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Brexit, le lacrime di coccodrillo dell’Economist

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Le responsabilità del settimanale londinese con l’endorsement a David Cameron nel 2015 sono incontrovertibili.

Il settimanale britannico The Economist è la bibbia — che piaccia o meno — per chiunque voglia comprendere le dinamiche internazionali sia a livello economico che politico. Ed essendo nato e sviluppatosi a Londra ha una vicinanza con la realtà del Regno Unito che dovrebbe garantirgli una sufficiente agevolezza nell'individuare le migliori soluzioni per il popolo di Sua Maestà. Nel caso della Brexit ciò non è accaduto.

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Rimasi stupito dall'effervescenza con la quale appoggiò nel 2015 David Cameron per un secondo mandato come Premier britannico. La stabilità prima di tutto, direte in tanti. Ma i rischi di un altro quadriennio Conservatore, a mio parere, superavano di gran lunga quelli legati ad un eventuale governo Laburista guidato da Ed Miliband.

Nell'articolo intitolato ‘Who should govern Britain‘ l'Economist scriveva che "nonostante i rischi per l'Europa, la coalizione guidata da David Cameron dovrebbe avere una seconda chance", sostenendo che lo sforzo dei Tories nell'abbattere il debito pubblico fosse abbastanza per una nuova elezione.

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Ammettendo l'esistenza di una Europhobia tra i Conservatori, l'articolo continuava affermando che "un'uscita della Gran Bretagna dall'Unione Europea sarebbe un disastro" per entrambi. "Su questo — continuava l'Economist — i Laburisti e i Liberal Democratici hanno una posizione migliore. Ma sono così tanti i sospetti che i cittadini nutrono verso Bruxelles che un referendum sull'uscita della Gran Bretagna dall'UE pare inevitabile. Questo giornale — aggiungeva l'editorial board — deve scegliere tra un governo dominato dai Conservatori o uno guidato dai Laburisti. Nonostante i rischi sull'Europa, la scelta migliore è il Partito Conservatore di Cameron".

Parole nette e senza bisogno di grandi interpretazioni: l'Economist ha emesso un endorsement decisivo per l'oggi uscente Primo Ministro britannico nonostante ciò avrebbe potuto significare un abbandono del Paese dall'UE, fatto che, a detta loro, sarebbe stato una catastrofe. Non c'è logicità nel loro ragionamento.

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Nel giorno dell'uscita della Gran Bretagna dall'UE il giornale londinese intitola ‘A tragic split‘ un articolo nel quale ci si chiede come "minimizzare il danno di un colpo senza senso e autoinflitto". A me fa sorridere: la stampa ha una grave responsabilità sull'uscita del Paese dall'Unione, e assumersi una parte delle colpe per la retorica portata avanti durante l'ultima campagna elettorale è il minimo che si dovrebbe fare.

"Un'economia permanentemente meno vibrante significa meno posti di lavoro, minor gettito fiscale, extra austerità. Ci sarà — continua il giornale londinese — un lungo periodo di dolorosa incertezza. E' un pericolo il fatto che la Gran Bretagna diventerà più chiusa, più isolata e meno dinamica. E sarebbe un male per tutti se diventasse una Little Britain, e questo portasse ad una Little Europe".

Caro Economist, hai toppato. E stavolta irrimediabilmente.

Articolo di Matteo Meloni

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