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Per qualche dollaro in più, al barile

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Si è concluso ancora con un nulla di fatto il recente vertice OPEC a Vienna ma nessuno si è stupito.

La Russia non si è nemmeno presentata (ufficialmente, non essendone membro, perché non invitata) ma tutti sapevano già che non si sarebbe parlato di riduzione della produzione e che l'incontro sarebbe stato del tutto ininfluente sui prezzi del mercato. Come sempre, chi detta le regole del gioco è l'Arabia Saudita che, da qualche tempo, ha iniziato una sua battaglia pilotando i prezzi al ribasso. Non ha ancora vinto la guerra ma, in una lotta che si annuncia più lunga del previsto, potrebbe subire contraccolpi negativi per la sua stabilità interna.

Le manovre di Riad cominciarono esattamente nel momento in cui fu evidente che le nuove tecnologie consentivano di estrarre petrolio anche dallo scisto e quando, quasi contemporaneamente, Teheran giudicava accettabile un vero negoziato per porre fine alle sanzioni internazionali.

Impianti petroliferi in Arabia Saudita - Sputnik Italia
Arabia Saudita alza il prezzo del petrolio per gli USA
L'Iran è sempre stato lo spauracchio storico dei sauditi nell'area e la fortuna di questi ultimi fu che gli Stati Uniti, in rottura con gli iraniani dal momento della rivoluzione contro lo Scià, avevano assoluto bisogno di un alleato che ospitasse le sue basi a garanzia dei rifornimenti mondiali di petrolio in partenza dal Golfo. In quella zona l'Arabia Saudita era, ed è, la più importante fonte di esportazione dell'oro nero e un rapporto di stretta collaborazione economico e militare conveniva sia a loro sia agli americani.  Le cose cambiarono quando lo shale oil cominciò a trasformare il più grande consumatore (e importatore) di petrolio al mondo, gli USA, in un produttore autosufficiente e perfino esportatore. Senza il petrolio da scisto un allontanamento tra i due sarebbe stato inimmaginabile ma, scomparso il bisogno interno americano, anche la garanzia militare garantita da Washington sarebbe potuta venire meno.

Per di più, un Iran riammesso nella comunità internazionale potrebbe ben presto pretendere di esercitare una propria supremazia nell'area, in diretta competizione con Riad. Grazie alle nuove importanti entrate di valuta previste per la riammessa vendita del proprio petrolio, Teheran potrebbe trovare i mezzi per rinforzare il suo esercito, stabilizzare l'economia interna e finanziare una politica estera ancora più aggressiva.

Una duplice minaccia, quindi, per i sauditi: la perdita di un ruolo privilegiato dal punto di vista politico e, contemporaneamente, un ridimensionamento economico dovuto all'inevitabile diminuzione delle proprie quote nella vendita dell'oro nero. Tutto ciò in un quadro di crisi economica mondiale con relativa diminuzione della domanda ed eccesso di offerta di idrocarburi.

La reazione di Riad è stata, in qualche modo, obbligata. Doveva cercare di mettere fuori mercato i nuovi produttori americani e lanciare avvertimenti politici agli USA e a Teheran affinché non cercassero di cambiare gli equilibri politici e militari esistenti.

E' nato anche così il sostegno ai gruppi sunniti in Iraq, Libano e Siria e, quasi in concomitanza, l'impegno militare diretto in Yemen. Dal punto di vista diplomatico, si sono cercate nuove aperture verso Cina e Russia ma, di là di dichiarazioni formali, con poco successo. La Cina non ha alcuna intenzione di immischiarsi nella querelle tra Arabia Saudita e Iran e la Russia vede in Teheran una sponda indispensabile per il suo conflitto con gli USA. Non sono certo mancate, nel frattempo, azioni di lobby presso il Congresso (cosa tentata in funzione anti-iraniana anche da Israele) ma, anche qui, con scarsi risultati.

Sotto l'aspetto economico, il quadro che si prospettava nel 2014 era ancora peggiore: gli Stati Uniti avevano già raggiunto la prevista autosufficienza e la diminuzione della produzione in Libia e in altre zone di conflitto non bastava a ridurre le eccedenze. Fu allora che Riad decise di aumentare la propria produzione inondando il mercato mondiale di petrolio, facendone così calare immediatamente il prezzo. Tra giugno e novembre 2014 si passò da 115 a 80 dollari al barile.

Intanto gli USA, che nel gennaio 2011 producevano cinque milioni e mezzo di barili il giorno, nel 2015 avevano raggiunto i nove milioni e 300 mila cioè un volume quasi pari a quello saudita.

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La Russia si appresta ad aprire la sua borsa del petrolio in rubli
Poiché il costo di estrazione del petrolio saudita è molto inferiore ai costi richiesti dal metodo shale, il prezzo poteva calare ancora. Con un valore sopra i 100$ i produttori USA avrebbero potuto raggiungere facilmente i quattordici milioni di barili al giorno entro il 2020 ma tale scenario era assolutamente inaccettabile per Riad. Anche attorno agli 80 $, la maggior parte dei produttori di shale avrebbe potuto accumulare profitti e solo sotto a quella cifra la loro produzione avrebbe cominciato a soffrire. Nel Marzo 2015 la produzione saudita crebbe di altri 600 barili il giorno e il prezzo crollò a 45 $.

In breve si arrivò addirittura sotto i 30 $ al barile.

Riad sapeva che questa strategia avrebbe provocato gravi conseguenze al bilancio dello Stato ma contava sull'immensa riserva di valute accumulata nel passato. Tali riserve ammontavano a più di 700 miliardi di dollari e quindi, teoricamente, sarebbero state sufficienti per garantire la tenuta dei conti per qualche anno. D'altra parte, si pensava, sarebbero bastati pochi mesi per far fallire i produttori americani e scoraggiare i nuovi investimenti necessari per l'ammodernamento dei pozzi iraniani.

In realtà, il crollo dei prezzi mise fuori gioco moltissimi piccoli produttori americani ed esattamente quelli che avevano finanziato le loro estrazioni con generosi prestiti bancari garantiti dai prezzi alti allora correnti. Alcuni di loro, però, riuscirono a resistere e continuano anche ora a estrarre. A sopravvivere, come prevedibile, sono gli operatori dalle dimensioni maggiori e dagli interessi più diversificati che, grazie a una continua maggior efficienza tecnologica hanno trovano il modo di rendere profittevole l'attività di estrazione del petrolio da scisti anche alle attuali condizioni di mercato. Un pozzo tradizionale, per ragioni tecniche operative, può cominciare a entrare in funzione solo anni dopo la scoperta del giacimento mentre nel caso dello shale bastano pochi mesi. Ciò rende la produzione di quest'ultimo molto più elastica e basta un piccolo recupero del prezzo, magari attorno ai 60 dollari, per tornare a fare profitti.

Quando il prezzo era attorno ai 100 $ al barile, Riad incassava annualmente almeno 240 miliardi di dollari ma la spesa statale nel 2014 arrivò a più di 290 miliardi e si creò così un deficit di cinquanta miliardi. Considerate anche le spese per sostenere i conflitti in corso, con entrate a soli 150 miliardi a causa dei prezzi attuali, il deficit agglomerato si mangerà le riserve in brevissimo tempo.

La Royal Tower di Riyad, capitale dell'Arabia Saudita
La Royal Tower di Riyad, capitale dell'Arabia Saudita - Sputnik Italia
La Royal Tower di Riyad, capitale dell'Arabia Saudita

Cambiare politica è oggi impossibile per i sauditi perché l'accettare un forte aumento di prezzo rimetterebbe immediatamente in gioco i produttori allontanati, favorirebbe il rientro iraniano e ridurrebbe, di conseguenza, la quota di mercato di Riad. Senza contare che anche un prezzo più alto, con una domanda debole, non garantirebbe un sufficiente incremento delle entrate.

La soluzione è stata trovata pilotando il prezzo verso un valore leggermente sotto i 50 dollari: abbastanza consistente, cioè, da ridurre le proprie perdite ma allo stesso tempo inferiore ai livelli di redditività dei concorrenti. Contemporaneamente, è stato lanciato un ambizioso programma di re-indirizzamento di tutta l'economia del Regno verso settori non petroliferi (vedi il progetto del Principe Mohammed Bin Salman Vision 2030), accompagnato da una forte riduzione delle spese correnti.

Si toccheranno quindi al ribasso le ingenti spese sociali che garantivano il consenso diffuso verso la Casa Regnante mentre non si potrà ridurre quelle, altrettanto importanti, nel settore della difesa.

Un simile tentativo, se pur su scala molto più ridotta, è stato tentato recentemente anche dal Kuwait, ma il Governo, davanti alle forti proteste dei lavoratori locali, ha dovuto fare una parziale marcia indietro.

Occorrerà vedere, a questo punto, non solo se il piano saudita potrà realmente funzionare, ma anche quale sarà la locale reazione popolare e, soprattutto, quella dei giovani, abituati ad aspettarsi un benessere garantito in una società opulenta e senza tasse. Di certo, anche se risultati ci saranno, eventuali frutti non si vedranno prima di una decina d'anni e non è detto che nel frattempo tutto fili come Bin Salman vorrebbe.

 

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