migliore di alcune che gli succedettero. Negli USA, nonostante il forte potere attribuito al Presidente, ciò che veramente conta è lo staff che lo circonda e, come ovunque, c'è sempre distinzione tra i programmi elettorali e la realtà che ci si trova ad affrontare una volta insediati. Lo stesso Bush figlio privo di ogni cultura e partito con un programma neo-isolazionista fini, a causa dell'11 settembre, col diventare perfino esageratamente interventista e lo staff che ne determinò le scelte era fatto da neo-conservatori d'indubbio livello culturale benché fanatici e procuratori di futuri disastri. Se Trump dovesse davvero vincere, potremo saper cosa ci aspetterà appena vedremo di che tipo di persone vorrà circondarsi. Comunque vada, se con la Clinton avremmo una sostanziale continuità con la politica americana del passato, con lui ci troveremmo di certo con qualche sorpresa. In quel caso, speriamo solo che sia "in meglio".

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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