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Caos centrodestra: eutanasia di un’opposizione

© Fotobank.ru/Getty Images / Giulio OrigliaLe "Frecce Tricolori" in Italia
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Il caos nel quale oggi vive il centrodestra e che caratterizza la ricerca dei candidati da opporre a Movimento Cinque Stelle e centrosinistra nelle principali città italiane non sarebbe, sinceramente, nemmeno un problema grave, se visto nell'ottica del cantiere in corso per creare qualcosa di nuovo.

Non lo sarebbe perché è fisiologica una flessione nelle coalizioni e nei partiti di governo: si pensi ad esempio alla Cdu tedesca, che sembrava morta durante i governi di Gerhard Schröder.

Piuttosto, la nota dolente si cela dietro al fenomeno tipicamente italiano dell'eutanasia di un'opposizione politica, che sostituisce quella che dovrebbe essere la gestazione di una nuova proposta di piattaforma programmatica e di governo. Questo lento suicidio, questa straziante agonia avvengono — nemmeno tanto paradossalmente — per mano di quegli stessi soggetti che sarebbero a tutti gli effetti anagraficamente e per interesse i futuri protagonisti dell'ipotetica nuova creatura politica.

Deve essere chiaro, infatti, che l'andare ognuno per conto suo, con formazioni a volte improbabili e costruite "a canguro" (come amerebbe dire qualche parlamentare) non costituisce altro che una resa incondizionata agli avversari: significa alzare bandiera bianca per favorire gli interessi personali a breve termine e rinunciare allo sforzo di gettare le basi per il vero obiettivo di tutte le forze in campo nel centrodestra, cioè la riacquisizione della credibilità per competere ad armi pari alle elezioni politiche del 2018.

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Il teatrino apparecchiato dal centrodestra a Roma, e poi a scendere negli altri capoluoghi di provincia, è quello a cui il popolo italiano è abituato ormai da tempo. Non è un caso che l'astensionismo cresca sempre di più, alimentato dal disgusto per questo tipo di visione politica. D'altra parte, il centrodestra si rafforza da sempre se ha possibilità di vittoria, mentre con la frammentazione subisce cali di consenso, testimoniati da tutti i principali istituti demoscopici. Proprio per questo motivo fatichiamo a capire ciò che sta accadendo all'interno di una coalizione che stava al governo fino a pochi anni fa o comunque se la giocava con lo scarto di pochi punti percentuali. La questione della successione per la leadership certamente sussiste.

Matteo Salvini aspira a scalzare Silvio Berlusconi; Giorgia Meloni non sta a guardare e palesa ambizioni legittime, pur essendo azionista di minoranza del futuro listone unico del centrodestra. Forse in un altro Paese questa tematica sarebbe già stata affrontata da tempo, per evitare che l'opposizione di governo smetta di esistere (spettando al Movimento Cinque Stelle più il ruolo di protesta che di proposta). Purtroppo il centrodestra soffre di un vizio d'origine: ha sempre vinto, almeno a livello nazionale, per demerito dell'avversario e mai per l'approvazione del popolo verso le sue politiche. Forza Italia ha spesso disatteso le aspirazioni del proprio elettorato, perdendo di vista le battaglie che interessavano davvero: si pensi alla difesa della proprietà privata o alla riduzione dell'imposizione fiscale per la media borghesia.

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La Lega invece ha illuso i suoi sostenitori con l'idea di un federalismo che veniva spacciato come bacchetta magica che portasse efficienza nella burocrazia, diminuzione delle tasse e superamento dei piccoli interessi di casta. I cespugli centristi hanno sempre barattato nel ventennio berlusconiano il punto programmatico della "famiglia al centro" per qualche posto di governo o di sottogoverno, facendo persino compromessi al ribasso con le minoranze e le opposizioni del momento. Fino a quando non si raggiungerà la consapevolezza di questi errori, sarà dura pensare che cambiando solamente il leader si possa tornare a vincere. Anche se la successione avvenisse, il rischio è risvegliarsi nello stesso identico punto nel quale il centrodestra si era addormentato.

Inoltre la contingenza storica dimostra che non è sufficiente la forza dei voti per diventare leader. Forse è anche perché quel consenso nasce da una base di elettori molto bassa: oggi tutti i sondaggi quotano i partiti su un mero 60% di elettori che dichiarano l'intenzione di andare alle urne al prossimo giro. Si comprende quindi che l'appoggio che serve agli attuali leader è quello di una minoranza, visto che fino a qualche anno fa si recava a votare oltre l'80% degli aventi diritto.

Infine c'è la necessità di capire che per essere leader bisogna saper unire, specialmente in un Paese frammentato come il nostro. L'utilità di una forte opposizione di governo è anche quella di indurre la maggioranza ad essere più attenta, credibile e competitiva. Oggi invece assistiamo a un lassismo politico che permette alle lobby, agli affaristi e ai club elitari di rafforzarsi e dettare legge. Succedeva già quando il centrosinistra non aveva una leadership forte come quella di Renzi, succede ancora di più oggi che la figura di Berlusconi è ormai deteriorata.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione. 

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