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Plasma e palestra non bastano, la detenzione è disumana anche per il mostro di Oslo

© SputnikAnders Breivik was sentenced to 21 years in prison for carrying out deadly attacks in Norway in 2011.
Anders Breivik was sentenced to 21 years in prison for carrying out deadly attacks in Norway in 2011. - Sputnik Italia
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Ciò che leggerete ora sarà, molto probabilmente, giudicato “politicamente scorretto” da qualcuno di voi.

Voglio scrivere del caso di quell'assassino norvegese che un'estate di pochi anni fa entrò in un campeggio dove si teneva una vacanza di lavoro di alcuni giovani membri del Partito Laburista Norvegese e ne uccise settantasette a sangue freddo. Quel che mi spinge a tornare su quel caso è la recente sentenza di un tribunale locale che ha condannato il Governo di quel Paese a pagare 35.000 euro d'indennizzo al criminale per aver costui subito in carcere una "detenzione disumana".

Penso che, udita la notizia, la maggior parte di noi si sia indignata o, almeno, si sia chiesta come fosse potuto succedere che, a un noto ed evidente nemico della società, si dovesse addirittura pagare un indennizzo a qualsivoglia titolo.

Arrampicandosi sugli specchi e invocando la "vittoria della democrazia", il Corriere della Sera titola: "Perché Breivik non ha vinto".  A me sembra proprio il contrario. Il neonazista ha potuto commettere i suoi delitti grazie alla libertà di movimento e alla reciproca fiducia che un sistema democratico garantisce ai propri cittadini e ora ottiene anche che quello stesso sistema gli riconosca il ruolo di vittima. Piuttosto che una "vittoria", questa è la capitolazione della democrazia, una contraddizione interna.

E' la vittoria del non-senso, un evento che spinge a porsi domande sul metodo che tutti abbiamo accettato come il migliore, o almeno il meno peggio, tra le organizzazioni della società che la Storia ci ha mostrato.

© Ila fengsel og forvaringsanstalLa prigione di Anders Breivik
La prigione di Anders Breivik - Sputnik Italia
La prigione di Anders Breivik

Andiamo con ordine. I giudici di Oslo non sono ne' pazzi ne' amici del giaguaro. Hanno applicato, certo con un'interpretazione piuttosto largheggiante, l'articolo 3 della Convenzione dei diritti dell'Uomo, quello che vieta la tortura e i trattamenti umani e degradanti. Hanno stabilito che il killer, condannato a ventuno anni di carcere in isolamento totale dagli altri detenuti e da altre persone, subisse un trattamento disumano. Non hanno considerato che il soggetto, mantenuto dallo Stato, godesse di una cella di 31 metri quadrati divisa addirittura in tre parti, la zona notte, uno studio e lo spazio per gli esercizi ginnici. Hanno sorvolato sul fatto che la cella fosse dotata di televisore, lettore dvd, una consolle per i giochi, una macchina per scrivere, libri e giornali. In altre parole, non hanno pensato che, salvo la libertà di relazioni e di movimento, il suo tenore di vita fosse addirittura superiore a quello di qualche onesto cittadino europeo oggi vittima della crisi economica.

Anders Behring Breivik - Sputnik Italia
Norvegia, Breivik vince causa contro Stato

Tuttavia, richiamare la Convenzione sui diritti umani non è ancora sufficiente per spiegare del tutto la sentenza. Ciò che ci sta dietro, l'equivoco su cui si basano questa e altre sentenze, anche nostrane, è che "la pena deve servire per consentire il recupero dell'individuo alla società". E' anche per questo secondo motivo che qualcuno ha commentato positivamente la decisione del tribunale norvegese. Commentatori che però dimenticano che, per essere recuperato, il soggetto deve mostrare di aver capito il male commesso, di essersene pentito, di non volere più ripetere alcunché di simile.

© AFP 2021 / Holm MortenPrigione "Ila" di Anders Breivik in Norvegia
Prigione Ila di Anders Breivik in Norvegia - Sputnik Italia
Prigione "Ila" di Anders Breivik in Norvegia

Ebbene, Breivik non è pentito, non ha chiesto perdono, ha rivendicato i suoi crimini. Breivik è un assassino protervo che non aspira a nessuna rieducazione. Breivik è, quindi, un perseverante nemico della democrazia. Quale recupero sarà mai possibile per un tale personaggio?

Comunque, con la storia del recupero a tutti i costi arriviamo al massimo dell'ipocrisia. Lo stesso Beccaria, più volte citato come alfiere del concetto di "reinserimento nella società" sosteneva che quel che conta, ai fini di una funzione deterrente contro il crimine, è la certezza della pena. Non è sufficiente, a questo scopo, una semplice condanna: se si parla di "pena", occorre che davvero una pena sia applicata e la limitazione della libertà costituisce solo un suo aspetto. La privazione della libertà non deve solo servire a togliere di mezzo, seppur temporaneamente, il criminale: deve anche costituire la punizione che la società infligge a chi non ha rispettato le leggi che garantiscono il vivere con gli altri. La deterrenza si realizza se, oltre ad essere certa, la pena può spaventare il potenziale delinquente, cioè se chi sta per commettere un crimine sa che, una volta scoperto, dovrà soffrire in cambio del male che ha fatto.

Smettiamola una buona volta di illuderci più di tanto sul "recupero". Almeno la metà di chi viola le leggi non ha alcuna intenzione di pentirsi e di accettare di buon grado le regole del vivere comune. I giudici, nel fissare le pene e i modi della loro applicazione dovrebbero, quando la cosa si dimostra possibile, saper discernere tra chi è veramente reinseribile e chi non lo sarà mai. Se però vogliamo essere coerenti fino in fondo e il potenziale recupero fosse realmente il criterio fondante di ogni condanna, allora, i codici penali sono totalmente fuori strada. Perché le durate delle detenzioni sono sempre calcolate in relazione alla gravità del reato commesso e non al presunto tempo psicologicamente necessario per la rieducazione?

In realtà, le punizioni previste dai vari ordinamenti di ogni Paese democratico hanno sempre tre funzioni, in parte complementari, in parte alternative: deterrenza, vendetta sociale, possibilità di rieducazione. E' il privilegiare solo una di queste tre a scapito delle altre che va contro la nostra storia e il nostro buon senso.

Nel caso di Breivik, considerato la gravità e la predeterminazione del suo atto, è evidente che mai potrà essere recuperato. Non resta che punirlo in modo così grave e pesante da suonare come esempio negativo a chiunque possa minimamente pensare di imitarlo. Inoltre, è necessario, per la tranquillità e la sicurezza sociale future, che la società così ferocemente colpita si senta adeguatamente ripagata, cioè vendicata. 

I magistrati norvegesi hanno giudicato Breivik ignorando consapevolmente chi fosse in realtà. Lo hanno spersonalizzato. Davanti a loro è comparso un individuo che, qualunque fosse stato il suo passato, lamentava una condizione presente. Hanno esaminato questa condizione e hanno deciso che era illegale.

I soloni "buonisti" li vanteranno come veri interpreti del rispetto umano e della democrazia. Diranno che lo Stato di diritto ha messo la legge sopra la forza e la vendetta.

Io affermo che, fosse veramente questa la democrazia, cosa che non voglio credere, preferirei allora vivere in una società non più democratica.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione. 

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