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Fianco a fianco. Il ruolo dei soldati dell’Armata Rossa nella liberazione italiana

© Sputnik / Vai alla galleria fotograficaSoldati dell'Armata Rossa
Soldati dell'Armata Rossa - Sputnik Italia
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Furono circa cinquemila i cittadini dell’ex-Unione Sovietica che combatterono al fianco dei partigiani in territorio italiano: di questi oltre quattrocento sacrificarono la propria vita per la Liberazione del nostro paese.

Catturati durante l'Operazione Barbarossa, con cui la Germania nazista, l'Italia fascista e i loro alleati aggredirono l'URSS nel 1941, si ritrovarono in Italia con differenti ruoli: come prigionieri, come ausiliari, o come lavoratori dell'apparato bellico del Reich in territorio italiano. Molti di loro riuscirono a fuggire, spesso in maniera rocambolesca, andando ad ingrossare le fila della Resistenza sin dal suo nascere.

Il loro contributo, vista l'esperienza militare acquisita nell'Armata Rossa, e il loro sprezzo del pericolo, fu preziosissimo per l'attività partigiana. Alla luce degli altri partigiani essi incarnavano la prova vivente della possibilità di sconfiggere il nazismo anche in condizioni disperate, come aveva dimostrato la vittoriosa battaglia di Stalingrado.

Bandiera sovietica su Reichstag - Sputnik Italia
Americani ed europei inconsapevoli del ruolo dell'URSS nella vittoria sul nazismo
Nonostante la valenza di questa pagina della nostra storia ed il ricordo conservato nelle zone che ne furono interessate, in un clima di revisionismo sempre più cupo quest'aspetto della Resistenza è stato col tempo rimosso, ed il venire meno dei testimoni diretti di quei fatti, ossia gli italiani che combatterono al fianco dei sovietici, ha contribuito ad indebolirne la presenza tra le maglie della memoria sociale.

Considerando inoltre l'ostilità nei confronti della Federazione Russa e la stigmatizzazione negativa, spesso caricaturale, che ne fa l'Occidente, si comprende di non poter correre il rischio di consegnare all'oblio una pietra miliare della storia condivisa  dal popolo italiano e dai popoli che di quella che fu l'Unione Sovietica.

Anche quest'anno in occasione del 9 Maggio, l'anniversario della vittoria sovietica sul nazifascismo, l'associazione Russkij Mir di Torino ha celebrato la memoria dei partigiani sovietici sepolti nel Sacrario della Resistenza del Cimitero Monumentale cittadino.

Abbiamo approfittato di questa occasione per intervistare Anna Roberti, che insieme a Marcello Varaldi  è autrice del documentario "Ruka ob ruku. Fianco a fianco", sul tema dei partigiani sovietici attivi in Piemonte.

Qual è stata la partecipazione dei soldati sovietici alla Resistenza Italiana?

Mauro Galleni, il primo che negli anni Sessanta scrisse della partecipazione dei soldati dell'Armata Rossa alla Resistenza italiana, valutò che in Piemonte essi furono più di settecento ma, ad oggi, un censimento completo non è stato ancora fatto.

Soviet soldiers attack house - Sputnik Italia
I partigiani russi nella Resistenza italiana
Erano dislocati soprattutto nella provincia di Torino — in particolare in Valsusa —, in quelle di Novara e Cuneo, ma anche nell'astigiano, nell'alessandrino e nelle Langhe. Parteciparono alle più importanti azioni, come la battaglia di Gravellona, la difesa della Repubblica dell'Ossola e l'incursione all'Aeronautica di Torino-Collegno dell'agosto 1944 per l'approvvigionamento di armi. Almeno 60 caddero in combattimento e si distinsero in atti eroici, alcuni furono decorati, come Fedor Poletaev e Pore Mosulišvili, insigniti dallo Stato italiano della Medaglia d'Oro al Valor militare. Il 25 Aprile 1945 i primi soldati ad entrare nelle città italiane del Nord liberate non furono gli americani, ma i sovietici insieme ai loro compagni.

Con Mario Garofalo ha realizzato il documentario "Nicola Grosa. Moderno Antigone" premio "Memoria storica" al Valsusa Film Festival. A Grosa ha dedicato anche la sua successiva ricerca: "Dal recupero dei corpi al recupero della memoria. Nicola Grosa e i partigiani sovietici nel Sacrario della Resistenza di Torino". Perchè?

Il carro armato T-90 alla Parata Della Vittoria - Sputnik Italia
Mosca, la 71° Parata della Vittoria
Dopo la Liberazione, per ben quindici anni Nicola Grosa fu organizzatore e presidente dell'A.N.P.I. provinciale torinese e responsabile della "Sezione Partigiani" presso l'Ufficio assistenza post-bellica della Prefettura di Torino. L'impresa che gli procurò maggiore fama e riconoscenza fu quella che, per anni e anni, lo vide dedicarsi fisicamente al recupero delle salme dei partigiani (italiani e stranieri) sparsi in piccoli camposanti, in montagna, in pianura, sulle colline, ovunque si fosse combattuto, affinché fossero tumulati nel Campo della Gloria e poi nel nuovo Sacrario della Resistenza del Cimitero Monumentale di Torino.

Si ritiene che in tutto le salme da lui recuperate siano circa novecento.

Per quanto riguarda gli stranieri, dai dati in nostro possesso risultano disseppelliti da Grosa e collocati nel Sacrario della Resistenza un inglese, un tedesco, un austriaco, due francesi, due polacchi, due cecoslovacchi, una decina di jugoslavi e una trentina di sovietici, di cui alcuni conosciuti col solo nome di battaglia. Sono inoltre una sessantina i partigiani completamente ignoti che Grosa disseppellì da varie località del Piemonte e non è escluso che anche alcuni di questi resti appartengano a dei sovietici.

Per quest'opera gli fu conferita nel 1964 la "Stella d'oro garibaldina" e anche un'onorificenza da parte del Governo sovietico.  Nicola Grosa morì nel 1978, provato dai lunghi anni trascorsi a raccogliere, a mani nude, i resti di centinaia di compagni partigiani.

Riadattato da: "Fianco a fianco. Il 9 Maggio ricordando i partigiani sovietici caduti in Italia per la liberazione dal nazifascismo" — a cura di Giacomo Marchetti e Maurizio Vezzosi

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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