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USA: successi tattici e problemi di strategia

© AFP 2021 / AHMAD AL-RUBAYE A Kurdistan Workers Party (PKK) fighters guards a post flying the PKK flag. File photo
A Kurdistan Workers Party (PKK) fighters guards a post flying the PKK flag. File photo - Sputnik Italia
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In Medio Oriente, la “tregua” in Siria a poco a poco si è estesa in un’offensiva sulle postazioni dell’ISIS, sia in Siria che in Iraq. E se le forze governative irachene stanno operando con successo nella battaglia per Falluja e con le milizie curde che puntano su Mosul, in Siria la situazione è molto più complicata.

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I curdi dell’Iraq verso referendum per l’indipendenza
In Iraq i Curdi erano di fatto autonomi dalla caduta di Saddam Hussein. L'ISIS è il principale nemico sia per loro che per il governo di Baghdad. Gli USA sono alleati del governo e dei Curdi e l'offensiva contro il califfato viene condotta di comune accordo, anche se non in tempi rapidi.

Quattro anni di guerra civile siriana hanno portato a imprevedibili alleanze di diversi gruppi di terroristi, "moderati" e radicali, alcuni dei quali si sono conformati alla tregua ufficiale con Damasco, mentre altri continuano a combattere contro di essa.

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Curdi siriani proclamano autonomia
Le pretese di una più ampia autonomia da parte dei Curdi siriani (sull'esempio di quelli dell'Iraq), e di fatto dell'indipendenza, non sono però condivise dal governo ufficiale di Damasco. I Curdi siriani, come in Iraq, sono alleati degli Stati Uniti, mentre il governo siriano è invece alleato della Russia e dell'Iran. I raggruppamenti di terroristi "moderati", sia quelli che osservano la tregua che quelli che continuano la guerra contro Assad, sono sostenuti da Stati Uniti e Turchia. Allo stesso tempo, i terroristi "moderati" sono in guerra con l'ISIS.

Come risultato di questo complesso sistema di relazioni, in Siria le forze governative e le forze di terroristi "moderati" (pro-USA) sono in parte bloccate dalla lotta degli uni contro gli altri. Pertanto, i successi del governo ufficiale di Damasco nella lotta contro l'ISIS sono piuttosto modesti, e i jihadisti "moderati" sono regolarmente sconfitti sia dalle truppe governative che dai loro confratelli meno moderati.

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Questa circostanza è stata presa in considerazione a Washington. L'amministrazione Obama ha fretta di realizzare progressi significativi nella lotta contro l'ISIS prima delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, per aumentare le possibilità di vittoria di Hillary Clinton. Per questo gli americani hanno puntato sull'unica forza alleata in grado, con il loro sostegno, di combattere efficacemente l'ISIS sia in Siria che in Iraq, ossia i Curdi.

Negli ultimi mesi sono drasticamente aumentati gli aiuti americani ai Curdi (armi, attrezzature, consiglieri militari, munizioni, denaro), mentre, allo stesso tempo, i terroristi "moderati" in Siria hanno iniziato a lamentarsi della diminuzione degli aiuti USA.

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Il cambio delle priorità di Washington si è subito riflesso sui fronti della guerra civile siriana, dove i Curdi, in precedenza sulla difensiva, hanno ora lanciato un'offensiva su Raqqa (aiutati dai loro fratelli in Iraq), e stanno spingendo gradualmente i jihadisti "moderati" fuori dalle zone lungo il confine turco. Gli stessi "moderati" stanno perdendo territori a favore dell'ISIS, dei curdi, e delle forze governative siriane.

In generale, l'alleanza degli Stati Uniti con i Curdi ha permesso un innegabile successo tattico. Le zone controllate dalle forze curde irachene e siriane alleate con Washington si sono espanse, anche in Siria. Per la prima volta dall'inizio del conflitto gli Stati Uniti possono vantare un reale successo nella lotta contro l'ISIS. In prospettiva, i Curdi di Siria potrebbero creare una nuova opposizione al governo di Assad a Damasco, solida, ben armata e preparata, con un proprio territorio esteso oltre il confine siro-iracheno.

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Potrebbe sembrare che, così facendo, gli Stati Uniti possano prendere ben tre piccioni con una fava. In primo luogo, riducono drasticamente l'influenza politico-militare dell'ISIS, ormai fuori controllo. Inoltre, si dotano di un potente alleato in Siria, con il quale potranno in futuro esercitare una grande pressione su Assad. E infine possono eliminare dal bilancio i terroristi "moderati" dell'opposizione siriana "democratica", che non si sono mostrati degni di grande fiducia da parte degli Americani. Apparentemente l'unico problema per Obama è rappresentato dal tempo limitato. Progressi significativi dovranno essere raggiunti prima di novembre, mese delle elezioni presidenziali.

Tuttavia, questo scenario positivo si modifica radicalmente se dal livello tattico e operativo si passa ai progetti di livello strategico.

La Turchia è attivamente coinvolta nel conflitto in Medio Oriente, e suoi partner della campagna siriana sono proprio i terroristi "moderati", oggi in serie difficoltà. Inoltre, gli Stati Uniti stanno armando i Curdi, che da cinquant'anni rappresentano il nemico principale di Ankara.

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Negli ultimi mesi la Turchia sta conducendo in realtà una vera guerra civile contro i suoi cittadini curdi. D'altra parte risiede in Turchia la maggior parte dei 25 milioni di abitanti della comunità curda. Le armi fornite dagli Stati Uniti ai curdi siriani e iracheni non sono utilizzate solo contro l'ISIS, ma arrivano anche ai curdi della Turchia, il che complica seriamente la posizione di Ankara, costretta a usare un intero corpo d'armata nel conflitto interno, in cui le truppe di Erdogan non hanno ancora raggiunto alcun successo significativo.

E' facile immaginare che, risolti i conti con l'ISIS, i curdi siriani e iracheni, addestrati e armati fino ai denti dagli Stati Uniti, sposteranno il baricentro delle loro operazioni contro Ankara. Dopo tutto, in Iraq hanno creato uno stato quasi indipendente.

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In Siria, Assad ha accettato l'estensione dei poteri dei governi locali. Le contraddizioni nascono però sull'entità di tali poteri. I Curdi vogliono ottenere quanto in Iraq, ma Damasco desidera concedere soltanto un'autonomia culturale, senza una dimensione statuale. In Turchia le autorità non riconoscono nemmeno l'esistenza stessa dei Curdi, considerandoli Turchi e basta. E per decenni hanno condotto contro di loro una guerra a intermittenza.

Infine, anche la Russia ha una grande influenza sia sul governo ufficiale di Damasco che sui curdi. Allo stato attuale la posizione di Mosca è di prudenza, cercando di preservare la fragile alleanza tra Curdi e Assad in chiave anti-ISIS, e per prevenire l'insorgenza di un altro fronte nella guerra civile siriana.

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In futuro, la Russia sarà in grado di appianare in parte i contrasti tra i Curdi e Assad, costringendoli a sedersi al tavolo dei negoziati. In ogni caso, senza il sostegno della Russia l'esercito siriano non sarà in grado di condurre una seconda guerra civile contro i Curdi. Ma neanche con il supporto dei Russi sarà in grado di vincerla.

Così, nel prossimo futuro, dopo la distruzione delle basi dell'ISIS in Siria e in Iraq, si andrà sviluppando nella regione una curiosa situazione. Emergerà una forza potente, ben armata e con esperienza di combattimento, concentrata sulla costruzione di uno Stato nazionale curdo.

I Curdi potranno basarsi nelle zone sotto il loro controllo in Siria e in Iraq. Allo stesso tempo sia Damasco che Baghdad saranno costretti ad avviare negoziati con loro per un compromesso accettabile.

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Per qualche tempo ciò rimuoverà le potenziali tensioni curdo-siriane e curdo-irachene, lasciando come unico e implacabile nemico dei curdi solo la Turchia. E la vittoria curda nel confronto con Ankara renderà la creazione di uno Stato curdo altrettanto inevitabile, quanto probabile la frammentazione della Turchia. Allo stesso tempo, qualsiasi successo sul fronte siriano o iracheno può rappresentare soltanto un successo parziale.

Infine, la politica turca neo-ottomana degli ultimi anni ha portato a un serio aggravamento dei rapporti con Baghdad e Damasco, ai quali sarà utile indirizzare l'espansione curda contro il loro nemico.

Cosa c'entrano allora gli USA in tutto ciò?

Il problema è che la Turchia è un membro della NATO. Nonostante il fatto che in questo caso non si possa parlare di aggressione esterna, ma di guerra civile. Ossia, non potrà essere attivato l'articolo 5 del Trattato di Washington sulla difesa collettiva, e non si potrà dire che la minaccia di frammentazione (o addirittura della scomparsa) di uno Stato membro del blocco atlantico, nella cui alleanza oltre ad avere le forze di terra più capaci al combattimento (si può dire in realtà le uniche capaci al combattimento) dopo gli Stati Uniti, costituisca una minaccia per tutta la NATO.

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Il blocco atlantico è attraente per i suoi membri per il fatto che fornisce stabilità politico-militare ai loro regimi, a prescindere dalla qualità delle minacce. Se invece la politica di uno dei principali membri della NATO conduce alla destabilizzazione di uno dei membri chiave dell'alleanza (che inoltre assicura la sua presenza in una regione strategicamente importante come il Medio Oriente) e anche questa è una conseguenza imprevista dei problemi attuali, allora il valore della NATO precipita agli occhi dei suoi Stati membri minori. Se si può "perdere" la Turchia, allora per la Romania, la Bulgaria, o il quartetto Visegrad e i baltici c'è poco da fare.

E' possibile immaginare che gli americani non si accorgano di creare un problema? E' difficile. Semplicemente, la politica americana (risolvere i problemi man mano che si presentano) ha portato più volte a risultati simili. Così "Al-Qaeda", creato per combattere l'URSS in Afghanistan, è diventato un problema americano, così come è diventato un problema americano anche l'ISIS, emerso non senza l'aiuto degli Stati Uniti.

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In fin dei conti gli anglosassoni hanno tradizionalmente creduto che non esistano alleati permanenti, e quelli che ci sono possono essere sacrificati per gli interessi del momento. Solo che di recente in connessione con la crisi generale del mondo americano tutto ciò è diventato più frequente.

Tuttavia, la Turchia è ancora in tempo per rimediare ai problemi sorti e cercare di sfuggire alla trappola in cui è finita, per gli interessi degli Stati Uniti, ma di propria iniziativa. Non è senza ragione che la leadership russa quasi ogni giorno spieghi a tutti i livelli politici come Ankara dovrebbe porgere le sue scuse e quali altri passi dovrebbe compiere per normalizzare le relazioni con Mosca. In ogni caso la Turchia non avrà a chi altri chiedere appoggio.

Fonte: controinformazione.info

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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