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Ai confini del mondo ( Vladivostok )

© Sputnik . Alexandr KryazhevI giovani di sera sul lungomare dell'isola Russkij a Vladivostok sullo sfondo del ponte strallato sullo stretto del Bosforo orientale
I giovani di sera sul lungomare dell'isola Russkij a Vladivostok sullo sfondo del ponte strallato sullo stretto del Bosforo orientale - Sputnik Italia
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Sono passati tanti anni da quando ho lasciato la mia città, ma tutt’ora basta chiudere gli occhi e sento un tetro rumore dei cedri giganti nel vento di una taiga immensa. Taiga, che circonda la nostra dacia, il silenzio assordante dell’infinita potenza siberiana attorno e io sull’altalena, in mezzo a due querce secolari, libera e spensierata.

Sono nata a 9 mila kilometri da Mosca, nella città dove finisce la Transiberiana, la ferrovia più lunga del mondo. Io scrivo della mia Vladivostok. Una città portuale, unica nel suo fascino, dove l’Europa incontra l’Asia, formando un’atmosfera suggestiva, carica di mistero e spirito libero. Se anche ora vivo in Italia, lontana 13 mila kilometri da Vladivostok, il mio cuore è pieno dei ricordi e nostalgia della mia città natale, dove ho trascorso l’infanzia e giovinezza.

Durante la guerra fredda, negli anni '80, quando Vladivostok era chiusa per via della sua importanza strategica dal punto di vista militare, in città potevano entrare soltanto i parenti dei cittadini, oppure quelli che riuscivano ad ottenere il permesso speciale.  Ma noi, abitanti, ci sentivamo protetti nel nostro piccolo grande mondo, al limite del continente.

Ricordo, che da bambina giocavo con i miei coetanei nel piccolo boschetto vicino al palazzo dove abitavamo. Non avevamo nessuna paura, eravamo liberi di girare, considerando che negli anni 70-80 ci sono stati casi di quando nel nostro quartiere di periferia si avvistavano delle tigri che sconfinavano in città, specialmente in primavera. 

© Sputnik . Vitaliy AnkovVladivostok, il monumento ai combattenti per il potere dei Soviet
Vladivostok, il monumento ai combattenti per il potere dei Soviet - Sputnik Italia
Vladivostok, il monumento ai combattenti per il potere dei Soviet

Spesso mio padre portava me e mia sorella a fare un giro della baia Zolotoj Rog sul traghetto. Insieme cavalcavamo le onde, che apparivano dorate nei raggi del sole pomeridiano. Questa baia assomiglia talmente tanto a quella di San Francisco, che Chruchev, tornando dalla sua visita negli Stati Uniti, era rimasto colpito dalla sua bellezza, e sognava di trasformare la Vladivostok in una specie di seconda San Francisco.

Quando avevo 9 anni, ci siamo trasferiti in una parte della città formata da una penisola. Tutte le finestre dell' appartamento dove abitavamo guardavano il mare. A me spesso torna in mente l’aria che portava il vento dalla baia, era piena di sale e grida dei gabbiani. Durante le vacanze estive, passavamo quasi tutto il tempo in spiaggia, distante qualche centinaia di metri da casa. Qualche volta i nostri genitori ci mandavano per un mese nel campo estivo per bambini. Questo campo si trovava su una piccola isoletta dove la natura era pericolosamente vergine, per questo motivo ci vietavano severamente di uscire dai confini della struttura. 

Una volta dovetti andare nel bagno del campo, che a quel'epoca si presentava come una piccola costruzione di legno, separata dall’edificio abitato. All’entrata avevo notato un "bocca di cotone", un serpente velenoso, che si era arrotolato in un angolo. Avevo 10 anni, ma ricordavo molto bene il precetto del mio papà, che era un biologo marino. “Se becchi un serpente, che ti punta, devi rimanere immobile per evitare l’attacco”. Ho visto che il serpente si era alzato, zufolando, e mi stava guardando diritto negli occhi. Quel momento mi ero poggiata su un piede, è così sono rimasta immobile per circa mezz’ora finché il bocca di cottone non è andato via. 

Nel campo comunque ci divertivamo tanto, facendo infiniti bagni nel mare, cantando ogni sera davanti ad un falò e festeggiando ogni giorno che arrivava. La sera tardi, quando le stelle illuminavano il cielo, in lontananza si vedevano i fuochi misteriosi, a me piaceva immaginare che fossero le luci delle città giapponesi, così vicine e così lontane nello stesso tempo.

Gli inverni a Vladivostok erano molto rigidi, la temperatura poteva scendere fino a 25 gradi sotto lo 0, e se ci metteva anche il vento fortissimo e pungente dal mare, uscire fuori di casa diventava poco piacevole. Con l'arrivo delle tormente di neve il trasporto pubblico si bloccava, ma io dovevo lo stesso andare a scuola. Pochissime volte mia madre mi concedeva di rimanere a casa, tutte le altre mi diceva: “vestiti bene e vai”. Allora mi vestivo e andavo a piedi, la scuola si trovava circa a 3 kilometri da casa mia. Camminavo lungomare, perché così arrivavo prima, a volte il vento era talmente forte, che per fare 3 metri ci volevano alcuni minuti, specialmente se sei una bambina di 12-13 anni. Una volta arrivata a scuola, il caldo che c’era dentro faceva imporporare e bruciare il viso ghiacciato. È adesso quando sento che certe mamme non mandano i figli a scuola per via di una pioggerellina mi viene tanto da ridere.

Quando arrivava la primavera e il ghiaccio sul mare cominciava a spezzarsi, ci piaceva saltare da un pack all’altro, a volte capitava che le gambe sprofondavano nell’acqua gelida e si rischiava di andare sotto completamente, ma in ogni caso questi spiacevoli incidenti non potevano fermarci in questo divertimento così spericolato.

Ricordo quel giorno, quando mi madre mi disse “Finita, l’Unione Sovietica non c’è più”. Mi sentì confusa, all’ora non capivo cosa ci avrebbe portato il cambiamento, credo che tutti noi lo eravamo, anche gli adulti, soltanto che non lo facevano vedere. Tutti confidavano in una libertà desiderata così a lungo, non capendo che tutto ciò e soltanto un’illusione, il sogno venduto e pagato con un prezzo esageratamente alto. Poco dopo cominciarono ad approdare le navi straniere nel porto di Vladivostok. Ricordo bene il primo arrivo di una nave americana, questi marinai strani, che ci sembravano di uscire dall’altro pianeta. Facevamo scambi di monetine con i dolcetti americani e gomme da masticare. I marinai ci regalavano sorrisi e abbracci cordiali, sembrava tutto così bello, sembrava che davvero era possibile cambiare il mondo, di cancellare le frontiere. Per la prima volta in vita mia ho visto un’americano di colore, che mi sembrò un gigante buono, lui mi aveva preso in braccio e mi sentì il cuore battere all’impazzata per il miscuglio di paura e felicità.

Un marinaio americano della nave "Princeton", la prima che approdò nel porto di Vladivostok nel giugno del 1990
Un marinaio americano della nave Princeton, la prima che approdò nel porto di Vladivostok nel giugno del 1990 - Sputnik Italia
Un marinaio americano della nave "Princeton", la prima che approdò nel porto di Vladivostok nel giugno del 1990

Sono passati tanti anni da quando ho lasciato la mia città, ma tutt’ora basta chiudere gli occhi e sento un tetro rumore dei cedri giganti nel vento di una taiga immensa. La Taiga, che circonda la nostra dacia, il silenzio assordante dell’infinita potenza siberiana attorno e io sull’altalena, che salgo e scendo in mezzo a due querce secolari, libera e spensierata.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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